Il detective-rapinatore

MARCO TRAVAGLIO

In uno dei suoi film minori più divertenti, La maledizione dello scorpione di Giada, Woody Allen è l’investigatore C.W. Briggs che, per conto di una compagnia di assicurazione, indaga su certe misteriose rapine: alla fine si scopre che il ladro è lui. La storia ricorda quella del cosiddetto ministro dei Beni culturali Dario Franceschini che due anni fa, in preda a un attacco di esterofilia, ha la bella pensata di prendere dall’estero sette direttori di alcuni tra i più prestigiosi musei italiani, come se in Italia non avessimo gente all’altezza. L’ideona, come tutto ciò che usciva dalla premiata ditta Renzi&C., viene subito spacciata per “grande riforma dei musei” e accolta da cori unanimi di giubilo: una schiera di boccucce a culo di gallina esplodono in standing ovation di stupefatta ammirazione. Nessuno, nell’empito leccatorio, fa caso a un paio di trascurabili dettagli. Primo: la nostra legge, come in tutti gli altri Paesi, prevede che i dirigenti della Pubblica amministrazione dello Stato Italiano (compresi i direttori dei musei), siano cittadini dello Stato Italiano. Strano, vero? Secondo: i concorsi per i direttori italiani e stranieri dei musei hanno bypassato le più elementari regole di trasparenza, cambiate in corso d’opera con colloqui a porte chiuse poco controllabili (addirittura in due casi via Skype, rispettivamente dall’Australia e dagli Usa: sistema che non esclude la presenza di suggeritori non inquadrati accanto all’esaminando) e con punteggi farraginosi e poco verificabili, per far vincere chi doveva vincere.

Così una pletora di esclusi senza uno straccio di spiegazione fanno ricorso. A chi? Al Tar del Lazio, il tribunale deputato a verificare la legittimità degli atti della Pubblica amministrazione. Questo li esamina e ne accoglie due, annullando la nomina dell’austriaco Peter Assmann al Palazzo Ducale di Mantova (sia perché non italiano sia perché nominato con procedure non trasparenti) e di quattro italiani (perché nominati con procedure non trasparenti). Anziché chiedere scusa e rifare il concorso secondo le leggi, Franceschini tuona contro il Tar, reo di esporre l’Italia a una “figuraccia mondiale”, peraltro tutta sua. Renzi si duole di non aver riformato i Tar per imporre loro di dare sempre ragione al governo e torto alle leggi. Tutt’intorno un coro di trombe, trombette e tromboni si straccia le vesti contro quei parrucconi dei giudici allergici al cambiamento e pure xenofobi. C’è chi cita l’aumento dei visitatori dei musei diretti da stranieri (com’è noto, i turisti accorrono agli Uffizi e a Brera per ammirare non le opere esposte, ma i direttori forestieri).
E chi sproloquia di libera circolazione della cultura (provate a proporre un italiano a direttore del Louvre, e vedrete cosa vi rispondono a Parigi). Par di vederlo, Franceschini, che si aggira per i corridoi del ministero domandando a destra e a manca chi è quello stronzo che nel 2001 mise nero su bianco nella legge 165 che ai concorsi del Mibact possono concorrere anche cittadini europei ed extracomunitari, ma non per le posizioni dirigenziali apicali come le direzioni dei musei. Domenica il Fatto gli risponde: è stato lui. Forse non si è riconosciuto, perché all’epoca era senza barba, ma il sottosegretario a Palazzo Chigi del governo Amato che a inizio 2001 varò quella legge era proprio Dario Franceschini. Un classico colpo di scena da commedia noir, come quella di Allen. Ma anche da opera buffa (il Ballo in maschera di Verdi) e persino da tragedia greca (l’Edipo Re di Sofocle): l’investigatore che, alla fine, si scopre assassino. Uno normale, al posto di Franceschini, si scaverebbe una buca, ci si infilerebbe dentro, ricoprirebbe con uno strato di terra e sparirebbe dalla circolazione. Lui no. Chiede la sospensiva della sentenza al Consiglio di Stato, che ieri gliela nega. Intanto decide di cambiare la (sua) legge che rende illegali quelle nomine (dunque ha ragione il Tar). Come? Infilando nella manovrina un emendamento “interpretativo” per salvare gli altri 6 direttori stranieri da probabili nuove pronunce del Tar. Ma sbaglia a scriverlo: per avere effetto retroattivo sul concorso incriminato, la norma dovrebbe spiegarne meglio una già esistente, invece questa è una deroga al decreto del 2014 che “riformava” i musei: infatti esclude i direttori museali dalle regole sulle assunzioni nella PA. Nemmeno una parola sulla nazionalità, né tantomeno sulle procedure opache che poi sono il motivo principale della bocciatura del Tar. E comunque si tratta di una norma nuova di zecca, non un’interpretazione di una vecchia: dunque, oltre a contraddirne altre tuttora vigenti, può valere al massimo per i concorsi futuri, non certo sanare ex post quelli passati. Peso el tacòn del buso.

