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Mese: marzo, 2015

Scemo chi non legge

 

Non è il massimo della vita fare ogni giorno le cassandre e i grilli parlanti, specie se tutto intorno è un concerto per violini, pifferi, tromboni, grancasse e tricchetracche. Sarebbe bello poter dire, una volta tanto, che va tutto bene, o almeno ci andrà. E risparmiarci i ritornelli del Farinetti di turno: “Ma voi vedete sempre il brutto dappertutto!”. Come se lo facessimo apposta, se ci fosse bisogno di scavare, per trovarlo. Per un anno, soli soletti, abbiamo scritto che l’Italicum e il nuovo Senato sono due schiforme perché espropriano un’altra volta i cittadini del diritto di scegliere i propri rappresentanti e consegnano le istituzioni (che sono di tutti) nelle mani di uno solo, il premier-padrone. Ora che forse è tardi (ma forse no, se chi dissente si decide a votare contro in Parlamento, anziché ciarlare in tv), lo dicono pure la minoranza Pd e persino i costituzionalisti Onida, Ainis e De Siervo, finalmente liberati dall’armatura corazziera dell’èra Napolitano. Qualcuno parla addirittura di rischio autoritario: peccato che quando noi rilanciammo l’allarme di Zagrebelsky e Rodotà nel famoso appello di Libertà e Giustizia di un anno fa, e l’estate scorsa raccogliemmo le firme di 350 mila lettori, venissimo guardati come marziani o come visionari. Quante volte, in beata solitudine, abbiamo scritto che le decine di “fondazioni” di leader e sottoleader sono casseforti opache e antidemocratiche: aggirano la legge sul finanziamento ai partiti e nascondono ai cittadini i finanziatori con la scusa della privacy, esattamente come le cene elettorali di cui non si può sapere chi partecipa, e chi versa, e quanto, perché bisogna tutelarne la sacra riservatezza. L’abbiamo scritto sulla fondazione Fare Metropoli di Filippo Penati, l’abbiamo ripetuto sulla fondazione Italianieuropei di Massimo D’Alema, l’abbiamo riscritto sulle collette gastronomiche e la fondazione Big Bang di Renzi & Carrai: attendiamo ancora risposte, intanto Penati è sotto processo (per i pochi reati scampati alla prescrizione regalata dalla legge Severino) e l’inchiesta napoletana di ieri cita anche finanziamenti e strane attività di Italianieuropei (che comprava libri e vini del Conte Max) e di BigBang (che pagava il cellulare a Renzi quand’era sindaco), come spiega Marco Lillo qui accanto. Renzi e il Pd, come già per Incalza (oggetto di numerosi articoli del Fatto in tempi non sospetti), non possono cadere dalle nuvole sui maneggi del sindaco di Ischia Giuseppe “Giosi” Ferrandino. Un anno fa, quando preparavano le liste per le Europee, pubblicammo vari articoli sugli inquisiti da non candidare. Tra questi c’era Ferrandino, rinviato a giudizio per falso ideologico e abuso d’ufficio per aver disboscato una collina per costruire una caserma della Forestale, deputata proprio a combattere gli scempi ambientali. Il Pd se ne fregò e anziché chiedergli di dimettersi da sindaco, lo candidò al Parlamento europeo, per fare vetrina a Bruxelles e a Strasburgo assieme a Renato Soru, imputato per reati fiscali, e a un’altra infornata di inquisiti. Per fortuna, Ferrandino risultò primo dei non eletti. Da ieri è in galera e la vicesegretaria Serracchiani dice di non conoscerlo: possibile che non sappia chi candida il suo partito? Se ci avessero letti con più attenzione, e avessero provveduto di conseguenza, lorsignori non si ritroverebbero ora alle prese con candidati impresentabili tipo De Luca (alle Regionali in Campania) e Crisafulli (alle Comunali a Enna) e con i sottosegretari imbarazzanti Barracciu, Faraone, De Filippo, Castiglione (indagati), Nencini e De Caro (citati da Incalza come scelti da lui, ma inspiegabilmente al loro posto a differenza del ministro Lupi). Per non parlare della pantomima di Agrigento, dove le primarie del Pd le ha vinte un raro esemplare di forzista incensurato, ora annullate per candidare Angelo Capodicasa, il dinosauro pidino che governò la Sicilia dal 1998 al 2000, pappa e ciccia con Totò Cuffaro. Certo, non è molto popolare scrivere ogni giorno ciò che gli altri non scrivono. E non è molto piacevole sentirsi insultare sia dai delinquenti, sia da chi dovrebbe combatterli. Quando Lillo scrisse che Renzi doveva scegliere fra Cantone e Incalza, quest’ultimo chiamò sua figlia e disse: “Sul Fatto Quotidiano c’era un articolo in cui dice ‘Cantone, Incalza è il tuo problema’, con la fotografia di Scajola e mia… Ma a uno come Marco Lillo, a questo punto, l’unica cosa che gli possiamo fare… del male fisico, non lo so”. Anche due uomini della coop Cpl Concordia indagata ieri a Napoli ci onorano di una citazione per esserci occupati di loro un anno fa: “Ma questo bollettino qua, il Fatto Quotidiano, è il bollettino della magistratura… di una corrente della magistratura, di Magistratura democratica!”. Per noi sono tutte medaglie. Ma sono anche la prova che tenere alla larga certi soggetti prima che arrivino i carabinieri non è poi così difficile. Purché lo si voglia. Il punto è proprio questo: è ancora possibile una politica senza delinquenti? A giudicare dalla nuova fregola di bavaglio alla stampa (proprio sulle intercettazioni) che pervade la maggioranza, da Renzi ad Alfano col solito soccorso azzurro, si direbbe di no. A vedere la piazza di sabato sotto il palco di Landini e le battaglie magari sgangherate ma pulite dei 5Stelle in Parlamento per una vera Anticorruzione, si direbbe di sì. Forse un giorno lo stesso Renzi, che è tutto fuorché fesso, capirà che i gargarismi sulla presunzione d’innocenza fino a sentenza definitiva non hanno senso per chi fa politica, e tantomeno per chi governa. Bisogna arrivare prima della Cassazione. Si guardi 1992 per un ripasso. La rottamazione non basta sbandierarla, bisogna farla. Se no te la fanno i carabinieri. E prima o poi si portano via anche te. (Marco Travaglio)

