Ridi, pagliaccio

MARCO TRAVAGLIO

Magari è superfluo, ma forse è il caso di precisarlo, visto il precipitoso arrampicarsi dei Macron de noantri sulla Tour Eiffel del vincitore: ragazzi, si è votato in Francia, mica in Italia. Per carità, è comprensibile e umano lo sforzo dei più noti perditori della storia di appropriarsi del successo altrui, però sarebbe il caso di calmarsi. E di riflettere su qualche elementare differenza.

1) Viste le sue performance alle Comunali e al referendum, Renzi non è il Macron italiano, semmai l’Hamon: il leader del Ps (nel Pse col Pd) alle primarie aveva raccolto 1,2 milioni di voti, tanti quanti Matteo due domeniche fa.

2) Macron, dopo 5 anni di governo, ha preso atto del fallimento del Ps che aveva vinto nel 2012 e ha fondato un nuovo movimento. Renzi ha preso in mano il Pd che non aveva vinto nel 2013, l’ha svuotato imponendogli un programma alternativo, è andato al governo senza passare per le urne, ha fallito su quasi tutti i fronti e s’è ripresentato come nuovo, fischiettando. E ha sostituito la doverosa autocritica per i rovesci dell’ultimo anno con le solite scuse puerili. Domenica è riuscito a scrivere che “rosica” perché “Macron è al ballottaggio col 23% e noi stiamo a casa col 41%”(scambiando il referendum rovinosamente perduto per un’elezione politica e il 41% dei Sì per un voto a lui). Ha detto che non abbiamo una legge elettorale per “colpa di chi ha votato No” (confondendo la sua riforma costituzionale bocciata dagli elettori con il suo Italicum bocciato dalla Consulta). E ha aggiunto che invidia la legge elettorale francesemarianna.jpeg: e perché allora non approvò quella, al posto dell’orrido Italicum?

3) Macron è un ex banchiere, cioè un tecnico e un tecnocrate di 39 anni che ha potuto presentarsi come uomo nuovo con un gran colpo di marketing e maquillage che ha cancellato il suo fallimentare quadriennio di consigliere e ministro di Hollande, perché ha lanciato il nuovo marchio En Marche! contro tutti i partiti, compreso il suo. Renzi è un politico di professione senza un mestiere ed era un uomo nuovo di 39 anni quattro anni fa, quando vinse le primarie, andò al governo e trionfò alle Europee col 40,8%; ora è il commissario liquidatore di un partito vecchio di 10 anni che ne cumula due vecchi di decenni.

4) Macron ha stravinto il ballottaggio, ma per dire che ha “sconfitto il populismo” è un po’ presto: è stato votato da due terzi dei due terzi degli aventi diritto al voto; mezza Francia, quella arrabbiata e sfiduciata delle banlieue, dei giovani e degli esclusi, è tutta all’opposizione.
Ha regalato a una come la Le Pen il record dei voti (il doppio di quelli di suo padre contro Chirac) o non ha partecipato (primato di astensioni e schede bianche dal 1969). E da oggi è pronta ad allargarsi se lui fallirà: o perché non avrà i numeri per governare da solo (senza partito e senza la sua faccia da copertina, sarà più difficile raccogliere voti alle Legislative di giugno); o perché persevererà diabolicamente nelle politiche di flessibilità che hanno già dannato la falsa sinistra di Hollande.

5) Macron s’è posto al centro e ha cannibalizzato i vecchi partiti che avevano sempre governato, il socialista e il gollista, approfittando dell’estinzione del primo e degli scandali che hanno impallinato il leader del secondo, Fillon; e soprattutto si è giovato della divisione del fronte nemico di questa Europa, che al primo turno ha sfiorato il 50% dei votanti ma era spaccato a metà tra la destra lepenista (21,3) e la sinistra di Mélenchon (19,6), più una serie di partiti minori (intorno al 7%). L’Italia è tutta un’altra storia. Anche qui gli avversari di questa Ue rappresentano circa la metà dei votanti, ma scelgono in gran parte un movimento trasversale e non demonizzabile con accuse di fascismo come i 5Stelle (30% nei sondaggi) e solo in minoranza Salvini&Meloni (15%) e le varie sinistre (5-6%).

6) In Francia il sentimento anti-Ue è meno vasto che in Italia, perché questa Europa si regge sull’asse franco-tedesco. I francesi ne fanno parte, noi no. Perciò Macron ha potuto promettere la massima continuità col sistema attuale e vincere. In Italia chi vuole lasciare le cose come stanno, e cioè Renzi e B., che infatti non hanno mai fatto nulla per modificare lo status quo dei trattati, si travestono da populisti anti-Ue e anti-Merkel, per non perdere milioni di voti, salvo accreditarsi come argini contro il populismo e l’antieuropeismo. A Parigi chi non voleva tra i piedi la bandiera europea era la Le Pen; a Roma, è Renzi. Che si camuffa da Macron, ma non si sognerebbe mai di far suonare l’Inno alla Gioia prima di quello di Mameli, come ha fatto l’altra sera il neopresidente francese, anteponendolo alla Marsigliese. Agli interessi dell’Italia e di tutti gli altri Paesi esclusi dall’asse franco-tedesco, soprattutto dopo l’uscita della Gran Bretagna che fungeva da contrappeso, sarebbe convenuta la vittoria di un nemico degli attuali assetti europei (meglio Mélenchon della Le Pen, naturalmente): per spaccare il fronte Berlino-Parigi e incunearvisi con nuovi rapporti di forze nel segno della discontinuità. Invece ha vinto l’enfant gâté dell’establishment e delle banche d’affari, che fa esultare i piani alti di Bruxelles, Francoforte, Berlino e ora corre a baciare gli stivali della Merkel per rinsaldare l’Europa a due, con gli Stati del Sud relegati nel ruolo di comparse. Italia compresa. E allora che avranno da ridere e da esultare i Renzi, i Gentiloni, i Mattarella, i Letta, i Prodi, gli Alfano e i B.? Se ne accorgeranno quando torneranno a Bruxelles col cappello in mano a mendicare “flessibilità”, e ne riceveranno le solite pernacchie franco-tedesche. Allora, forse, smetteranno di ridere.