A questo punto persino un superego debordante alzerebbe bandiera bianca e andrebbe a nascondersi in Papuasia (sempreché gli indigeni non avessero nulla in contrario), facendo perdere le proprie tracce in saecula saeculorum, magari dopo averci lasciato una riforma – questa sì benemerita – che consenta di importare dall’estero i ministri. Lui no: immarcescibile e impermeabile non solo alle leggi (le sue), ma anche al ridicolo, si fa intervistare da Repubblica sulla riforma elettorale, senza una sola domanda sulla catastrofe dei musei, ci mancherebbe. Intanto gli esplode in mano la rivolta dei teatri italiani, inferociti per i 4 milioni “fuori busta” all’Eliseo di Roma, ultimo strascico della dissennata distribuzione dei fichi secchi del Fus (il fondo unico dello spettacolo dal vivo, altro fiore all’occhiello del suo ministero). Forse il paragone con l’investigatore-rapinatore di Allen è troppo benevolo: diversamente da C.W. Briggs, che agiva sotto ipnosi, Franceschini pare sia lucido.

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Chiamate l’esorcista

MARCO TRAVAGLIO

A parte il cerone, il capino asfaltato, i miliardi, le televisioni, la condanna, le prescrizioni e le olgettine, che comprensibilmente tiene per sé, Silvio Berlusconi può dirsi soddisfatto: tutto il resto della sua eredità è in buone mani, essendosi trasferita come per possessione diabolica dal suo corpo a quello di Matteo Renzi. Dopo l’attacco alla Costituzione, il Ponte sullo Stretto, le leggi pro-evasori e antigiudici, l’occupazione della Rai, il Jobs Act, l’abolizione dell’articolo 18, la compravendita di parlamentari, il ministero ad Alfano e i voti di Verdini, l’assalto alla Procura di Napoli per la giustizia a orologeria e l’accanimento giudiziario, mancava soltanto l’attacco alle sentenze. Ed è puntualmente arrivato l’altroieri, appena un Tribunale – il Tar del Lazio – ha avuto finalmente il coraggio di dare torto a chi ha torto: cioè al cosiddetto ministro dei Beni culturali Dario Franceschini, che per nominare direttori dei musei chi voleva lui ha calpestato almeno due leggi, chiamando il tutto “riforma dei musei”. La questione sottoposta alla giustizia amministrativa da due dei tanti professori esclusi senza una sillaba di spiegazione è molto semplice e non c’entra nulla col valore personale o con i risultati dei cinque direttori stranieri bocciati. Una legge del 2001 stabilisce che i dirigenti dello Stato Italiano di interesse nazionale devono essere cittadini italiani. Così come in Francia francesi, in Germania tedeschi e così via. Il principio è ritenuto bizzarro? Come ha fatto per tante altre leggi, il governo Renzi poteva cambiare anche questa. Invece l’ha lasciata e poi l’ha violata: purtroppo non si può.pensatore.jpg

Un’altra serie di leggi impone, per i concorsi di selezione dei dirigenti statali, una serie di criteri di trasparenza che mettano tutti gli aspiranti in condizione di concorrere e che non parrebbero compatibili con le prove orali a porte chiuse o via Skype dai 5 ai 9 minuti (al massimo) effettuate per i musei in questione. La trasparenza non piace? Basta abolirla e stabilire che fanno tutto Renzi e Franceschini aumma aumma. Invece non l’hanno abolita, anzi ogni due per tre si sciacquano la bocca con l’Anac del Cantone multiuso. L’hanno semplicemente violata. E purtroppo non si può. In un paese serio, chi dà simili prove di cialtroneria e analfabetismo, miste alla consueta arroganza, chiede scusa e si dimette o viene accompagnato alla porta. Qui no. Franceschini tuona contro la “figuraccia mondiale”, espressione perfetta per un’autocritica: invece è un attacco al Tar che fa rispettare le leggi votate dal Parlamento di cui fa parte lui e confermate da due governi di cui fa parte lui.
Renzi, posseduto da B., va anche oltre: “Non abbiamo sbagliato perché abbiamo provato a cambiare i musei: abbiamo sbagliato perché non abbiamo provato a cambiare i Tar”. Non osiamo immaginare come voglia cambiarli: magari obbligandoli a dar sempre ragione al governo, specie quando è suo (poi magari passerà al Consiglio di Stato, dove ha paracadutato contro la legge la vigilessa Antonella Manzione, già capo del suo ufficio legislativo e coautrice di tante leggi scritte coi piedi). B. non avrebbe saputo dire meglio: se il giudice ti dà torto, non hai torto tu, ma il giudice. E bisogna riformare la giustizia per fare in modo che ti dia sempre ragione, a prescindere. Il fatto che il governo Renzi abbia violato la legge è un optional: se la legge dice il contrario di quello che fa Renzi, non è Renzi che è un fuorilegge, è la legge che è fuoriRenzi. Dunque non va nemmeno cambiata: va disapplicata e basta. Ora, per dire, gli studenti bocciati alla maturità potranno applicare il lodo Renzi-B. e chiedere la rimozione degli esaminatori: se ti respingono il ciuccio non sei tu, sono loro. Ora voi direte: questi peracottari verranno messi a posto dai giornalisti e dagl’intellettuali, cioè dagli opinion makerche formano l’opinione pubblica: magari ricordando le altre “riforme” del triennio renziano rase al suolo ora dal popolo (Costituzione Boschi&Verdini), dalla Consulta (Italicum e Madia), dal Consiglio di Stato (banche popolari), dal governo Gentiloni (Buona Scuola e Jobs Act) e dallo stesso Renzi (legittima difesa by night); e notando che sbagliare le leggi e poi incazzarsi con gli altri è roba da Asilo Mariuccia. Invece no. I cani da riporto del potere si sono subito affrettati a dar ragione ai fuorilegge e torto al Tar che rispetta la legge.

