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Mese: luglio, 2015

Il cretino della savana

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Il bipede ridens a sinistra nella foto è un cretino. Si chiama Walter Palmer, fa il dentista in Minnesota e ha speso 55 mila dollari di carie per arrivare a scattare questa immagine che lo immortala accanto alla sua preda: il leone simbolo dello Zimbabwe, da lui ucciso in un parco naturale con l’aiuto di due bracconieri. Una bravata che ha già provocato i primi sconquassi nell’ecosistema. L’altro leone dominante del parco sta infatti cominciando a sbranare i cuccioli non più protetti del defunto.

La sollevazione contro il cretino è mondiale e qualcuno si lamenta: possibile che la sorte di un leone della savana ci strazi il cuore più di quella di un bambino che salta sopra una mina? Naturalmente no. Ma le guerre sono fenomeni complessi di fronte ai quali, purtroppo, ci si sente spettatori impotenti. Mentre un cretino singolo che va a rompere pesantemente le scatole alla natura per farsi una foto da mostrare agli amici durante un picnic in Minnesota ci appare una minaccia più contenuta e arginabile. Per esempio concedendo a qualche leone superstite la possibilità di una rivincita contro il cretino da disputarsi al Colosseo (sempre che gli scioperi della metro consentano al leone di arrivarci).

(Massimo Gramellini)

Il danno

Nel giorno in cui i musi lunghi del Fondo Monetario annunciano che la crisi in Italia finirà soltanto tra vent’anni, alcuni giudici della Cassazione appena sbarcati dal pianeta di Papalla sentenziano che «la perdita del lavoro non costituisce un danno grave alla persona». Un pizzicotto, tutt’al più.

La Suprema Corte si pronunciava sul ricorso di un imprenditore cuneese in causa col Fisco e in affanno coi soldi, che sosteneva di avere usato quelli destinati all’Iva per pagare le retribuzioni dei dipendenti. Che si tratti della verità o del fantasioso alibi di un commosso evasore, non è il punto che qui ci interessa. Ci interessa che i giudici di Papalla non abbiano ritenuto di inserire lo stipendio e il posto di lavoro nella cerchia ristretta dei valori la cui perdita procura una ferita insanabile alla dignità umana. Vi interesserà sapere che in quella lista – oltre ovviamente alla vita, alla salute, alla libertà morale e sessuale – i giudici di Papalla evocano un concetto molto astratto e abusato come l’onore. Ma se vivessero sulla Terra saprebbero che nulla lede l’onore e la considerazione di se stessi quanto la mancanza o la perdita del lavoro. Un giovane disoccupato cronico si vive come un fallito; un cinquantenne licenziato e con speranze quasi nulle di riqualificazione non ha più occhi per piangere e neanche per guardare in faccia i propri figli. Certi giudici meriterebbero di perdere il posto per manifesta disumanità. In questo caso, effettivamente, non si tratterebbe di un danno grave.

(Massimo Gramellini)

  

  

Mannelli

  

Vauro

  

Re Laurentis

Non so perché continuo a coltivare questa idea bacata che i cosiddetti vip dovrebbero comportarsi meglio dei militi ignoti. Sarà una reminiscenza di letture impegnate («A grandi poteri, grandi responsabilità», l’Uomo Ragno), ma l’ultima cafonata attribuita al patron del Napoli e dei cinepanettoni De Laurentiis mi ha lievemente scosso il sistema nervoso. In assenza della sua versione ci si deve accontentare di quella del sindacato di polizia, piuttosto circostanziata. De Laurentiis arriva all’aeroporto di Capodichino, si presenta all’imbarco e per prima cosa pretende e ottiene di fare saltare la coda a sé e ai suoi cari: diciotto persone. Il ministro tedesco Schäuble li avrebbe rimessi in fondo alla fila, ma da buon italiano so che la rigidità non è un dogma e in questo caso il privilegio appare giustificato dall’esigenza di proteggere il presidente dall’invadenza tifosa dei passeggeri (il presidente, non gli altri diciotto).

