Post-it verità

MARCO TRAVAGLIO

Il 3 ottobre 2009 in piazza del Popolo e il 1°luglio 2010 in piazza San Giovanni a Roma centinaia di migliaia di persone manifestarono contro la legge-bavaglio del ministro Alfano sulle intercettazioni (governo Berlusconi-3). Nella parte che allargava il segreto sugli atti d’indagine e aumentava le pene per chi li pubblicava, era copiata paro paro da quella del ministro Mastella (governo Prodi-2) approvata alla Camera dal centro-sinistra nel maggio 2007, prima che finisse anzitempo la legislatura impedendo al Senato di completare lo scempio. Le due manifestazioni erano promosse dalla Fnsi (il sindacato giornalisti), con l’adesione dell’Usigrai, dell’Ordine e addirittura degli editori (Fieg). Siccome erano d’accordo i padroni, si associarono giulivi anche i giornaloni (da Repubblica al Corriere giù giù fino a Famiglia Cristiana e Avvenire). Sopra e sotto il palco si fecero notare i più noti giornalisti della Rai e della carta, politici come Bersani, Fassino, Gentiloni, Veltroni, Zingaretti, Bertinotti, Di Pietro, Bindi, i vertici Fiom-Cgil, intellettuali come Saviano, Maraini, Onida e vari artisti. Anche noi del Fatto aderimmo a quella che pareva una battaglia di principio, per difendere il diritto-dovere di pubblicare tutte le notizie, segrete e non, di interesse pubblico senza finire in galera o perdere il lavoro o pagare milioni di danni a noti manigoldi.

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Alla fine la battaglia fu vinta: mentre la gente sfilava in piazza Navona, il presidente Napolitano comunicò che il ddl Alfano passato al Senato presentava “punti critici” e minacciò di non promulgarlo se non fosse cambiato alla Camera: notizia annunciata in tempo reale da Tiziana Ferrario fra le standing ovation dei manifestanti. Dopodiché dal centrodestra si sfilarono i finiani e non se ne riparlò più. Ora che il bavaglio riprova a mettercelo il centrosinistra, col ddl Orlando avviato da Renzi e confermato da Gentiloni, invece di occuparsi della cloaca massima che tracima fino al governo, è chiaro che quella battaglia con la libertà di stampa non c’entrava nulla: era uno dei tanti capitoli della guerra a B., scaricato dagli altri poteri. Infatti tutti quelli che allora strillavano contro il bavaglio adesso strillano pro bavaglio. O tacciono e acconsentono. Avete notizie di cortei o proclami di Fnsi, Ordine e Fieg? Avete più visto i post-it gialli che Repubblica disseminava nelle sue pagine per segnalare “quello che non potremmo più scrivere”? Al posto c’è uno strano editoriale di Mario Calabresi. Premessa: abbiamo fatto bene a pubblicare la telefonata dei due Renzi, “giornalisticamente rilevante per l’opinione pubblica”.
Conclusione: urge una “nuova legge… per dare ordine e uniformità al metodo dei diversi tribunali, per mettere un freno al fiume di intercettazioni… senza distinzioni tra chi è indagato e chi finisce semplicemente intercettato”. Una legge copiata dalle “circolari di autoregolamentazione delle procure di Torino, Roma, Napoli, Bari, Firenze che … eliminano dagli atti le intercettazioni ritenute non rilevanti che contengano dati sensibili o violino la privacy”. Una legge che “non lede il principio fondamentale di un giornalista: cercare di pubblicare notizie ogni volta che hanno valore per l’opinione pubblica, anche se sono riservate o penalmente irrilevanti”. Oh bella, caro Mario: ma se chiedi una legge per chiudere, a monte, il rubinetto di tutto ciò che è penalmente irrilevante è ovvio che, a valle, non ci arriverà più una sola notizia di interesse etico-politico-deontologico per l’opinione pubblica. E se affidi la cernita alle procure, diventi proprio ciò che non vuoi essere: “Buca delle lettere delle procure”. E rinunci in partenza a essere ciò che dovresti essere: il cane da guardia su ogni potere, anche quello dei pm, che così decideranno discrezionalmente, senz’alcuna trasparenza o controllo, ciò che potremo ancora o non potremo più sapere e far sapere. È come dire: imbavagliateci, sennò poi ci parte la mano e scriviamo la verità. Come se un chirurgo implorasse il Parlamento di proibire il bisturi. Questa voglia matta di autobavaglio accomuna tutti i giornaloni, sempre più difficili da distinguere dai santini elettorali. Sul Corriere, Polito El Drito si tormenta perché “da anni non si riesce a correggere ciò che tutti criticano nel sistema delle intercettazioni, e cioè gli abusi, la violazione della privacy (e cosa, di grazia, nella telefonata dei Renzis attiene alla privacy?), le fughe di notizie” e teme dolente “che anche per questa legislatura non se ne faccia niente”. Chissà i salti di gioia dei suoi cronisti. Sul Mattino, tal Massimo Adinolfi parla di “nuova notte della Repubblica” (la telefonata dei Renzis come il caso Moro). Dipinge il Fatto come un covo di criminali che violano la privacy (aridàgli) di Matteo suo. Dà per scontato che le fughe di notizie e le “violazioni del riserbo” le faccia Woodcock e che il capitano Scafarto “manipoli verbali” (con i verbi all’indicativo, come se il Csm e il Tribunale avessero già condannato il pm e l’ufficiale). Poi intima al Csm di “prendere finalmente posizione” (anche se non ha alcun potere in materia). Questi signori fingono di non sapere che è molto più difficile sputtanare una persona perbene riportando le sue parole intercettate che calunniandola senza elementi concreti. Se Woodcock fosse stato intercettato, avrebbe già dimostrato la sua correttezza e sbugiardato i giornaloni che lo linciano. Perciò, cari “colleghi”, nessuno pretende che torniate in piazza a dire del bavaglio del Pd ciò che dicevate del bavaglio di B. Chiedervi un minimo di coerenza sarebbe troppo. Vi fanno schifo le notizie? Liberissimi. Mettete su un bell’ufficio stampa, dedicatevi al giardinaggio, portate al pascolo un gregge di pecore. E lasciateci fare il nostro lavoro in pace.