Per Francesco Merlo di Repubblica, la sentenza dice che i direttori bocciati “sono bravi e dunque illegali”: dice tutt’altro, ma mica si può scrivere. Per il mondadoriano Gian Arturo Ferrari, sul Corriere, la sentenza è “assurda” e l’osservanza della legge è “sadismo burocratico”. O, per dirla con Luigi La Spina de La Stampa, “dittatura del cavillo”. Sul Messaggero, Oscar Giannino scuote il capo implume e sconsolato: qui non si può neppure più violare la legge in santa pace, e questa è “l’immagine di un Paese irriformabile”, regno dei “privilegi di casta” (i plurititolati professori esclusi senza uno straccio di motivazione sarebbero “casta”). Un grande abbraccio all’insegna delle fake news affratella la stampa di destra, centro e sinistra, in vista del Giornale Unico che fa da scorta al Partito Unico renzusconiano. Naturalmente la regola tipicamente sovietica o nordcoreana secondo cui le sentenze devono sempre dare ragione al governo non vale per tutti: dipende da chi governa. A Capodanno, quando il Tar del Lazio sospese l’ordinanza anti-botti della giunta Raggi – e non per violazioni di legge, ma per difetto di motivazione – nessuno si scagliò contro i giudici, ma tutti menarono la Raggi. Il Pd diede la colpa alla “sindaca incapace” che “non sa nemmeno scrivere un’ordinanza”, “non ne azzecca una” e “se ne deve andare”. Parola di un branco di buoni a nulla capaci di tutto.

Lo Statista di Casoria

MARCO TRAVAGLIO

Ci sono giornate che partono subito bene, soleggiate e radiose, poi però arriva un nuvolone nero a rattristarle. È quel che ci è accaduto ieri, nell’apprendere che l’onorevole sottosegretario Gennaro Migliore da Casoria non verrebbe mai a cena con noi, mentre con Berlusconi perché no. L’ha detto lui a Un giorno da pecora. E quel pensiero funesto (“mai a cena con Gennaro Migliore, che sfiga”), misto a un’inestinguibile invidia per B. (“lui a cena con Gennaro Migliore, che culo”) ci ha rovinato il pomeriggio e la sera. E non solo a noi. Mettiamoci nei panni degli elettori di sinistra che nel 2013 votarono Sel contribuendo all’elezione di Migliore, per poi vederlo traslocare armi e bagagli nel Pd; e anche nei panni degli elettori di centrosinistra che nel 2013 votarono Pd nella rassicurante certezza che non avrebbero contribuito all’elezione di Migliore, salvo ritrovarselo tra i piedi a parlare e a sottosegretarieggiare a nome loro. A questa brava gente va la nostra più sentita solidarietà, ma anche un’esortazione. Non sentitevi in colpa, non siete stati voi a spedire alla Camera e al governo un simile statista, avete un alibi di ferro: essendo entrato a Montecitorio nel 2006 col Porcellum per non uscirne mai più, il nostro eroe non ha mai provato l’ebbrezza di avere degli elettori, per la semplice ragione che non fu mai eletto. Ma sempre nominato, piazzato tre volte in cima alla lista bloccata di Sel e paracadutato alla Camera. Una bella consolazione per gli elettori, ma anche una bella comodità per lui. Così non deve render conto a nessuno di ciò che fa, dice ed, eventualmente, pensa.