I soliti ignoti

MARCO TRAVAGLIO

Bisogna assolutamente erigere un monumento al Legislatore Ignoto (senza volto, si capisce) e dedicargli una strada, una piazza, una festa nazionale. Commemorarlo, ecco, per quell’elementare sentimento di gratitudine che gli è dovuto per gli alti servigi resi alla Patria. Stiamo parlando dell’anonimo personaggio che appena esce una legge sbagliata, scandalosa o soltanto comica viene regolarmente incolpato di averla scritta da solo, di nascosto, all’insaputa del governo, del Parlamento, dei partiti. Di lui si sa soltanto che è un tipo diabolico, perché riesce ogni volta a gabbare centinaia di parlamentari che gli firmano e gli approvano tutto. Ed è pure attivissimo: piazza un colpaccio dopo l’altro senza mai farsene accorgere: niente impronte digitali, intercettazioni telefoniche o telematiche o ambientali, riprese di telecamere, testimoni. Un fantasma. Ogni mattina esce di casa col passamontagna, i guanti, le ghette, gli occhiali scuri, il bavero rialzato, il telefono satellitare incaptabile. Si intrufola Dio solo sa come, con un pass contraffatto, nei palazzi della politica, partorisce leggi tragicomiche, le mette in circolo, carpisce firme e voti con l’inganno in Consiglio dei ministri, nelle commissioni e infine nelle aule di Montecitorio e Palazzo Madama subornando plotoni di politici ignari di tutto ma pronti a tutto e capaci di tutto. Infine si gode lo spettacolo.

I giornali o le opposizioni scoprono la boiata e allora va in scena il vaudeville: premier, ministri e sottosegretari cascano dal pero, i parlamentari si dissociano da se stessi, i leader dei partiti prendono le distanze dai medesimi, in una gara all’insaputismo e all’“io non c’ero e se c’ero dormivo” che gonfia le vele dell’antipolitica e ingrossa le file del populismo. Ecco, il nostro uomo dev’essere un simpatizzante grillino, o leghista, o meloniano, perché a ogni sua impresa le forze anti-sistema guadagnano migliaia di voti gratis, senza far nulla: basta lasciar fare gli altri. Cioè ai professionisti e ai competenti che han fatto le scuole alte, mica come i baluba che si bevono le fake news, sbagliano i congiuntivi, non distinguono il Cile dal Venezuela, non sanno neppure sterminare i topi e i centurioni a Roma, e figurarsi se un giorno – Dio ne scampi – dovessero andare al governo e scrivere le leggi.

Si spiega così l’emendamento di Natale 2014 che depenalizzava la frode fiscale: non fu Renzi, fu il Legislatore Ignoto. E il Codice degli appalti pieno di vaccate: non fu colpa di nessuno, fu il nostro uomo. E la controriforma costituzionale, scritta coi piedi (gli stessi): altro che Boschi e Verdini, era tutta roba sua.
E la riforma Madia-Napolitano jr.-Mattarella jr. della PA bocciata dalla Consulta: sempre lui (poi la Madia, tanto per cambiare, copiò). E la legge Renzi-Padoan sulle banche popolari, finita alla Consulta: ancora lui. E l’Italicum raso al suolo della Corte: opera sua. E la Buona Scuola, smantellata persino dalla finta laureata Fedeli: sempre lui. E gli 80 euro retrattili per un milione e passa di lavoratori: tutta farina del suo sacco. E il bail in con i tre decreti sul non-rimborso dei risparmiatori fregati dalle ban

che: tutta roba sua. E l’emendamento Boschi-Delrio che leva i superpoteri a Cantone: un altro audace colpo del solito ignoto. Il quale, alcuni mesi fa, si annoiava a morte e s’è voluto divertire un po’ mettendo lo zampino nella legge sulla legittima difesa. Perché ovviamente è stato lui, mica quel sant’uomo di David Ermini, responsabile giustizia del Pd e relatore della norma, che è un professionista della politica, un avvocato, un giurista, un toscano e pure un renziano, insomma una testa tanta: come potrebbe mai ignorare che, per estendere la licenza di uccidere senza distinzioni fra notte e giorno, bisogna accuratamente evitare di inserire il benché minimo accenno al “tempo di notte” e, per dire “oppure”, è meglio scrivere “oppure” e non “ovvero” o “imperciocché” o “perdindirindina” o “poffarbacco”? Ora il povero Ermini, sconfessato da Renzi che naturalmente sapeva tutto perché tutto è avvenuto ai tempi del suo governo (come per la legge sul telemarketing, rinnegata ieri), è pure assediato dalle domande dei militanti in fuga, di cui la più gentile è: “Chi è quel pirla che ha scritto ’sta legge?”. E non può rispondere “Non è stato nessuno” o “È stato uno che non conosco”.