Il miracolo di Medjugorje

mado.jpgQuando, il 24 giugno 1981, la Madonna apparve a sei ragazzi compresi fra i dieci e i sedici anni, Medjugorje era un piccolo e poverissimo paese della Jugoslavia. Molti vivevano in case senza riscaldamento e acqua corrente, non tutti avevano l’energia elettrica. Da allora, secondo uno studio dell’Università dell’Erzegovina, e soprattutto dopo la guerra, il giro d’affari è stato di quasi 12 miliardi di euro. Medjugorje ha 5 mila abitanti, di cui 2 mila impiegati nel turismo, e 20 mila posti letto. Il paese è ormai una new town, fatta di alberghi color salmone dai nomi celestiali, decine e decine di negozi di oggetti sacri, pizzerie, rivendite di borse Fendi e Prada finte.

Papa Francesco ha appena lasciato intendere che le apparizioni del 1981 sono credibili, e le successive, a centinaia, sanno di buca postale. Il santuario è fra i più visitati al mondo: circa due milioni di fedeli l’anno, e lì si registrano continue conversioni. Che ci siano state le apparizioni o meno ora è persino secondario: Medjugorje è un luogo di indubitabile forza mistica. Poi c’è anche chi se ne va nauseato dal mercimonio. È incredibile il contrasto, in poche strade, fra alte questioni di spiritualità e secolari questioni di guadagno. Succede, con intensità diversa, in tutti i luoghi di culto. Sono luoghi da cui il fedele vuole portarsi via un ricordo, un rosario o una statua, secondo le possibiltà delle tasche. A due passi dal Vaticano è in vendita una statua di Wojtyla a 8 mila euro. I mercanti nel tempio: ecco un dibattito vecchio come il mondo.