Ora, per dire, è impegnatissimo a cancellare le tracce del suo antiberlusconismo, in vista del nuovo patto del Nazareno con B. Un’impresa di pulizie già ardua per quelli del Pd, ma doppiamente improba per gli ex-Sel come lui, passato direttamente da Vendola a Renzi senza passare dal via. Lui, alla radio, pensa di cavarsela così: “B. l’ho combattuto politicamente, ma non personalmente”. Quindi ci andrebbe non solo a cena, ma anche al governo, dove peraltro già convive con Alfano – dopo averlo accusato di “aggredire la magistratura con frasi intimidatorie che non possono non destare inquietudine” (13.5.13) – coi voti di Verdini e altra bella gente. Seguono strali al Fatto che osa ricordare il curriculum giudiziario di B. Un tempo, quando attaccavamo B., s’incazzavano B. & C.. Ora s’incazza Migliore. Lui del resto non l’ha mai attaccato personalmente. Diceva solo che B. “è vittima di utesta.pngna pericolosa sindrome staliniana, quella delle repressioni militari di Budapest e Praga” (22.10.2008).
“O sta davvero male, oppure si prepara ad atti profondamente illiberali. In entrambi i casi, si tratta di un uomo pericoloso” (26.6.09). “Fa persino tenerezza mista a compassione quando, in un impeto di senilità, cerca di trasformare lo squallore della vicenda escort in cui è coinvolto sino al collo in una prova di italico machismo” (10.9.09). “È divorato dall’odio per la democrazia. Odia tutti quelli che non lo riveriscono. Odia la legge uguale per tutti. Odia e minaccia la nostra libertà” (9.6.10). “È un vecchio satiro con gusti necrofili”che “immagina il futuro del Paese a sua immagine: ossia in via di imbalsamazione” (12.9.10). “È il momento di staccargli la spina ed evitare accanimenti terapeutici”(21.1.11). Insomma “è grottesco” (28.3.08) e “disgustoso” (19.2.11). Di qui l’appello a “tutta l’opposizione per costruire un ‘comitato di salute pubblica’ contro le farneticazioni e le pericolose iniziative di B., una mobilitazione permanente per impedire un colpo di mano dell’esecutivo sull’impunità del premier e sull’impianto della Costituzione” (10.12.09).

Tutte critiche politiche, mica personali. Del resto è sulla politica che la coerenza del Migliore emerge in tutta la sua rocciosità. Ora che Renzi lavora alle larghe intese con B., e l’accelerato Casoria-Arcore dietro, sarà un gioco da ragazzi dimostrare che lui l’ha sempre pensata così. “Alle larghe intese possono pensare solo B., Confindustria e tutti quelli che non hanno il polso delle necessità reali del Paese” (27.10.06). “Siamo contrari comunque a qualsiasi forma di governo che contempli nella maggioranza il Pdl e B.” (28.3.13). “Speriamo che non si faccia mai un governo con B.” (4.4.13). Perciò voleva cancellare la Gasparri e l’ex Cirielli, levare le frequenze a Rete4, varare una legge draconiana sul conflitto d’interessi. Faceva scudo col suo corpo alla Costituzione che “non si tocca e la difenderemo con la lotta” (7.10.09) e “mai come in questi tempi sentiamo quanto sia moderna e forte” (25.4.2010). E invocava una legge elettorale “col sistema tedesco” (9.11.07), mentre l’Italicum “è maleodorante” e “l’unico ricordo (spero non indelebile) che ne resterà sarà l’accordo Renzi-B.” (12.3.14).

Poi votò l’Italicum, la controriforma costituzionale e tutte le altre porcate neoberlusconiane del compagno Renzi, di cui diceva: “Casini e Renzi ignorano cosa voglia dire cambiare la politica di cieca austerità che ottusamente difendono” (3.11.12). Ben altri erano i soggetti con cui dialogare contro “il populismo di B.” (25.4.10). Tenetevi forte: “Certamente voglio dialogare con i 5Stelle su un programma credibile che intercetti la domanda di cambiamento” (26.2.13). Oggi invece i populisti da combattere sono i 5Stelle, con l’aiuto del noto europeista moderato B. Verrebbe quasi da domandare a Gennarino: “È forse un caso di doppia personalità?”. Ma anche questa frase è sua: “Da una parte dr. Berlusconi e dall’altra mr. Papi?!” (21.1.11). Forse, oltre a cambiare partito, lo statista di Casoria dovrebbe pure cambiare cognome. Che, fra l’altro, appare francamente eccessivo.

Tutto è perdonato

MARCO TRAVAGLIO

Rinfacciare a Renzi le sue bugie è come accusare Fabri Fibra o J-Ax di fare rap. Ma noi eravamo rimasti ai suoi proclami: “Un condannato, in un Paese civile, va a casa da sé” (30.8.2013), “Una sentenza definitiva dice che è colpevole: in un qualsiasi Paese dove un leader politico viene condannato, la partita è finita. Game over” (11.11.2013), “Mai più inciuci né larghe intese con Berlusconi” (28.10.2013). Ora invece usa la legge elettorale per un Patto del Nazareno-2 che apra la strada a un governo con B. nella prossima legislatura. Tant’è che esclude alleanze solo con M5S e Mdp, e chiama “pregiudicato” Grillo, non B. Eppure B. è pregiudicato per frode fiscale e Grillo per un incidente stradale del 1981 che, politicamente e moralmente, fa una certa differenza. Si dirà: ma Renzi si era già rimangiato tutto nel gennaio 2014, quando siglò il Patto del Nazareno-1. Ma c’è una bella differenza tra allora e oggi. Tre anni fa Renzi s’apprestava ad andare al governo e voleva riformare la legge elettorale Porcellum (appena bocciata dalla Consulta) e la Costituzione. Non avendo i numeri per farlo da solo e volendo coinvolgere le opposizioni, si era rivolto ai 5Stelle, che l’avevano sfanculato. A quel punto aveva coinvolto l’altro terzo del Parlamento: il centrodestra. Operazione legittima, anche se poi produsse i due aborti dell’Italicum (poi cancellato dalla Consulta) e la controriforma costituzionale Boschi (poi rasa al suolo dal popolo italiano).