La rigidità non sarà un dogma, obietterebbe Schäuble, ma serve a impedire che il tizio o la nazione a cui hai appena dato un dito si prenda il braccio intero. Esattamente come De Laurentiis, che chiede a un poliziotto di portargli i bagagli e, indispettito dal suo rifiuto, ordina che un pulmino privato lo conduca alla scaletta dell’aereo per non costringerlo a mescolarsi con la vile plebaglia. Il nuovo rifiuto produce un frasario da boss – «Non seguirmi, non mi servi più» – e una gomitata alla gola del poliziotto. Se l’avesse vibrata un altro, sarebbe finito in galera. Quanto ai troppi De Laurentiis d’Italia, il guaio di chi vive circondato da servi è che si illude di essere un signore.

(Massimo Gramellini)

Cara mi costi

Prima di trasferirsi a più alti incarichi dentro la bocca del leone, Roma, il procuratore della Repubblica di Catania ha apposto il timbro dell’ufficialità a una di quelle informazioni che conosciamo da sempre, ma fingiamo di dimenticare per non impazzire, mentre in un mondo meno sfinito del nostro giustificherebbero una sommossa popolare. Il dottor Salvi ha ricordato che quando gli sbarcati sulle coste siciliane si vedono negare lo status di rifugiati politici presentano subito ricorso per evitare il rimpatrio. Ma i ritmi della giustizia, paragonabili per frenesia e chiarezza a quelli di certi film iraniani sottotitolati in bulgaro, fanno sì che la loro richiesta, tecnicamente liquidabile in pochi minuti, venga esaminata con quattro anni di ritardo. Non si pensi a un’esagerazione: le domande del 2013 saranno valutate con la dovuta serenità nel 2017. Nel frattempo chi ha già in tasca un indirizzo amico sparisce nell’iperspazio europeo. Gli altri consumano la biblica attesa al centro Cara di Mineo, malamente accuditi a peso d’oro dai marpioni dell’industria della bontà, che si rifanno la coscienza, ma soprattutto la villa, a spese dei disperati migranti d’Oltremare e degli esasperati contribuenti dello stagno Italia.

Come sempre quando l’inefficienza del sistema mette in circolo tanti soldi, alla denuncia dell’alto magistrato farà seguito l’unanime sdegno delle forze politiche e l’impegno unanime a risolvere la questione al più presto, cioè mai. Ci venga almeno risparmiata l’ipocrisia di chi si scaglia contro l’arretratezza della giustizia indiana, che per giudicare i nostri marò si è presa i suoi tempi: gli stessi nostri.

(Massimo Gramellini)

Vauro

  

Laterza via

Sei il sindaco di Bari e assumi un’addetta stampa. La stimi, ti piace, vi mettete insieme. Poi diventi presidente della Puglia e te la porti al seguito, senza concorso e con uno stipendio annuo di circa centomila euro pagato dai contribuenti. Non hai violato alcuna legge e ti senti a posto con la coscienza. Pensi che chi ti accusa di familismo sia un moralista e un ipocrita. Provi a ribaltare il ragionamento: essere la fidanzata o il figlio di un uomo di potere non può trasformarsi in un handicap. Lo scrivi pure sul web: «Non cambio il miglior addetto stampa che abbia mai avuto solo perché ci siamo innamorati. Non sarebbe giusto». Come darti torto, governatore (ed ex giudice) Emiliano?

Proviamoci. Nelle nazioni dove lo Stato non è ancora un participio passato, comanda una parola qui ignota: opportunità. Esistono molte cose legittime che però non sono opportune. Non è opportuno che il parente di un rappresentante delle istituzioni ottenga un incarico pubblico, e proprio da lui. E non è opportuno, anzi comincia a diventare fastidioso, che per i politici del Pd, specie se provenienti dal mondo della magistratura, valga il principio della diversità morale, per cui se Berlusconi piazza un’amica in Regione è un puttaniere, mentre se Emiliano sistema a spese del Pubblico la pur bravissima compagna Elena Laterza è un sincero democratico. L’opportunità è una forma di sensibilità civile che tiene conto degli umori dei cittadini. Oggi quegli umori sono esasperati dalla crisi e dal pensiero fisso che il mondo si divida in privilegiati ed esclusi. Il guaio è che i privilegiati non se ne rendono più neanche conto.

(Massimo Gramellini)