traditional-decorative-objects-and-figurines.jpg

Così promette di cancellare in Senato quel maledetto “tempo di notte” approvato dalla Camera, che ha fatto di lui l’erede naturale di Ridolini. E scarica quello sciagurato “ovvero” sulla ministra Finocchiaro (così impara a non essere toscana). Tutto per non ammettere che in una notte senza luna un ignoto visitatore si introdusse in casa sua sottraendogli il testo originale della legge e sostituendolo con la versione riveduta e corrotta col “tempo di notte” e l’“ovvero”, e lui non potè neppure sparargli perché la legge non era ancora passata. Dopodiché, anche quella volta, nessuno si accorse di nulla e la Camera approvò festosamente la boiata (225 sì, 166 no e 11 astenuti): lì, a gentile richiesta di Renzi & Alfano, si vota di tutto, anche – se del caso – l’abrogazione dei semafori e delle strisce pedonali (non invece di quelle di cocaina, vista la concentrazione di polvere bianca riscontrata da MillenniuM nei wc della Camera). Ora traballano le poltrone di Gentiloni, Calenda e Campo Dall’Orto. E tutti a domandarsi: chi è quel pirla che ha nominato Campo Dall’Orto dg e ad della Rai, ha indicato al Quirinale Gentiloni come premier e ha nominato Calenda viceministro al Commercio estero, poi rappresentante permanente dell’Italia nell’Ue, infine ministro dello Sviluppo Economico, e ora vuole cacciarli tutti e tre? E qui purtroppo non si scappa: o è il solito ignoto, o è il solito noto.

Il pistola con la pistola

MARCO TRAVAGLIO

La legge Pd-Alfano-Monty Python sulla legittima difesa si candida al premio speciale per la miglior gag comica del secolo, a pari merito con il “Sarchiapone” di Walter Chiari, il “Vieni avanti cretino” dei fratelli De Rege e il “Che so’ Pasquale io?” di Totò e Mario Castellani. La maggioranza Pd-Api si accorda per modificare la norma Berlusconi-Castelli del 2006, che spingeva un po’ più a destra il Codice fascista di Alfredo Rocco, dunque per il centro-sinistra è troppo sovversiva perché locandina.jpgconsente al rapinato di sparare al rapinatore che lo minaccia o lo aggredisce, ma non a quello che scappa (purtroppo, trattandosi di legittima difesa, implica pur sempre l’esigenza di difendersi da qualcosa). Alla Camera, il relatore del testo concordato dal trust di cervelli governativi è il responsabile Giustizia del Pd, il renziano David Ermini, ovviamente toscano, di professione avvocato. Il noto giureconsulto ha però nozioni approssimative della lingua italiana, oltre a manifestare gravi lacune in materia di diritto e soprattutto di logica. Risultato: “Si considera legittima difesa la reazione a un’aggressione commessa in tempo di notte ovvero a seguito dell’introduzione nei luoghi ivi indicati con violenza alle persone o alle cose ovvero con minaccia o con inganno”. Le parole chiave sono “notte ” e “ovvero” (due volte). La congiunzione “ovvero”, nella lingua italiana, può voler dire “oppure” (disgiuntiva) o “cioè”(esplicativa). Ma in linguaggio giuridico, per evitare ambiguità, la Consulta ha già stabilito che vuol dire soltanto “oppure”, per separare due ipotesi alternative.