Mattia Feltri

 

Gli imboscati

MARCO TRAVAGLIO

Da tre giorni, nelle migliori redazioni, semina il terrore un oggetto volante non identificato, un tempo detto “notizia”. L’ha svelata nel suo nuovo libro uno dei più autorevoli e prudenti giornalisti viventi, che non declina neppure le proprie generalità se non in presenza del notaio: Ferruccio de Bortoli, ex direttore del Corrieree del Sole-24 ore. Il quale ha saputo dall’ex ad di Unicredit Federico Ghizzoni e da altre fonti che nel 2015 l’allora ministra Maria Elena Boschi chiese al colosso bancario milanese di acquistare Etruria, vicepresieduta dal padre Pier Luigi. Ghizzoni, forse vincolato da un patto di riservatezza dopo l’uscita da Unicredit, non commenta, ma non smentisce. Siccome De Bortoli non è uno zuzzurellone che spiattella le confidenze di un banchiere, prima di scrivere ha ovviamente avvertito Ghizzoni. Dunque la notizia c’è tutta. E, salvo pensare che a chiamare il banchiere sia stata un’imitatrice della Boschi (la Raffaele? la Guzzanti? la Salari?), bisognerebbe trarne le conseguenze. I tg Rai (Pd1, Pd2 e Pd3) non hanno di questi problemi: le notizie sono programmati per imboscarle. Infatti il Tg1 infila il caso Boschi in un servizio sulla spazzatura a Roma, spacciandolo per una polemica dei 5Stelle. Panico, invece, nei giornaloni. Il Corriere aveva in anticipo il libro di De Bortoli e gli ha dedicato due pagine, ma non s’è accorto del caso Boschi. Così, l’indomani, l’ha nascosto a pag. 10 buttandolo in caciara: “Boschi e i 5Stelle: la nuova battaglia su Banca Etruria” (e Ferruccio?). Stesso trucchetto sulla prima de La Stampa: “Pd-5Stelle, battaglia su tre fronti”, come se la rivelazione l’avesse fatta Grillo. E sul Sòla-24 ore, che pure sarebbe un quotidiano finanziario: due colonnine a pag. 15. Meraviglioso il Messaggero: “Sale lo scontro: i rifiuti restano. Raggi-Zingaretti, è lite Capitale. Renzi: sindaco incapace. E Grillo accusa Boschi sul caso Etruria”(De Bortoli non pervenuto). Nel reparto samiszdat, l’Unità inventa una “smentita di Unicredit ”e il Foglio parla di “pettegolezzi”.

Ora, noi siamo solidali coi tanti colleghi che, ormai da anni disabituati alle notizie e impegnati notte e giorno a scansarle come la peste bubbonica, quando gliene capita una fra capo e collo (loro malgrado, ci mancherebbe) non sanno più come comportarsi, che faccia fare, cosa mettersi addosso. Si consiglia di fare uno sforzo mnemonico e ricordare quel che impararono da giovani ai corsi di giornalismo. O, per i più smemorati, di dare un’occhiata alla stampa d’oltre-confine, che in America sta facendo il mazzo a Trump e in Francia l’ha appena fatto a Fillon.
C’è una ministra che ottiene la fiducia dal Parlamento, contro le mozioni di opposizione, giurando di non essersi mai occupata di Etruria: “Non c’è conflitto d’interessi, non c’è alcun favoritismo, non c’è alcuna corsia preferenziale, non ho tutelato la mia famiglia, ma solo le istituzioni… Si dimostri che io ho favorito mio padre o che sono venuta meno ai miei doveri istituzionali e sarò la prima a lasciare l’incarico”. Ora si scopre che erano tutte bugie (come la promessa di lasciare la politica con Matteo suo in caso di sconfitta al referendum), smentite da almeno tre fatti.

1)La Boschi chiede a Unicredit di comprare la banca decotta di Arezzo non certo nelle vesti di ministra, visto che si occupa di Riforme istituzionali e Rapporti col Parlamento. Dunque in quelle di figlia di suo padre.

