Benigni, da piccolo diavolo a nuovo pretino

Ci sono personaggi che è divertente criticare. Per dire: Nardella. Lo guardi e ridi. Per altri viene naturale e quasi doveroso. Poi ce ne sono altri che, invece, vorresti continuare a stimare. Di più: a volergli bene. Solo che non ce la fai più. Forse sei cambiato troppo tu, forse è cambiato troppo lui. E non certo in meglio. Appartiene a questa ultima categoria, ed è forse il primo della lista, Roberto Benigni. Che gli è successo? Il caso Report, tra divieti di sosta, sorpassi contromano e patenti sospese neanche fosse un Balotelli tardivo, è solo l’ultimo esempio. Quando le inchieste riguardavano Berlusconi, Report era la trasmissione più bella del mondo.

Quando hanno raccontato una vibenigni.jpegcenda che lo riguarda, e dalla quale gli auguriamo di uscire indenne e cioè (realmente) innocente, ha reagito come Berlusconi. Come Berlusconi e come il suo amicone Renzi. Quel Renzi di cui è diventato cantore indefesso. Era già stato non poco indigesto – e pure pallosetto – vederlo tramutato da piccolo diavolo a nuovo pretino, pronto a insufflare ogni cosa di retorica: l’amore, l’inno di Mameli, la Costituzione (ops), la Divina Commedia. Qualsiasi cosa. Magari pure le istruzioni della caldaia, come immaginò su queste pagine Stefano Disegni (facendo arrabbiare da morire il suo permalosissimo entourage).

Era stato indigesto, ma se non altro potevi ammirarne ancora il talento da divulgatore. Non puoi essere Cioni Mario per sempre. Certo. Ma neanche per forza devi diventare il Bondi spennacchiato del renzismo. Il suo voltafaccia sulla Costituzione è stato pietoso. Prima era la più bella del mondo. Poi si poteva cambiare, ma solo perché ora il “riformatore”aveva la maglia del Pd e non di Forza Italia (il cui capo, comunque, se non erriamo gli distribuiva i film). Poi è tornata la più bella del mondo, ma per poco: alla fine si poteva cambiare, ma giusto perché la riforma andava a toccare esattamente quelle parti che anche lui aveva sempre reputato (senza averlo mai detto prima) modificabili. Il “sì”avrebbe salvato il mondo, mentre il no sarebbe stata una sciagura come la Brexit, l’invasione delle locuste o uno strip di Orfini.

Com’è diventato volubile, l’ultimo Benigni. Così volubile che, dopo il trionfo del no, si dice sia stato uno dei primi a chiedere di farsi cancellare dai sostenitori illustri del sì. Così volubile da dare sempre più ragione a Mario Monicelli, che lo riteneva un furbacchione per avere fatto liberare Auschwitz non ai russi ma agli americani, meritandosi (anche) con ciò l’Oscar. Qualcuno, soprattutto in Toscana, dice che è sempre stato così: un tipo bravo ad adattarsi. Non vogliamo crederlo.

Che ti è successo, Roberto? Dov’è lo splendido guastatore degli esordi, quello con Carlo Monni, quello che non sembrava aver paura di nulla? Che senso ha essere satirici, se poi si diventa turiboli del potere? La storia degli artisti/intellettuali “di sinistra” è sempre più piena di delusioni cocenti. Molti di questi bastava guardarli e sentirli bene, per intuire come fossero solo dei bluff più scaltri di altri. C’erano però poi casi di comici brillanti, bischeri e genialoidi. Bastava una loro battuta e ti sentivi meno solo. Poi, di colpo, niente. Solo Yoko Ono travestite da Nikolette Brasky, tigri innevate a caso, messe laiche e peana al Potere. Rapportato al primo Benigni, quello attuale sembra un Robert Plant passato da Whole Lotta Love a una cover del Volo con lo zufolo. Torna in te, “il fu Robertaccio”: vederti così fa troppo male.