Quindi il testo Ermini va letto così: di notte si può sparare sempre, invece di giorno solo in caso di violenza o minaccia o inganno. Non è cosa da poco, visto che per fortuna la gran parte dei topi d’appartamento si presenta armata solo di grimaldelli o altri aggeggi per forzare porte, blindature e antifurti, cioè per rubare, non per uccidere o ferire. Dunque vanno arrestati, processati e condannati, non ammazzati. A meno che intendano ferire o uccidere, nel qual caso chi è armato ha tutto il diritto (in base al Codice Rocco corretto da B. & Castelli) di sparare. La licenza di uccidere di notte scatena tsunami di risate sui social e soprattutto nelle gang di rapinatori. “Entra nella sede del Pd di notte e Renzi gli spara: grave Gentiloni” (Lercio.it). “Nelle notti di luna piena si vede meglio che nei giorni di uragano” (Carlo Nordio). “Soddisfatto il sindacato ladri: ‘Finalmente si potrà lavorare a orari decenti’” (Bufalanews). “Quindi, se qualcuno vi sta sui coglioni, sapete a che ora invitarlo” (Forum Spinoza).
“Di notte si spara, di giorno si spera nell’eclissi”.“Ma se di giorno abbasso la tapparella, posso sparare lo stesso?”. “Sono preoccupato per la Befana e Babbo Natale”.“All’ingresso delle ville ci saranno due cartelli: ‘Attenti al cane’ e ‘Occhio all’orario’…”. Alcuni citano Arbore (“Ma la notte no”). Mattia Feltri riprende Uno sparo nel buio di Blake Edwards. Solo Renzi, impermeabile al ridicolo, non ci fa caso fino all’altroieri, quando i suoi social vengono invasi da lazzi, moccoli e pernacchie cui si associa persino il deputato Francesco Bonifazi che, essendo il tesoriere del Pd, ha un gran senso dell’umorismo: “Non facciamoci coprire di ridicolo, la differenza tra notte e giorno non la capisce nessuno”. Così l’altra sera, un minuto dopo l’approvazione della boiata alla Camera, il neo-risegretario realizza e si dissocia da se stesso: “Va bene una nuova legge sulla legittima difesa. Però scritta così è un pasticcio. Vista da fuori è incomprensibile”. Ecco: se B. veniva sempre frainteso dai giornalisti comunisti, lui viene continuamente equivocato dal suo partito (il che fra l’altro spiega quel 69% alle primarie). E ora? “Inviterò i senatori a correggere la legge”. Cioè gli tocca sperare nel Senato, che il 4 dicembre voleva trasformare in un passacarte della Camera, spacciandolo per un inutile doppione. Anzi, dovrà ringraziare chi ha votato No alla sua schiforma, salvandolo ora dall’ennesima figura barbina. Il presidente Grasso lo prende per il culo: “Meno male che il Senato c’è”.Schermata 2017-05-06 alle 12.59.21.png

Naturalmente, anche se i giornaloni fingono di cascarci, nessuno può credere che una legge voluta da Renzi che insegue Alfano che insegue B. che insegue la Meloni che insegue Salvini che al mercato mio padre comprò sia stata scritta, discussa e approvata dopo mesi di dibattito all’insaputa di Renzi. Ma è sempre meglio “Ermini, chi era costui? ”e“ Pd chi? ”dello sputtanamento in corso. E poi il pistola con la pistola quelle cose le ha dette di notte, quando si può sparare di tutto, anche cazzate. Nel frattempo però gli scudi umani governativi si erano già scatenati a magnificare la “riforma equilibrata” (Severgnini), la “legge giusta e proporzionata che risponde alla sacrosanta esigenza di sicurezza dei cittadini” (Battista), “Ok a una difesa più ampia e legittima” (l’Unità). E ora chi glielo dice ai trombettieri che il capolavoro non piace neanche a lui e non passerà mai (se lo cambiano al Senato coi voti di B., cioè lo peggiorano ancora, non ci sarà più tempo per tornare alla Camera)? E che fine avrà fatto il povero Ermini? Si sarà tolto la vita irrompendo nottetempo in casa di un nemico? Niente paura: fischiettando come se nulla fosse, si attesta sulla trincea del suo personalissimo “ovvero” purtroppo incompreso; poi, lievissima contraddizione in termini, si dice pronto a cancellare il riferimento alla notte: “Se non piace, lo leviamo”. Ma sarebbe un peccato. La sua norma, oltre a regalare a un Paese depresso un po’ di buonumore, è la migliore smentita a chi accusa il Pd di non voler fare una legge elettorale e una legge sul fine-vita. Le ha fatte entrambe in un colpo solo e non se n’è neppure accorto.

Gli evasi da notte

MARCO TRAVAGLIO

Abbiate pietà di noi, mandateci a votare. Un altro anno così non lo reggiamo. Questi, per comprare voti a buon mercato, sono capaci di tutto. Anche di regalare Alitalia a babbo Tiziano e Carlo Russo. Anche di far votare alle primarie, oltre ai migranti, pure i neonati appena vaccinati contro il morbillo. Anche di accusare la Raggi del sacco di Roma del 1527 per mano dei lanzichenecchi, noti progenitori delle orde grilline. Persino un normale servizio di Report sulla non-farmacovigilanza e sulle reazioni avverse a un vaccino diventa un caso politico, perché –come ha raccomandato Renzi ai suoi mentre gl’infermieri lo portavano via –“i vaccini devono diventare la Consip dei 5Stelle” (Tiziano e Russo sono vaccinati contro il virus dei pm). Come se potesse esistere il partito dei vaccini contro il partito dei virus. Del resto è appena nato il partito di Zuccaro contro il partito dei migranti e delle Ong, quindi vale tutto. L’ultimo derby pre-elettorale, fresco di giornata, è quello tra il partito degli sparatori e il partito dei rapinatori. Una delizia.