2) A conferma della rivelazione di De Bortoli, i nostri Stefano Feltri e Carlo Tecce scoprono che Ghizzoni non lasciò cadere la richiesta della potente ministra: la inoltrò, per valutarne la fattibilità, alla top manager Marina Natale, vicedirettore generale e responsabile delle strategie di Unicredit. La risposta fu picche e l’affare non si fece.

3) Un anno prima – come rivela il nostro Giorgio Meletti –cioè nel marzo 2014, un mese dopo la nascita del governo Renzi, Maria Elena e Pier Luigi Boschi avevano ricevuto nella loro villa di Laterina (Arezzo) il presidente e l’ad di Veneto Banca, Flavio Trinca e Vincenzo Consoli, giunti da Montebelluna (Treviso) per incontrare la neo ministra, presente anche il presidente di Etruria Giuseppe Fornasari. Tema della riunione segreta: come resistere, con l’appoggio del nuovo governo, alle richieste di Bankitalia e della sua Vigilanza affinché Etruria e Veneto Banca si trovassero un “partner di elevato standing”, cioè una banca più grande (si pensava alla Popolare Vicenza, peraltro ancor più disastrata) che le assorbisse e le salvasse. Il seguito è noto. Papà Boschi diventa vicepresidente di Etruria col neopresidente Lorenzo Rosi. I due bussano a tutte le porte, compresa quella del massone e bancarottiere Carboni, ma trovano chiuso. Di qui la mossa disperata di Maria Elena con Ghizzoni nel gennaio 2015, un mese prima del commissariamento di Etruria. Intanto il procuratore di Arezzo Roberto Rossi, dopo le multe e le ispezioni di Bankitalia sulla malagestione, indaga con comodo Rosi, Boschi sr. e altri ex Cda. Poi si scopre che è consulente del governo Renzi e partecipa a convegni con la Boschi e con Giuseppe Fanfani, consigliere Pd del Csm, ex legale di Etruria e padre dell’avvocato di babbo Boschi. Rossi dice che è una consulenza gratuita, ma si scopre che non è vero. Il Csm gli dà un buffetto, il Pg della Cassazione evita azioni disciplinari, e morta lì. L’inchiesta su Etruria finisce con la richiesta di rinvio a giudizio per tutti e 21 gli ex amministratori indagati, tranne uno: papà Boschi, stralciato sul binario morto.

Insomma il caso Etruria-Boschi è tutto un conflitto d’interessi. Come il caso Consip-Renzi: il padre dell’ex premier accusato di traffico d’influenze illecite con l’imprenditore Romeo per raccomandarlo in cambio di soldi ai vertici della centrale appaltante del governo del figlio; il ministro renziano Lotti indagato per avere svelato l’inchiesta e le cimici all’ad renziano di Consip, rovinando l’indagine insieme ai generali renziani dei carabinieri Del Sette e Saltalamacchia e al presidente renziano di Publiacqua Vannoni; Renzi che prepensiona il procuratore di Napoli che coordina le indagini e proroga il pensionamento a pochi fortunati magistrati, fra cui il Pg della Cassazione che poi avvia l’azione disciplinare contro il pm che ha scoperto lo scandalo. Intanto la Procura di Roma si prende l’indagine, la conduce al ralenty, e avvia un’indagine sull’indagine, questa molto più spedita, incriminando il capitàno che l’ha condotta.

Ci sarebbe poi, per i cultori del genere, la legge Frattini del 2004, a lungo sbeffeggiata come impossibile da violare, in quanto scritta su misura dei conflitti d’interessi di B. Articolo 3:“Sussiste situazione di conflitto di interessi… quando il titolare di cariche di governo partecipa all’adozione di un atto, anche formulando la proposta, o omette un atto dovuto, trovandosi in situazione di incompatibilità… quando l’atto o l’omissione ha un’incidenza specifica e preferenziale sul patrimonio del titolare, del coniuge o dei parenti entro il secondo grado, ovvero delle imprese o società da essi controllate… con danno per l’interesse pubblico”. Parrebbe proprio che la Boschi sia riuscita nella titanica impresa di violare persino la Frattini: partecipando alle riunioni preparatorie dei decreti sulle banche (Etruria compresa); facendo summit segreti su Etruria a casa sua; raccomandando Etruria a Unicredit.