Andrea Scanzi

Silvio Prescrizioni

MARCO TRAVAGLIO

Ieri Silvio Berlusconi ha collezionato la nona prescrizione della sua brillante carriera di imputato nel processo d’appello per la corruzione del senatore Sergio De Gregorio, passato nel 2006 dall’Idv a Forza Italia per la modica cifra di 3 milioni di euro, di cui almeno 1 in nero. In primo grado era stato condannato a 3 anni di reclusione. La prescrizione, specie quando scatta dopo la condanna in primo o secondo grado, non significa assoluzione, ma il contrario: l’imputato è colpevole, però la fa franca perché è trascorso troppo tempo. Se fosse innocente, il giudice dovrebbe assolverlo. Del resto gli innocenti che vogliono essere assolti nel merito da un reato infamante, rinunciano alla prescrizione per farsi giudicarprescrizion.jpge oltre i termini: B. se n’è sempre guardato bene. Anzi nel 2005 impose la legge ex-Cirielli (il proponente di An se ne dissociò) che di fatto ne dimezzava i termini, raddoppiando i processi destinati al macero e i colpevoli all’impunità. Il tutto in un Paese già affetto da regole processuali demenziali (almeno per gli onesti): mentre in tutti gli altri Stati la prescrizione decorre da quando il reato viene commesso oppure si interrompe alla richiesta di rinvio a giudizio o al rinvio a giudizio o alla condanna di primo grado, qui parte quando il reato viene commesso e non finisce mai, infatti può scattare persino alla vigilia della condanna in Cassazione. Una pacchia che i politici hanno disegnato su misura di sé medesimi e degli altri colletti bianchi, salvo fingere sdegno se ad approfittarne sono gli altri criminali, quelli fuori dal giro.

Ovviamente, il fatto che ieri anche la Corte d’appello di Napoli abbia ritenuto B. colpevole di aver corrotto un senatore della maggioranza per annetterlo all’opposizione, agevolando la caduta del governo Prodi nel 2008, cioè per il reato grave che possa commettere un politico nell’esercizio perché ribalta le regole più elementari della democrazia, nei tg e sui giornaloni finirà tra le brevi di cronaca: B. è il più grande prescritto della storia non solo per la giustizia, ma anche per l’“informazione”, dunque per la memoria degli italiani. Tant’è che Forza Italia –fondata da un pregiudicato pluriprescritto e ideata da un attuale detenuto per associazione mafiosa – continua a raccogliere il 12-13% dei consensi e si accinge a correre per il primo posto alle elezioni con Lega e FdI. E viene indicata dal capogruppo Pd Luigi Zanda e dal ministro Carlo Calenda come il principale interlocutore del centrosinistra per una grande coalizione democratica che, al prossimo giro, salverà l’Italia e l’Europa dai barbari populisti.
Chi si azzarda a ricordare i precedenti penali del Caimano e della sua ghenga viene sommerso da fischi e pernacchie: “Ancora i processi a B.? Ma è un’ossessione!”. Ebbene sì: ecco, in sintesi, quello che i giudici hanno finora accertato su questo recordman mondiale di delitti senza castigo. Facile immaginare quanti anni di galera (non di servizi sociali) avrebbe collezionato in un altro Paese: uno a caso fra quelli (tutti) che non conoscono strane usanze tribali come la prescrizione eterna e le amnistie e gl’indulti à gogo.

Mettiamo da parte i processi vinti: 4 assoluzioni (3 dubitative per corruzione della Guardia di Finanza, corruzione Sme-Ariosto-1 e fondi neri Medusa; una piena nel caso Ruby), 2 proscioglimenti (Mediatrade) e 18 archiviazioni (4 a Milano per traffico di droga, Progetto Botticelli, Telepiù, Edilnord commerciale; una a Caltanissetta per le stragi del ’92; una a Firenze per le stragi del ’93; 6 a Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa e riciclaggio; 5 a Roma per i voli di Stato, la compravendita di altri senatori, il caso Saccà, il caso Sanjust e il caso Agcom-Annozero; una a Madrid per Telecinco). Sospendiamo il giudizio sui due processi in corso (corruzione di testimoni nel Ruby-ter a Milano; induzione a mentire del teste Gianpaolo Tarantini a Bari).