giu.jpegMentre ancora aspettiamo (da una dozzina d’anni appena) la riforma della prescrizione per evitare che i rapinatori la facciano franca, il Parlamento è mobilitato per approvare a tappe forzate una legge molto più utile e anche più spiritosa, infatti è opera di quei gran geni del Pd e degli alfanidi, con la partecipazione straordinaria del sottosegretario Gennaro Migliore, giureconsulto di Casoria: se uno viene rapinato – o così almeno crede – e spara al ladro (o presunto tale: se è buio, non si vede un cazzo), il giudice dovrà tener conto del suo “grave turbamento psichico” e possibilmente assolverlo dall’ accusa di omicidio o di tentato omicidio. Ma questo vale solo di notte: di giorno, tutto come prima. Gli astuti riformatori devono aver visto il film Un turco napoletano, dove Totò segnala la piaga degli “evasi da notte” che, appena fuori, tornano in attività (infatti evade di giorno, “per la reputazione”). Le conseguenze giudiziarie della simpatica trovata elettorale sono nulle: già oggi – con la legge Berlusconi-Castelli del 2006 –chi spara per difendere la propria vita o beni proporzionati, in casa o in negozio o in strada o in treno o in metro, di notte e di giorno, prima e dopo i pasti, esercita la legittima difesa e va assolto. Si dirà: ma prima lo indagano e lo processano. Vero: ma continueranno a indagarlo e processarlo anche con la nuova legge, anche se potrà ottenere il rimborso delle spese legali. Quindi è inutile? No, è pure dannosa.
Se aumentano le probabilità che il rapinando sia armato con licenza di uccidere, il rapinatore si armerà ancor di più ed, essendo un professionista, avrà la meglio. Oppure intensificherà le attività diurne. Restano poi alcune difficoltà applicative: quando inizia esattamente la notte? Da che ora a che ora scatta il “grave turbamento psichico” per chi spara? Come ci regoliamo con l’ora legale? E cambia qualcosa se l’abitazione, di notte, è illuminata a giorno perché il rapinato accende la luce? E se nelle rapine diurne la vittima è miope o ha perso gli occhiali, potrà accampare lo stesso turbamento valevole per quelle notturne? Se poi, complice il buio, un tizio spara al figlio che rientra tardi dalla discoteca o alla moglie che rincasa dal burraco con le amiche, il ragazzo o la donna potranno rispondere al fuoco in base al grave turbamento psichico prodotto dalla vista del capofamiglia travestito da Charles Bronson, o meglio di no? Si spera almeno che la decorrenza notturna si esaurisca un po’ prestino, altrimenti anche quelle dei lattai, dei portalettere e delle colf diventerebbero categorie a rischio. Un’ulteriore complicazione scaturisce da un emendamento last minutepreteso dagli alfaniani: il grave turbamento psichico vale per le minacce non solo “alla vita e all’integrità fisica”, ma anche alla “libertà personale e sessuale” della vittima. Ecco: precisamente, quando si può affermare che il rapinatore minacci la libertà sessuale? È sufficiente che irrompa in casa imbottito di Viagra, Cialis e simili, o che rovisti nei cassetti con la lingua di fuori, oppure deve esplicitare meglio le sue intenzioni esibendo un preservativo, o insecucca.jpegrendo nel lettore dvd un film porno, o innestando sul revolver un vibratore al posto del silenziatore?

Indro Montanelli raccontava che, ai tempi del terrorismo, alcuni amici lo convinsero a prendere il porto d’armi: per fortuna, quando le Br lo gambizzarono, non fece in tempo a estrarre la pistola. Altrimenti, anziché alle gambe, i terroristi avrebbero mirato al cuore o al capo: “Ma se anche fossi stato più svelto di loro, mi sarei sparato nei coglioni, che invece mi furono gentilmente risparmiati dai brigatisti”. Ma ora bisogna inseguire la Lega nella sua campagna da poliziottesco anni 70 e dunque ecco il Pd riuscire nell’impresa di peggiorare una legge di B. Senza per questo placare la furia di Salvini, che già chiede licenza di uccidere anche di giorno. La geniale riforma finirà come la sua pro-genitrice: quella sull’omicidio stradale. Che era già punito come omicidio colposo, ma Renzi, per raccattare qualche voto, aumentò le pene e sortì l’effetto opposto a quello annunciato: gli incidenti non sono calati, anzi sono aumentati i feriti e soprattutto le omissioni di soccorso nei casi gravissimi o mortali (+20%), perché chi rischia pene esorbitanti ha tutto l’interesse a fuggire. Idem per lo stupro, portato a pene così spropositate e simili all’omicidio che ora allo stupratore conviene ammazzare la ragazza. Quindi, per favore, fateci votare. O fate una legge che proibisca severamente di fare leggi nell’ultimo anno di legislatura. Pietà.