Quindi, delle due l’una. O ci teniamo la Boschi al governo e richiamiamo pure B. con tante scuse, però aboliamo la legge di quel noto sovversivo di Frattini. Oppure la Boschi se ne torna a Laterina dal babbo suo, in ossequio a un principio sacrosanto da lei stessa enunciato a Ballarò nel novembre 2013, parlando della ministra Cancellieri del governo Letta implicata nello scandalo Ligresti (“È in gioco la fiducia nelle istituzioni. Il punto grave è che ancora una volta si è data l’immagine di un paese in cui la legge non è uguale per tutti, ma ci sono delle corsie preferenziali per gli amici degli amici… per chi ha i santi in Paradiso. Io al suo posto mi sarei dimessa”) e Gentiloni si trova un nuovo sottosegretario. Possibilmente orfano o figlio di NN.

Oh Ennegi, salvare e non lucrare

gommone.jpegOh Ennegi, fa che ancora e sempre l’uomo avvistato sia almeno mezzo salvato! Non sentire le sirene che ti voglion fermare. Non smettere di fare per noi quello che l’Europa non sa, non può, ma dovrebbe fare. Continua a navigare, ma guardati le spalle da chi vuol lucrare, ci vuol marciare per pescare nel torbido, o da chi ti vuol imitare ma lo fa male. Non aver paura di raccontare con gli occhi e con le mani il pescato del giorno a noi che ormai amiamo sapere e non capire, guardare e non toccare, davanti alle vetrine dei negoziati mondiali tra i peccati capitali e ven(i)ali delle compravendite internazionali. Sappiamo che sai cosa fare, dove andare e quando arrivare nelle acque territoriali ed extraterritoriali sia scure che chiare, dimostrando che non c’è nulla di irregolare tra salpare e salvare. Fa che chi sbaglia paghi (ma quando paga, non foraggi chi ne vorrebbe approfittare) per poter sempre dire che come fai, fai bene. Grato.

ALESSANDRO BERGONZONI

Ossessione Totti

Totti.jpgVorremmo tutti essere Totti, fuoriclasse con la faccia da buono. Invece siamo più spesso Spalletti, vittime di un’ossessione. Spalletti è come un direttore del Louvre che deve staccare la Gioconda dalla parete e metterla in una scatola. Lo fa, ma non vorrebbe. Vorrebbe, ma non ce la fa. Quel sorriso senza tempo lo tormenta. Domenica sera, nonostante la sua Roma avesse appena illuminato San Siro, ha finito immancabilmente per parlare di Totti. Di Totti che, quando entra per cinque minuti, è una vergogna che lui lo abbia fatto entrare solo per cinque minuti. Di Totti che, quando non entra, è una vergogna che lui non lo abbia fatto entrare per niente. Come l’altra sera, con la Scala del calcio che era già pronta a tributare al Capitano un’ovazione alla memoria. Se fosse stato più furbo, o meno ossessionato, Spalletti avrebbe riappeso il quadro alla parete, regalando alla folla il piacere dell’ultima ostensione. Invece lo ha lasciato nella scatola e a chi glielo faceva notare ha detto che, se tornasse indietro, non allenerebbe più la Roma. Un modo stizzito e un po’ meschino di ribadire: o me o lui. Impossibile, perché nelle ossessioni il «me» e il «lui» coincidono. L’ossessionato non può privarsi dello schermo su cui proietta le sue debolezze, ciò che avrebbe voluto essere e non è stato: il campione locale eppure universale, il venerato maestro già rimpianto mentre è ancora artisticamente vivo. L’anno scorso Spalletti disse che senza Totti se ne sarebbe andato. Forse era sincero. Di sicuro adesso se ne andranno insieme, ma ciascuno per conto suo.