rosatellum-1Ora i 5Stelle sono finalmente scesi dalla loro torre d’avorio e hanno offerto a Renzi i loro voti per una legge elettorale condivisa, partendo dalla legge ritagliata dalla Corte sulle spoglie dell’Italicum, ma disposti a modificarla. E rappresentano tanti elettori quanti il Pd. Dunque Renzi non ha alcun motivo di tagliarli fuori, mentre ne avrebbe parecchi per escludere FI, anche se tutti – non solo lui – fingono di dimenticarli. Domenica i maggiori quotidiani italiani, Corriere e Repubblica, si sono schierati in stereofonia per un bel governo Renzi-B. che salvi l’Italia da “populisti”,“sovranisti”, “antieuropeisti” in due editoriali che, se non fossero tragici, sarebbero comici. Sul Corriere, il politologo Michele Salvati, ex deputato dell’Ulivo, tra gl’inventori di quel capolavoro che è il Pd, ci spiega che Renzi e B. devono unire i loro “opposti moderatismi” per il nostro bene contro i 5Stelle incapaci e nemici della democrazia, e in nome dell’“Europa”. I due gli “sembrano affidabili, da soli o in collaborazione fra loro, come leader di un’Italia che partecipa a pieno titolo al processo di riforma dell’Ue”. Perbacco, roba forte.
Entrambi – ci illumina Salvati – “sembrano convinti che la prossima debba essere una legislatura costituente” per “riprendere i processi di riforma elettorale e costituzionale” in vista di una “democrazia governante”, come se non fossero già stati bocciati dalla Consulta e dagli elettori. Purtroppo – si incupisce Salvati – il noto “moderato” B. ha un handicap. Non, per carità, il fatto che sia un delinquente seriale condannato per frode fiscale e pluriprescritto per altri gravissimi delitti, e che il suo partito sia pieno di criminali, dall’ideatore Marcello Dell’Utri (in galera per mafia) in giù: queste sono quisquilie. Ma il fatto che B. voglia allearsi con i “sovranisti di Lega e Fratelli d’Italia”. Ecco, il problema non è lui, ma le cattive compagnie: frequenta incensurati. La stessa tesi, su Repubblica , sostiene Scalfari, che da mesi implora Renzi di allearsi con “il centro-destra moderato (sic, ndr) di Alfano e Berlusconi”. Il Caimano sarebbe proprio perfetto, se si scrollasse di dosso Salvini che – horribile dictu – è “a ridosso di Putin”. Invece B. e Putin non si conoscono proprio.

Tale è il terrore delle élite italiote di perdere le greppie di riferimento e di non riuscire a controllare un governo dopo 60 anni, che dimenticano, rimuovono e condonano tutto. Anche la storia dell’ultimo quarto di secolo: le sentenze definitive, le leggi ad personam e ad aziendas, i conflitti d’interessi, le devastazioni della Costituzione e della Giustizia, le tangenti, i fiumi di fondi neri, i rapporti con le mafie, i giudici comprati, i vilipendi ai magistrati, l’illegalità legalizzata e rivendicata, le epurazioni in Rai e nei giornali, le compravendite di parlamentari per tenere in piedi i suoi governi minoritari e rovesciare quello maggioritario di Prodi, le complicità con le guerre criminali in Afghanistan e Iraq che hanno poi creato l’Isis, le menzogne elevate a sistema, le corna e le figuracce in giro per il mondo, i sabotaggi di ogni vagito di politica comune europea, i baciamano a Gheddafi, le riverenze ai peggiori tiranni, i bagordi nelle dacie di Putin. Tutto perdonato, tutto prescritto: anche le parole di fuoco che per 20-30 anni Salvati e soprattutto Scalfari hanno scritto contro la più grave minaccia che si sia mai abbattuta nell’ultimo mezzo secolo sulla democrazia italiana.