E concentriamoci su quelli che hanno accertato o dichiarato altamente probabile la sua colpevolezza. B. ha frodato 7,3 milioni al fisco col trucco dei diritti Mediaset (condanna definitiva a 3 anni). Ha giurato il falso sull’iscrizione alla P2 (amnistia n. 1). Ha pagato in nero i terreni della villa di Macherio (amnistia n. 2). Ha frodato il fisco col trucco dei diritti Mediaset per circa 350 milioni di dollari (prescrizione n. 1 di tutte le appropriazioni indebite e gran parte delle frodi fiscali durante il processo approdato alla condanna). Ha fatto corrompere dai suoi avvocati Previti & C. il giudice Vittorio Metta per scippare la Mondadori a De Benedetti (prescrizione n. 2 in appello). Ha pagato 21 miliardi in nero a Bettino Craxi (prescrizione n. 3 in appello al processo All Iberian-1 dopo la condanna in tribunale a 2 anni e 4 mesi) e falsificato i bilanci per stornare i relativi fondi neri in Svizzera (proscioglimento al processo All Iberian-2 perché il fatto non è più reato n. 1, avendolo lui stesso depenalizzato). Ha falsificato i bilanci delle sue aziende, come accertato nei processi Milan-Lentini (prescrizione n. 4), contabilità Fininvest 1988-’92 (prescrizione n. 5), consolidato Fininvest (prescrizione n. 6), Sme-Ariosto-2 (proscioglimento perché il fatto non è più reato n. 2, avendolo lui stesso depenalizzato). Ha ricevuto e girato al suo Giornale il file rubato della telefonata segreta Fassino-Consorte su Unipol (prescrizione n. 7 in appello dopo la condanna a 1 anno in tribunale). Ha fatto pagare 600 mila dollari a David Mills perché non testimoniasse contro di lui (prescrizione n. 8). E ha comprato un senatore (prescrizione n. 9 in appello dopo la condanna in tribunale a 3 anni). Alla prescrizione n. 10, vince una bambolina. O un posto d’onore nel prossimo governo per salvare l’Italia.

L’invincibile Trumpada

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Ricorderete quando, prima di Pasqua, il presidente Trump annunciò solennemente che «un’ Armada molto potente» (citazione menagramo: quella del re di Spagna colò a picco) stava facendo rotta sul mar del Giappone per mostrare i muscoli al cicciobomba atomico della Corea del Nord. Le persone impressionabili non ci avevano dormito la notte. Adesso si scopre che l’Armada del Trump fluttua da giorni nelle acque australiane, posizionate in direzione opposta. Fioriscono le ipotesi più disparate. Può darsi che la portaerei abbia perso la bussola: sarebbe una notizia. O che l’abbia persa Trump, e questa lo sarebbe di meno. La spiegazione più plausibile è che neppure i marines diano retta alle sparate di Gel di Carota e ormai prendano i suoi ordini per battute di spirito. Anche se non si può escludere a priori che Trump intendesse davvero invadere l’Australia per ragioni sue (dissidi sull’import-export di canguri) e abbia usato il dittatore amico di Razzi come diversivo. Per rassicurare gli americani, ma soprattutto i canguri, il Pentagono ha confermato che l’Armada sta effettivamente viaggiando verso il mar del Giappone, benché l’abbia presa un po’ alla larga. Come quando in auto imposti sul navigatore l’indirizzo di tua suocera dall’altra parte del viale e quello ti fa imboccare l’autostrada del Brennero. Abbiamo la ventura di abitare un’epoca in cui l’uomo più potente del mondo manda le navi nel mare sbagliato e il suo rivale asiatico spara missili che gli ricadono sul malleolo. Forse esploderemo, ma in una sonora risata.