Massimo Gramellini

Matteo punto fragola

barone.jpgAlla conquista delle praterie del consenso di Internet, è arrivata anche la app di Matteo Renzi. Per gli allergici al digitale, si tratta di un’icona su cui si clicca per entrare nel mondo del leader: gli appuntamenti, i discorsi, gli interventi, i tweet, i post. E pure il concorso a premi. Funziona così: se pubblichi su Facebook la notizia renziana prendi dieci punti; se la diffondi ai tuoi amici su WhatsApp ne prendi cinque. I primi cinquanta vinceranno un incontro col sommo segretario, e per ora è al comando Federico L. con 4180 punti.

Come tutte le idee nuove fa un po’ ridere, ma sarà contagiosa, perché è a buonissimo mercato, è gratificante, stabilisce un contatto diretto (e un po’ effimero) fra il volontario e il capo, sempre più totem. I nuovi attacchini, che non girano la città ad affiggere manifesti, ma li affiggono sedentariamente in rete, hanno l’occasione di sentirsi i protagonisti della storia, e con la prospettiva di essere nominati sostenitori dell’anno dal loro idolo in persona. Ricorda un po’ il miglior venditore Folletto o il Premio Stakanov in Unione Sovietica, sempre a maggior gloria del detentore unico dell’idea. Ricorda tante cose, in realtà: le Mille miglia Alitalia (auguriamo al Pd esiti migliori) o i punti fragola dell’Esselunga, con la differenza che con i punti fragola vinci la padella antiaderente. Si potrebbe andare avanti a lungo con paralleli sempre più sarcastici, ma sarebbe sciocco. I militanti sono sempre stati azionisti senza dividendo. È che quando se ne accorgono, fanno anche la lagna.
Mattia Feltri

Ridi, pagliaccio

MARCO TRAVAGLIO

Magari è superfluo, ma forse è il caso di precisarlo, visto il precipitoso arrampicarsi dei Macron de noantri sulla Tour Eiffel del vincitore: ragazzi, si è votato in Francia, mica in Italia. Per carità, è comprensibile e umano lo sforzo dei più noti perditori della storia di appropriarsi del successo altrui, però sarebbe il caso di calmarsi. E di riflettere su qualche elementare differenza.

1) Viste le sue performance alle Comunali e al referendum, Renzi non è il Macron italiano, semmai l’Hamon: il leader del Ps (nel Pse col Pd) alle primarie aveva raccolto 1,2 milioni di voti, tanti quanti Matteo due domeniche fa.

2) Macron, dopo 5 anni di governo, ha preso atto del fallimento del Ps che aveva vinto nel 2012 e ha fondato un nuovo movimento. Renzi ha preso in mano il Pd che non aveva vinto nel 2013, l’ha svuotato imponendogli un programma alternativo, è andato al governo senza passare per le urne, ha fallito su quasi tutti i fronti e s’è ripresentato come nuovo, fischiettando. E ha sostituito la doverosa autocritica per i rovesci dell’ultimo anno con le solite scuse puerili. Domenica è riuscito a scrivere che “rosica” perché “Macron è al ballottaggio col 23% e noi stiamo a casa col 41%”(scambiando il referendum rovinosamente perduto per un’elezione politica e il 41% dei Sì per un voto a lui). Ha detto che non abbiamo una legge elettorale per “colpa di chi ha votato No” (confondendo la sua riforma costituzionale bocciata dagli elettori con il suo Italicum bocciato dalla Consulta). E ha aggiunto che invidia la legge elettorale francesemarianna.jpeg: e perché allora non approvò quella, al posto dell’orrido Italicum?

3) Macron è un ex banchiere, cioè un tecnico e un tecnocrate di 39 anni che ha potuto presentarsi come uomo nuovo con un gran colpo di marketing e maquillage che ha cancellato il suo fallimentare quadriennio di consigliere e ministro di Hollande, perché ha lanciato il nuovo marchio En Marche! contro tutti i partiti, compreso il suo. Renzi è un politico di professione senza un mestiere ed era un uomo nuovo di 39 anni quattro anni fa, quando vinse le primarie, andò al governo e trionfò alle Europee col 40,8%; ora è il commissario liquidatore di un partito vecchio di 10 anni che ne cumula due vecchi di decenni.