Ora, che Renzi abbia cambiato idea su B., ci può anche stare: è un ometto senza memoria né scrupoli né pudore perché non ha un passato né un’idea né un’etica e, pur di tornare al potere, è disposto a tutto. Ma se due intellettuali del calibro di Scalfari e Salvati compiono un’inversione a U, anzi a B., così repentina, trasformando un ex pericolo pubblico in un europeista moderato, uno straccio di spiegazione sarebbe auspicabile. B. ha molti difetti, ma non quello di nascondersi o camuffarsi: è sempre lo stesso e si è sempre saputo chi è. Sono Scalfari e Salvati che sono cambiati. E ora dovrebbero precisare se sbagliavano o mentivano ieri, oppure sbagliano o mentono oggi. Non a noi apòti, che non ce la siamo mai bevuta. Ma ai loro affezionati lettori, che potrebbero sentirsi presi lievemente per il culo.

Saldi di fine stagione

MARCO TRAVAGLIO

Il nuovo idolo assoluto è Simona Vicari, senatrice ex schifaniana e ora alfaniana, ovviamente indagata per corruzione, che s’è dimessa da sottosegretario alle Infrastrutture e Trasporti. La Procura di Palermo la accusa di aver infilato un emendamento nella legge di Stabilità che dimezzava l’Iva (dal 10 al 5%) sui trasporti marittimi urbani in cambio di un Rolex da 5.800 euro, omaggio tangentizio dell’armatore Ettore Morace che, già che c’era, le aveva pure assunto il fratello Manfredi (incaricato della consegna dell’orologio alla sorella). “Sei stato davvero un tesoro”, lo ringraziò lei al telefono. Poche ore dopo le dimissioni, ha rilasciato una strepitosa intervista al Corriere: un monumento alla nuova politica 2017, da delibare parola per parola.

1. “Sono assolutamente serena”. È uSchermata 2017-05-23 alle 08.40.14.pngna premessa fissa, la clausola di stile di ogni inquisito che si rispetti. Dire “sono assolutamente innocente” non si usa più da un pezzo: troppo compromettente. Meglio “sereno”, più flessibile e aperto a ogni esito processuale. E poi mettiamoci nei suoi panni: una che stava con Schifani e ora sta con Alfano con l’aggettivo “innocente” rischia sempre di offendere qualcuno. E prima o poi potrebbero chiedergliene conto: come sarebbe a dire “innocente”? Vuoi sottintendere che noi non lo siamo? Del resto, se una è innocente, non si vede perché si iscriva a FI, poi a Ncd, poi ad Api: che sia un’infiltrata? Si fa presto ad attirare le peggiori maldicenze, tipo il sospetto di concorso esterno in onestà. Lo dice pure Cetto La Qualunque al figlio: “Non mettere il casco in moto, sennò ti prendono per ricchione”.

2. “Io non ho agito nell’interesse di una persona, ma di un’intera categoria”. Già. Peccato che poi un armatore le abbia fatto il regalino e gli altri no. E le leggi andrebbero approvate gratis: altrimenti è corruzione. Almeno per il Codice penale. Invece il Parlamento suole coprire con l’immunità i politici che si vendono le leggi, in nome dell’insindacabilità per i “voti espressi”. Anche quando sono a pagamento. Quindi ci sono buone speranze che il Senato neghi ai pm l’autorizzazione a usare le intercettazioni della Vicari che ringrazia Morace per il gentile pensiero. Tipico caso di giustizia a orologeria, marca Rolex.

3.“Ho letto che sarei accusata di corruzione. Ma di che  parliamo? Quell’orologio riguarda rapporti con le persone che uno ha a prescindere. Dalle intercettazioni si capisce benissimo si tratta di un regalo di Natale”. In effetti chi di noi non ha un armatore che, a ogni Natale, gli regala un Rolex a prescindere? Chi è senza Rolex di Morace scagli la prima pietra.

4.“Poi sì, io l’ho chiamato per ringraziare. Ma se lo avessi fatto per corruzione, secondo lei avrei ringraziato?”. Ecco, noi dobbiamo confessare una certa ignoranza sul galateo della corruzione: pensavamo che, alla consegna della mazzetta o del Rolex, fosse buon uso o buona educazione ringraziare. Invece la Vicari, che deve avere una certa esperienza in materia, ci spiega che in caso di corruzione è severamente sconsigliato ringraziare. A costo di passare per maleducati, si incassa in silenzio. I tangentisti alle prime armi prendano buona nota: mai dire grazie, altrimenti è corruzione. È un modo per sfoltire il sovraccarico di procure e tribunali: se il corrotto non ringrazia il corruttore, è inutile aprire un’inchiesta, perché quella non si chiama corruzione, ma regalo di Natale. Anche fuori stagione.

5. “Morace ha risparmiato 7 milioni di tasse… Ecco, non le pare che rispetto a questo il valore del Rolex fosse un po’ sproporzionato? Un po’ poco, intendo”. In effetti ultimamente i corruttori hanno il braccino un po’ corto (e figurarsi l’umiliazione della Vicari nell’apprendere che, per il suo Rolex, Morace aveva chiesto “un modello economico” e “col massimo sconto”). Anche perché ormai i politici sono in saldo: vengono via per un tozzo di pane. Di questo passo, si rischia di turbare il mercato e di rovinare migliaia di corrotti. Se uno, in cambio di 7 milioni di sgravi fiscali, si contenta di
5.800 euro (meno dell’1 per mille), è un attimo che la categoria dei tangentari scende sotto la soglia minima di sussistenza. Altro che orologini: un emendamento fiscale vale almeno una barca. Urge riallineare le tariffe dei politici agli standard minimi della libera concorrenza.