Massimo Gramellini

Tv vaccini e calzini

MARCO TRAVAGLIO

Avete notato che B. non parla più? Non che si senta la mancanza delle sue esternazioni, anche perché quando apriva bocca senza più chiuderla non passava giorno senza che almeno uno Stato estero ci dichiarasse guerra. Ma è strano comunque: perché ci guarda e non favella? Non sa più che dire, un po’ perché ha già detto tutto, un po’ perché, appena sta per aggiungere qualcosa, Renzi & his friends gli rubano le parole (e le leggi) di bocca. Anzi, gli rubano proprio il mestiere. Sputtanava la Costituzione? Sputtanano la Costituzione. Attaccava i pm che indagavano su di lui? Attaccano i pm che indagano su di loro. Gridava al complotto pecos_Snapseed.jpgdella polizia giudiziaria? Gridano al complotto della polizia giudiziaria. Strillava alla giustizia per fini politici? Strillano alla giustizia per fini politici. Faceva il condono fiscale? Fanno il condono fiscale. Annunciava il Ponte sullo Stretto? Annunciano il Ponte sullo Stretto. Favoriva Mediaset? Favoriscono Mediaset. Andava dalla D’Urso? Vanno dalla D’Urso. Si faceva difendere da Ferrara, Sallusti e Rondolino? Si fanno difendere da Ferrara, Sallusti e Rondolino. Imbarcava Alfano, Verdini, Bondi e Cicchitto? Imbarcano Alfano, Verdini, Bondi e Cicchitto. Insultava Saviano? Insultano Saviano. Menava il Fatto? Menano il Fatto. Occupava la Rai? Occupano la Rai. Ora ditemi voi che può dire o fare di originale quel pover’ometto. Non solo lo copiano: lo anticipano. E si allargano pure: lui Rai3 e il Tg3, per dire, li aveva sempre lasciati stare, invece quelli che fanno? Chiudono Ballarò, cacciano Giannini e, non contenti, licenziano la Berlinguer dal Tg3, continuando a mobbizzarla ora che conduce Cartabianca, come pure l’Annunziata.

Ma si può andare avanti così? Non è corretto, non è leale. Lasciategli qualcosa da dire o da fare, all’ex Caimano, sennò si deprime e finisce ad allattare agnellini, che è anche peggio. Dieci giorni fa gli era venuta un’ideona: quasi quasi attacco Report, come ai vecchi tempi, tanto almeno quel programma il Pd non oserà toccarlo. Ora poi che è diretto da Sigfrido Ranucci, il rompipalle che nel 2001 osò recuperare e trasmettere su Rainews24 l’ultima intervista di Paolo Borsellino che, alla vigilia di Capaci, parlava a Canal Plus di indagini ancora in corso sui rapporti fra Mangano, Dell’Utri e B., scatenando il putiferio in campagna elettorale in combutta con Luttazzi, Santoro, Freccero e Travaglio, col contorno delle buonanime di Biagi e Benigni; lo stesso Ranucci che andò a curiosare in Iraq e scoprì le bombe al fosforo dell’amico Bush su Fallujah: peggio della Gabanelli, pussa via.E poi, quand’era tutto pronto, niente, B. deve aver perso tempo col solito agnellino e Renzi zac!, con agile balzo è arrivato prima anche lì. E l’ha fregato con la sua stessa vecchia tecnica “a tenaglia”: denunciare la redazione e intanto farla minacciare dai consiglieri Rai di revocare la manleva aziendale, così i giornalisti rischiano la rovina e la smettono di rompere i coglioni, dedicandosi a rubriche sul giardinaggio. Infatti Renzi ha definito “pura follia” la puntata di Report sui lauti affari del costruttore Pessina con l’Eni e le giunte Pd grazie all’amicizia con Renzi, maturata con il cosiddetto salvataggio dell’Unità, aggiungendo: “L’unica risposta a questa cosa è una firma sotto una querela”. Come se non bastasse quella già annunciata dal tesoriere Bonifazi. E ieri ha risciolto i dobermann contro Report, reo di aver trasmesso un’inchiesta sui vaccini che dà noia alle multinazionali farmaceutiche e alle loro quinte colonne politiche. Si dirà: con tutti i guai che ha, Renzi che c’entra coi vaccini? Niente, a parte il fatto che, dopo tre anni di renzite acuta, il 4 dicembre gli italiani sembrano essersi vaccinati da lui. Però da qualche tempo gli è presa la fissa di parlare di vaccini dappertutto, per polemizzare coi 5Stelle, che notoriamente prendono voti grazie alla rosolia, al morbillo, alla scarlattina e pure alla peste bubbonica (ne parlano già il Boccaccio nel Decameron e il Manzoni nei Promessi sposi e nella Storia della colonna infame).