I peggioristi

Marco Travaglio

La scena dei renziani, con giornaloni, telegiornaloni e Mannoni al seguito, che esultano per la formidabile partecipazione alle primarie perché hanno perso solo un terzo di votanti in quattro anni ricorda il tripudio dei berluscones ogniqualvolta uno di loro veniva condannato per mafia o corruzione, al grido di “credevo peggio”. B. si beccava 3 anni in Cassazione per frode fiscale per non aver pagato 7,3 milioni di tasse? “Solo 3 anni per 7,3 milioni, credevo peggio” (il fatto che la frode totale ammontasse a 350 milioni di dollari e l’imputato avesse mandato il resto in prescrizione cambiando le leggi durante il processo era un dettaglio trascurabile). Dell’Utri incassava 9 anni in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa? “La mia difesa ha funzionato”, commentava gongolante l’interessato, che evidentemente si aspettava l’ergastolo. Poi, in appello e in Cassazione, la pena scendeva a 7 anni: festa grande in tutta la Cassa della Libertà Provvisoria e dunque al Tg1, dove il direttorissimo Augusto Minzolini presentava quegli appena 84 mesetti di galeruccia come uno strepitoso successo dell’imputato e una cocente sconfitta delle toghe rosse, disseminando la parola “assoluzione” in titoli e servizi, mentre l’apposita inviata da riporto a Palermo tripudiava: “La Corte non ha creduto alla pubblica accusa… non ha creduto a Spatuzza, subito peraltro smentito da Filippo Graviano… ha spazzato via la costruzione accusatoria… crolla tutto… ”. Purtroppo, nonostante gli sforzi profusi, non riuscì proprio a spiegare come fosse possibile, se crollava tutto, il pover’uomo si fosse ciucciato 7 anni per mafia.
game-cialtrones1.jpg
Stessi baccanali quando Cesare Previti totalizzò in Cassazione 6 anni per corruzione giudiziaria nel caso Imi-Sir e poi un altro anno e 6 mesi, in “continuazione di reato”, per il caso Mondadori, avendo comprato lo stesso giudice per truccare due cause miliardarie. “L’ipotesi accusatoria è stata sconfessata e totalmente cancellata”, dichiarò commosso il suo avvocato (figurarsi se fosse stata accolta: sedia elettrica?). E tutto il partito dietro: “Solo 7 anni e mezzo, credevamo peggio”. Sul perché, appena uno della Banda B. prendeva meno di 30 anni, partisse un Carnevale di Rio, si fronteggiavano varie scuole di pensiero. Secondo alcuni, i condannati si conoscevano così bene da attendersi quantomeno l’ergastolo: per un eccesso di autostima criminale o un difetto di autopercezione etica dei destinatari delle sentenze. Altri ritenevano che la Banda B. sapesse cose che i giudici ignoravano e che giustificavano il sollievo per lo scampato pericolo.
Un po’ come quei serial killer che si vedono condannare per un paio di ammazzatine appena e, avendo sulla coscienza alcune decine di morti ammazzati (quanti esattamente non saprebbero dire neppure loro), rincuorano il difensore un po’ abbacchiato: “Avvoca’, su con la vita, è andata di lusso: cosa vuole che siano due omicidi. Io, come minimo, mi sarei dato la fucilazione”. Matteo Renzi, ormai espertissimo di sconfitte (non giudiziarie, ma elettorali), ha imparato in fretta anche questa lezione. Sapeva bene di stare sulle palle alla maggioranza degli italiani, e anche dei potenziali elettori del Pd, vedi elezioni comunali e referendum del 2016. Quindi prevedeva che, ai gazebo delle primarie, peraltro già vinte, i 3 milioni e passa del 2013 se li sarebbe scordati. Così ha fissato l’asti-cella minima a 1 milione, cioè a un terzo dell’ultima affluenza, per poi spacciare da grande trionfo tutto quello che veniva in più. “Credevo peggio”. Tanto, nella politica italiana, al peggio non c’è più limite e nessuno domanda mai a lorsignori: “Scusi, per curiosità, lei esattamente cosa intende per ‘peggio’?”. Ciò che neppure Renzi poteva prevedere è il precipitoso riaccalcarsi sul carro del vincitore di tutti i voltagabbana a mezzo stampa che ne erano agilmente discesi la sera del 4 dicembre: tutti renziani prima del referendum, tutti antirenziani dopo il referendum, tutti renziani dopo le primarie più scontate e meno partecipate della storia. Così, sui tg e nei giornaloni, il “Credevo peggio” è diventato un “Ammazza quanta gente”. È la versione 2.0 del vecchio giochino del bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto: si svuota il bicchiere, lo si riempie a metà, poi si fa credere che sia tutto pieno. E la sconfitta diventa vittoria.

È un trucchetto facile facile, alla portata di tutti. Lo studente somaro torna a casa con una sfilza di 4 in pagella? Se al padre manesco prudono le dita, lui può sempre obiettare: “Ma che fai, papi, è andata benissimo: potevo avere tutti 2, ma anche 1, e persino zero. Fammi i complimenti”. Commosso, il genitore stappa lo champagne e gli compra pure il motorino. Il tenore stonato chiude l’opera sotto una selva di fischi e l’impresario lo vuole cacciare? “Ma che dice, dottore, il pubblico poteva spararci dal loggione o salire sul palco e menarci a uno a uno. In-vece siamo tutti incolumi, è andata alla grande”. E l’altro, soddisfatto, gli rinnova il contratto e gli raddoppia il cachet. Il chirurgo cane asporta al paziente il rene sano al posto di quello infetto e gli lascia pure le forbici nella pancia? Quando il malcapitato se ne accorge e gli fa causa, lui ha un alibi di ferro: “Vostro onore, di solito il paziente muore. Questo è ancora vivo e si lamenta pure per un impercettibile pruritino da cesoie?”. Assolto e promosso primario. Per assurdo, potrebbe persino capitare che un governo abolisca l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori e spenda 12 miliardi in incentivi alle imprese per creare nuovi posti di lavoro, e i posti di lavoro crescano meno di quando c’era l’articolo 18 e non c’erano i 12 miliardi di incentivi. Anzi no, questo è accaduto davvero, come non detto. Peggio, non poteva andare.

