Il teorema dell’assentennista

di stomaus

Dura è la vita dell’assentennista, l’assenteista che si allontana dall’ufficio per spirito di servizio, ma anche di diritto e di rovescio, e va a sfogare sui campi da tennis il suo disagio verso un mondo ostile che ne mortifica il talento. Prendete Tommaso Ricozzi, il radiologo di un ospedale pubblico napoletano che in orario di lavoro alternava il camice bianco a maglietta e pantaloncini dello stesso colore. Intervistato dal programma «Nemo» di Raidue poco prima che su di lui si abbattesse lo smash della legge, teorizzava con convinzione che è meglio lavorare bene tre o quattro ore al giorno, piuttosto che ciondolare da mattina a sera in ospedale senza fare nulla.
Gli va riconosciuto di non essersi limitato a esporre queste teorie di avanguardia.
Le ha messe in pratica. Eppure è stato sommerso dalle critiche. Ma è forse colpa sua se molti pazienti della sanità pubblica persistevano nella pessima abitudine di ammalarsi anche quando lui era al circolo del tennis o presso la clinica privata di famiglia, invece di concentrare i propri disturbi nella fascia oraria ristretta dove il Federer prestato alla medicina era in grado di garantire la massima efficienza? Fa specie che i criticoni si ostinino a porgli sempre le stesse assurde domande: chi decide quando un medico a scartamento ridotto lavora bene e se è lecito in tal caso versargli egualmente la retribuzione piena. Ma egli medesimo, che diamine, sulla base inattaccabile della sua coscienza. Se solo gli lasciassero il tempo di spolverarla, tra un rovescio e l’altro.

Massimo Gramellini

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