E poi c’è il compagno senatore Andrea Marcucci, dell’omonima famiglia regina degli emoderivati e dei vaccini con la Kedrion (partecipata anche da Cassa Depositi e Prestiti), i cui dirigenti sono imputati a Napoli col celebre Duilio Poggiolini per omicidio colposo plurimo nella strage del sangue infetto. Il Marcucci debuttò in Parlamento nel 1992 col Pli di Sua Malasanità Francesco De Lorenzo, poi passò alla Margherita e ora è un turborenziano, ergo presidente della commissione Istruzione e Cultura: ieri si pensava che, per ovvi motivi, almeno lui venisse esentato dall’assalto a Report sui vaccini, invece no. Anche lui ha portato la sua fascina alla pira: “Intollerabile che dal servizio pubblico vengano diffuse falsità contro i vaccini”.

Defraudato dall’ennesima appropriazione indebita, B. si accingeva a chiedere al ministro della Giustizia di sguinzagliare gli ispettori contro la Procura di Napoli per l’inchiesta Consip, come facevano Biondi e Castelli ai tempi d’oro. Ma anche lì deve aver perso tempo con una pecorina e intanto il Fatto ha scoperto che gli ispettori a Orlando li avevano già chiesti i renziani. Ora, se B. non si sbriga a tornare B., Renzi è capace di volare a Sofia e annunciare: “L’uso che la Berlinguer e come si chiama quell’altra?…Annunziata… e l’altro? ah Ranucci… hanno fatto della televisione pubblica pagata con i soldi di tutti io credo sia un uso criminoso e credo sia un preciso dovere della nuova dirigenza Rai di non permettere più che questo accada”. E uno a caso tra Rondolino, Ferrara e Andrea Romano potrebbe scoprire da un momento all’altro che Woodcock porta i calzini turchesi.

Di Maio in peggio

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Non infilzerò anche la mia freccia nel petto incravattato di Gigi Di Maio, principe del congiuntivo riluttante e generatore automatico di gaffe, l’ultima delle quali ha rivelato ai più distratti che il quaranta per cento dei criminali rumeni vive felicemente in Italia. Di Maio deve avere orecchiato una cifra, che però si riferiva a tutt’altro, e non ha resistito all’impulso di condividerla, facendo infuriare l’ambasciatore e una comunità intera. Ma mettiamoci nei suoi panni: tra un post imperdibile su Facebook e una comparsata riverita in tv, dove lo trova il tempo per leggere fino in fondo un testo di senso compiuto? Non è da questi particolari che si giudica un aspirante premier. Lo si riconosce, direbbe il poeta, dal coraggio e dalla fantasia. Cioè dalla visione politica. Può darsi che mi sia distratto a leggere le statistiche sui criminali rumeni, ma è proprio una visione «dimaiesca» della società che mi manca. Per citare le prime quisquilie che vengono in mente, come Di Maio immagina di muoversi su euro, immigrazione e alleanze internazionali, al di là del trasferimento retorico di ogni rogna alla cliccocrazia della Rete?

Fin qui si credeva che da quelle parti la delega al pensiero spettasse al figlio di Casaleggio. Ma, dopo averlo visto in seduta ipnotica dalla Gruber, è emersa la drammatica solitudine di Di Maio. Al quale rimane, come ultima carta, la faccetta pulita da nipote prediletto di tutte le nonne. Anche se non più delle loro badanti, quelle sì in prevalenza rumene.

(Massimo Gramellini)