6.“Ci sono ministri che hanno preso non uno, ma tre Rolex e sono ancora in carica”. E questo è molto brutto, una vera ingiustizia: loro ministri con tre Rolex, lei non più sottosegretaria con uno solo. Bisogna rimediare subito: o se ne fa mandare altri due e rientra nel governo; o ci dice chi sono gli altri con tre e il partito di Alfano presenta una mozione di sfiducia individuale.

7. “Io che chiedo a Morace di assumere mio fratello? Ma quando mai? Mio fratello si è laureato in Giurisprudenza un anno, un anno e mezzo fa e alla Liberty Lines sta facendo uno stage a tempo determinato. Morace cercava qualcuno…”. In Sicilia, com’è noto, c’è la piena occupazione. E di neolaureati senza lavoro ce n’era uno solo. Appena Morace s’è messo a cercare uno stagista, non poteva che imbattersi nel fratello della sottosegretaria. Ora, sistemato lui, per gli stage vanno a prendersi direttamente i profughi sui barconi.

8. “Il mio rapporto con Morace non nasce da questo episodio, in Sicilia ci conosciamo tutti”. Ma sì, in fondo la Sicilia è un paesone di 5 milioni di abitanti appena, tutti conoscono tutti. Il che spiega, per esempio, come mai è così difficile darsi alla latitanza. A proposito: la Vicari conosce mica un certo Matteo Messina Denaro? Lo cercano, o almeno così dicono, da 24 anni. Visto che lei conosce tutti, gli farebbe un fischio per dirgli di farsi vivo?

Post-it verità

MARCO TRAVAGLIO

Il 3 ottobre 2009 in piazza del Popolo e il 1°luglio 2010 in piazza San Giovanni a Roma centinaia di migliaia di persone manifestarono contro la legge-bavaglio del ministro Alfano sulle intercettazioni (governo Berlusconi-3). Nella parte che allargava il segreto sugli atti d’indagine e aumentava le pene per chi li pubblicava, era copiata paro paro da quella del ministro Mastella (governo Prodi-2) approvata alla Camera dal centro-sinistra nel maggio 2007, prima che finisse anzitempo la legislatura impedendo al Senato di completare lo scempio. Le due manifestazioni erano promosse dalla Fnsi (il sindacato giornalisti), con l’adesione dell’Usigrai, dell’Ordine e addirittura degli editori (Fieg). Siccome erano d’accordo i padroni, si associarono giulivi anche i giornaloni (da Repubblica al Corriere giù giù fino a Famiglia Cristiana e Avvenire). Sopra e sotto il palco si fecero notare i più noti giornalisti della Rai e della carta, politici come Bersani, Fassino, Gentiloni, Veltroni, Zingaretti, Bertinotti, Di Pietro, Bindi, i vertici Fiom-Cgil, intellettuali come Saviano, Maraini, Onida e vari artisti. Anche noi del Fatto aderimmo a quella che pareva una battaglia di principio, per difendere il diritto-dovere di pubblicare tutte le notizie, segrete e non, di interesse pubblico senza finire in galera o perdere il lavoro o pagare milioni di danni a noti manigoldi.