4) Macron ha stravinto il ballottaggio, ma per dire che ha “sconfitto il populismo” è un po’ presto: è stato votato da due terzi dei due terzi degli aventi diritto al voto; mezza Francia, quella arrabbiata e sfiduciata delle banlieue, dei giovani e degli esclusi, è tutta all’opposizione.
Ha regalato a una come la Le Pen il record dei voti (il doppio di quelli di suo padre contro Chirac) o non ha partecipato (primato di astensioni e schede bianche dal 1969). E da oggi è pronta ad allargarsi se lui fallirà: o perché non avrà i numeri per governare da solo (senza partito e senza la sua faccia da copertina, sarà più difficile raccogliere voti alle Legislative di giugno); o perché persevererà diabolicamente nelle politiche di flessibilità che hanno già dannato la falsa sinistra di Hollande.

5) Macron s’è posto al centro e ha cannibalizzato i vecchi partiti che avevano sempre governato, il socialista e il gollista, approfittando dell’estinzione del primo e degli scandali che hanno impallinato il leader del secondo, Fillon; e soprattutto si è giovato della divisione del fronte nemico di questa Europa, che al primo turno ha sfiorato il 50% dei votanti ma era spaccato a metà tra la destra lepenista (21,3) e la sinistra di Mélenchon (19,6), più una serie di partiti minori (intorno al 7%). L’Italia è tutta un’altra storia. Anche qui gli avversari di questa Ue rappresentano circa la metà dei votanti, ma scelgono in gran parte un movimento trasversale e non demonizzabile con accuse di fascismo come i 5Stelle (30% nei sondaggi) e solo in minoranza Salvini&Meloni (15%) e le varie sinistre (5-6%).

6) In Francia il sentimento anti-Ue è meno vasto che in Italia, perché questa Europa si regge sull’asse franco-tedesco. I francesi ne fanno parte, noi no. Perciò Macron ha potuto promettere la massima continuità col sistema attuale e vincere. In Italia chi vuole lasciare le cose come stanno, e cioè Renzi e B., che infatti non hanno mai fatto nulla per modificare lo status quo dei trattati, si travestono da populisti anti-Ue e anti-Merkel, per non perdere milioni di voti, salvo accreditarsi come argini contro il populismo e l’antieuropeismo. A Parigi chi non voleva tra i piedi la bandiera europea era la Le Pen; a Roma, è Renzi. Che si camuffa da Macron, ma non si sognerebbe mai di far suonare l’Inno alla Gioia prima di quello di Mameli, come ha fatto l’altra sera il neopresidente francese, anteponendolo alla Marsigliese. Agli interessi dell’Italia e di tutti gli altri Paesi esclusi dall’asse franco-tedesco, soprattutto dopo l’uscita della Gran Bretagna che fungeva da contrappeso, sarebbe convenuta la vittoria di un nemico degli attuali assetti europei (meglio Mélenchon della Le Pen, naturalmente): per spaccare il fronte Berlino-Parigi e incunearvisi con nuovi rapporti di forze nel segno della discontinuità. Invece ha vinto l’enfant gâté dell’establishment e delle banche d’affari, che fa esultare i piani alti di Bruxelles, Francoforte, Berlino e ora corre a baciare gli stivali della Merkel per rinsaldare l’Europa a due, con gli Stati del Sud relegati nel ruolo di comparse. Italia compresa. E allora che avranno da ridere e da esultare i Renzi, i Gentiloni, i Mattarella, i Letta, i Prodi, gli Alfano e i B.? Se ne accorgeranno quando torneranno a Bruxelles col cappello in mano a mendicare “flessibilità”, e ne riceveranno le solite pernacchie franco-tedesche. Allora, forse, smetteranno di ridere.