La serva serve

Evviva, siamo un paese libero e informato, grazie a una stampa scevra da condizionamenti e soprattutto a una tv affrancata da ogni pressione! Il rapporto di Reporters Sans Frontières ha scatenato un coro unanime e liberatorio di esultanza nel mondo politico e giornalistico per la scoperta che l’Italia passa dal 77° al 52° posto nella classifica dei paesi più liberi. Siamo sempre ultimi in Europa (eccetto Ungheria e Grecia), fra la Papuasia-Nuova Guinea e Haiti, ma questo è perché Grillo si ostina a ritenere serve le penne e le testate più indipendenti del mondo. Sennò saremmo primi. Chi lo dice? I partiti che controllano militarmente le tv assolte da Rsf e i giornaloni controllati dai padroni del vapore assolti da Rsf. Insomma il vino è buono perché l’ha detto l’oste. Tana liberi tutti. I conflitti d’interessi nelle proprietà editoriali? Leggende metropolitane. Il duopolio collusivo della Rai in mano al governo e di Mediaset in mano a B.? Fregnacce. I soldi pubblici per tenere artificialmente in vita giornali senza lettori in cambio di periodiche genuflessioni a Palazzo Chigi? Fake news. L’editto rignanese costato il posto a Giannini, Berlinguer, Mercalli e prossimamente a Ranucci e financo a Dall’Orto? Bazzecole. Le menzogne impunite che stampa e tv si rimpallano e rilanciano contro chi sta fuori dal giro? Post verità. Rsf assolve i giornaloni leggendo i giornaloni, che ricambiano i complimenti a Rsf, e il cerchio si chiude.

Dev’essere un bel sollievo, per Repubblica-Espresso, La Stampa e Il Secolo XIX, che fino a un anno fa appartenevano a tre gruppi diversi e ora sono come il Giornalone Unico di Nanni Moretti, scoprire di averla fatta franca. Ma anche per il Sole 24 Ore di Confindustria, che taroccava copie vendute e abbonamenti. E pure per Caltagirone, l’editore purissimo che per spirito missionario costruisce anche qualcosina qua e là, dunque sperava tanto nelle Olimpiadi per il suo afflato decoubertiniano (localizzato sotto le Vele di Calatrava a Tor Vergata e nei cantieri della Metro C), poi ci è rimasto male per la fine di quel sogno virginale e, per contagio, il suo Messaggero se l’è presa con la sindaca Virginia. E anche l’Unità, salvata da quell’apostolo di costruttore passato da B. a Renzi, ma soprattutto a Gramsci, poi per puro caso ha fatto affari d’oro col Pd. Nemmeno una riga, su queste pinzillacchere, nel rapporto di Rsf. E nemmeno su Saviano, collaboratore della meritoria ong, che ha dovuto difendersi non solo dalle minacce della camorra, ma pure dagli insulti dell’Unità, che l’anno scorso lo definì “mafiosetto di quartiere” (parola di Rondolino).
Ora che B. non c’è più, o almeno così dicono, tutto è perdonato (fuorché a Grillo, si capisce). E pazienza se Renzi fa le stesse cose di B., affidando le liste di proscrizione agli Anzaldi & Guelfi, degni eredi degli epurator Storace & Gasparri: infatti le loro liste, diversamente da quelle grilline, si avverano. L’altro giorno Anzaldi, capo-comunicazione di Renzi, si complimentava su Il Dubbio col direttore del Tg1: “Se Orfeo ha censurato Consip, vuol dire che è l’unico vero giornalista in circolazione: accorto e lungimirante”. Averne, di direttori così.

Massimo Gramellini, sul Corriere, segnala il contrappasso di Grillo che prima usava Rsf per dare dei servi ai giornalisti e ora l’attacca perché danno del censore a lui. Già. Ma è proprio sicuro che, al netto di quel fascista di Grillo, la stampa italiana sia più libera e più bella che pria? Certo, criticare il sistema dalla prima pagina del Corriere, con un bel programmino su Rai3, dove puoi fare la marchettina al nuovo Sette dell’amico Beppe, è dura. Ma un po’ di prudenza non guasterebbe. Specie dopo un anno di propaganda a reti ed edicole unificate spacciata per informazione sul referendum costituzionale, una roba talmente nord-coreana da suscitare la rivolta del 60 per cento degli elettori.

Ma ecco Repubblica, sempre al top. La settimana scorsa Sebastiano Messina chiedeva la testa di Sigfrido Ranucci, reo di leso Renzi, leso Benigni e leso vaccino: “Salvare Report da se stesso, allontanandolo velocemente dal sinistro latrato degli spacciatori di bufale”, dove il cane che latra bufale (quali?) era l’erede di Milena Gabanelli. Ieri, fischiettando, il Messina ci ha regalato un’antologia degli attacchi ai giornalisti. I suoi? Macché. Quelli di Renzi? Mavalà. Solo quelli di Grillo. Il quale ne ha dette e fatte di tutti i colori, ma ultimamente ha pure chiesto di smentire alcune bufale. Non – come scrive sul Corriere Goffredo Buccini – quelle dei “cronisti che osano infastidire la Raggi”, ma dei cronisti di Repubblica, Corriere e Messaggero che sono riusciti a tagliare tutti e tre la stessa frase da un sms di Di Maio alla Raggi, per ribaltarne il senso e potergli dare del bugiardo, mentre i bugiardi sono loro. E forse, fra chi denuncia una balla e chi la fabbrica, c’è una certa differenza.