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Alla fine la battaglia fu vinta: mentre la gente sfilava in piazza Navona, il presidente Napolitano comunicò che il ddl Alfano passato al Senato presentava “punti critici” e minacciò di non promulgarlo se non fosse cambiato alla Camera: notizia annunciata in tempo reale da Tiziana Ferrario fra le standing ovation dei manifestanti. Dopodiché dal centrodestra si sfilarono i finiani e non se ne riparlò più. Ora che il bavaglio riprova a mettercelo il centrosinistra, col ddl Orlando avviato da Renzi e confermato da Gentiloni, invece di occuparsi della cloaca massima che tracima fino al governo, è chiaro che quella battaglia con la libertà di stampa non c’entrava nulla: era uno dei tanti capitoli della guerra a B., scaricato dagli altri poteri. Infatti tutti quelli che allora strillavano contro il bavaglio adesso strillano pro bavaglio. O tacciono e acconsentono. Avete notizie di cortei o proclami di Fnsi, Ordine e Fieg? Avete più visto i post-it gialli che Repubblica disseminava nelle sue pagine per segnalare “quello che non potremmo più scrivere”? Al posto c’è uno strano editoriale di Mario Calabresi. Premessa: abbiamo fatto bene a pubblicare la telefonata dei due Renzi, “giornalisticamente rilevante per l’opinione pubblica”.
Conclusione: urge una “nuova legge… per dare ordine e uniformità al metodo dei diversi tribunali, per mettere un freno al fiume di intercettazioni… senza distinzioni tra chi è indagato e chi finisce semplicemente intercettato”. Una legge copiata dalle “circolari di autoregolamentazione delle procure di Torino, Roma, Napoli, Bari, Firenze che … eliminano dagli atti le intercettazioni ritenute non rilevanti che contengano dati sensibili o violino la privacy”. Una legge che “non lede il principio fondamentale di un giornalista: cercare di pubblicare notizie ogni volta che hanno valore per l’opinione pubblica, anche se sono riservate o penalmente irrilevanti”. Oh bella, caro Mario: ma se chiedi una legge per chiudere, a monte, il rubinetto di tutto ciò che è penalmente irrilevante è ovvio che, a valle, non ci arriverà più una sola notizia di interesse etico-politico-deontologico per l’opinione pubblica. E se affidi la cernita alle procure, diventi proprio ciò che non vuoi essere: “Buca delle lettere delle procure”. E rinunci in partenza a essere ciò che dovresti essere: il cane da guardia su ogni potere, anche quello dei pm, che così decideranno discrezionalmente, senz’alcuna trasparenza o controllo, ciò che potremo ancora o non potremo più sapere e far sapere. È come dire: imbavagliateci, sennò poi ci parte la mano e scriviamo la verità. Come se un chirurgo implorasse il Parlamento di proibire il bisturi. Questa voglia matta di autobavaglio accomuna tutti i giornaloni, sempre più difficili da distinguere dai santini elettorali. Sul Corriere, Polito El Drito si tormenta perché “da anni non si riesce a correggere ciò che tutti criticano nel sistema delle intercettazioni, e cioè gli abusi, la violazione della privacy (e cosa, di grazia, nella telefonata dei Renzis attiene alla privacy?), le fughe di notizie” e teme dolente “che anche per questa legislatura non se ne faccia niente”. Chissà i salti di gioia dei suoi cronisti. Sul Mattino, tal Massimo Adinolfi parla di “nuova notte della Repubblica” (la telefonata dei Renzis come il caso Moro). Dipinge il Fatto come un covo di criminali che violano la privacy (aridàgli) di Matteo suo. Dà per scontato che le fughe di notizie e le “violazioni del riserbo” le faccia Woodcock e che il capitano Scafarto “manipoli verbali” (con i verbi all’indicativo, come se il Csm e il Tribunale avessero già condannato il pm e l’ufficiale). Poi intima al Csm di “prendere finalmente posizione” (anche se non ha alcun potere in materia). Questi signori fingono di non sapere che è molto più difficile sputtanare una persona perbene riportando le sue parole intercettate che calunniandola senza elementi concreti. Se Woodcock fosse stato intercettato, avrebbe già dimostrato la sua correttezza e sbugiardato i giornaloni che lo linciano. Perciò, cari “colleghi”, nessuno pretende che torniate in piazza a dire del bavaglio del Pd ciò che dicevate del bavaglio di B. Chiedervi un minimo di coerenza sarebbe troppo. Vi fanno schifo le notizie? Liberissimi. Mettete su un bell’ufficio stampa, dedicatevi al giardinaggio, portate al pascolo un gregge di pecore. E lasciateci fare il nostro lavoro in pace.

Il miracolo di Medjugorje

mado.jpgQuando, il 24 giugno 1981, la Madonna apparve a sei ragazzi compresi fra i dieci e i sedici anni, Medjugorje era un piccolo e poverissimo paese della Jugoslavia. Molti vivevano in case senza riscaldamento e acqua corrente, non tutti avevano l’energia elettrica. Da allora, secondo uno studio dell’Università dell’Erzegovina, e soprattutto dopo la guerra, il giro d’affari è stato di quasi 12 miliardi di euro. Medjugorje ha 5 mila abitanti, di cui 2 mila impiegati nel turismo, e 20 mila posti letto. Il paese è ormai una new town, fatta di alberghi color salmone dai nomi celestiali, decine e decine di negozi di oggetti sacri, pizzerie, rivendite di borse Fendi e Prada finte.

Papa Francesco ha appena lasciato intendere che le apparizioni del 1981 sono credibili, e le successive, a centinaia, sanno di buca postale. Il santuario è fra i più visitati al mondo: circa due milioni di fedeli l’anno, e lì si registrano continue conversioni. Che ci siano state le apparizioni o meno ora è persino secondario: Medjugorje è un luogo di indubitabile forza mistica. Poi c’è anche chi se ne va nauseato dal mercimonio. È incredibile il contrasto, in poche strade, fra alte questioni di spiritualità e secolari questioni di guadagno. Succede, con intensità diversa, in tutti i luoghi di culto. Sono luoghi da cui il fedele vuole portarsi via un ricordo, un rosario o una statua, secondo le possibiltà delle tasche. A due passi dal Vaticano è in vendita una statua di Wojtyla a 8 mila euro. I mercanti nel tempio: ecco un dibattito vecchio come il mondo.

Mattia Feltri