Ora però bando al pessimismo: festeggiamo anche noi la Liberazione della stampa da ogni giogo e censura (Grillo a parte). Lo dice anche l’editore più illuminato del bigoncio, reduce dall’annessione di Rcs Libri a Mondadori e dallo strepitoso flop del primo salone del Libro alla milanese: la presidentessa di Mondazzoli Marina Berlusconi. Che, intervistata dal sempre ficcante Daniele Manca del Corriere, annuncia la sua prossima missione: “Abbattere i muri pensati per sbarrare la strada alla libertà di espressione, alla libera circolazione delle idee e opinioni, al rispetto di chi non la pensa come noi”. E qui l’intervistatore sfodera tutta la sua temerarietà: “A chi sta pensando? A Trump? Alla Le Pen? A Grillo?”. La poveretta stava pensando all’editto bulgaro di suo padre. Ma il Corriere niente: non gliel’ha proprio lasciato dire.

Marco Travaglio

Benigni, da piccolo diavolo a nuovo pretino

Ci sono personaggi che è divertente criticare. Per dire: Nardella. Lo guardi e ridi. Per altri viene naturale e quasi doveroso. Poi ce ne sono altri che, invece, vorresti continuare a stimare. Di più: a volergli bene. Solo che non ce la fai più. Forse sei cambiato troppo tu, forse è cambiato troppo lui. E non certo in meglio. Appartiene a questa ultima categoria, ed è forse il primo della lista, Roberto Benigni. Che gli è successo? Il caso Report, tra divieti di sosta, sorpassi contromano e patenti sospese neanche fosse un Balotelli tardivo, è solo l’ultimo esempio. Quando le inchieste riguardavano Berlusconi, Report era la trasmissione più bella del mondo.

Quando hanno raccontato una vibenigni.jpegcenda che lo riguarda, e dalla quale gli auguriamo di uscire indenne e cioè (realmente) innocente, ha reagito come Berlusconi. Come Berlusconi e come il suo amicone Renzi. Quel Renzi di cui è diventato cantore indefesso. Era già stato non poco indigesto – e pure pallosetto – vederlo tramutato da piccolo diavolo a nuovo pretino, pronto a insufflare ogni cosa di retorica: l’amore, l’inno di Mameli, la Costituzione (ops), la Divina Commedia. Qualsiasi cosa. Magari pure le istruzioni della caldaia, come immaginò su queste pagine Stefano Disegni (facendo arrabbiare da morire il suo permalosissimo entourage).

Era stato indigesto, ma se non altro potevi ammirarne ancora il talento da divulgatore. Non puoi essere Cioni Mario per sempre. Certo. Ma neanche per forza devi diventare il Bondi spennacchiato del renzismo. Il suo voltafaccia sulla Costituzione è stato pietoso. Prima era la più bella del mondo. Poi si poteva cambiare, ma solo perché ora il “riformatore”aveva la maglia del Pd e non di Forza Italia (il cui capo, comunque, se non erriamo gli distribuiva i film). Poi è tornata la più bella del mondo, ma per poco: alla fine si poteva cambiare, ma giusto perché la riforma andava a toccare esattamente quelle parti che anche lui aveva sempre reputato (senza averlo mai detto prima) modificabili. Il “sì”avrebbe salvato il mondo, mentre il no sarebbe stata una sciagura come la Brexit, l’invasione delle locuste o uno strip di Orfini.

Com’è diventato volubile, l’ultimo Benigni. Così volubile che, dopo il trionfo del no, si dice sia stato uno dei primi a chiedere di farsi cancellare dai sostenitori illustri del sì. Così volubile da dare sempre più ragione a Mario Monicelli, che lo riteneva un furbacchione per avere fatto liberare Auschwitz non ai russi ma agli americani, meritandosi (anche) con ciò l’Oscar. Qualcuno, soprattutto in Toscana, dice che è sempre stato così: un tipo bravo ad adattarsi. Non vogliamo crederlo.

Che ti è successo, Roberto? Dov’è lo splendido guastatore degli esordi, quello con Carlo Monni, quello che non sembrava aver paura di nulla? Che senso ha essere satirici, se poi si diventa turiboli del potere? La storia degli artisti/intellettuali “di sinistra” è sempre più piena di delusioni cocenti. Molti di questi bastava guardarli e sentirli bene, per intuire come fossero solo dei bluff più scaltri di altri. C’erano però poi casi di comici brillanti, bischeri e genialoidi. Bastava una loro battuta e ti sentivi meno solo. Poi, di colpo, niente. Solo Yoko Ono travestite da Nikolette Brasky, tigri innevate a caso, messe laiche e peana al Potere. Rapportato al primo Benigni, quello attuale sembra un Robert Plant passato da Whole Lotta Love a una cover del Volo con lo zufolo. Torna in te, “il fu Robertaccio”: vederti così fa troppo male.

Andrea Scanzi