 

Il suicidio Meredith 

Marco Travaglio

Come già l’altra in appello, anche l’assoluzione di Amanda Knox e Raffaele Sollecito in Cassazione ha innescato commenti demenziali sul delitto di Meredith Kercher: pare quasi che, 8 anni fa a Perugia, la studentessa inglese si sia suicidata. O che l’unico condannato (a 16 anni con lo sconto del rito abbreviato), il giovane ivoriano Rudy Guede, tuttora detenuto perché colpevole di “concorso in omicidio commesso da altri”, fosse solo soletto sulla scena del delitto. Non sappiamo che cosa scriveranno i supremi giudici nelle motivazioni, ma sappiamo quello che non potranno scrivere: e cioè che Amanda e Raffaele non c’entrino nulla con quel caso, o che gli inquirenti abbiano preso un abbaglio con un duplice scambio di persona, mettendo in carcere due estranei e tenendoceli per 4 anni. Probabilmente si limiteranno a dire che le prove ritenute sufficienti dalla Corte d’Assise di Perugia (2 giudici togati e 6 popolari) che li condannò, dalla Corte di Cassazione (5 togati) che annullò la loro assoluzione in appello, e dalla Corte d’Assise d’appello di Firenze (2 togati e 6 popolari) che li ricondannò, sono per loro insufficienti. E, siccome per convenzione l’ultimo verdetto è quello buono, la verità processuale si ferma qui. Il che non vuol dire che questa (fondata sulle prove certe e legittimamente raccolte) collimi con la verità dei fatti (che di solito è molto più vasta, ma spesso indimostrabile), né che le sentenze precedenti siano sbagliate. Ciascuno poi, se conosce le carte, è libero di pensare che Meredith l’abbiano uccisa Amanda, Raffaele e Rudy (come dicono ben 35 giudici in 6 sentenze: primo grado, secondo appello e prima Cassazione sui due ex fidanzatini, più le tre emesse su Guede dal gup, dalla Corte d’assise d’appello e dalla Cassazione), oppure Rudy con altri due Mister X (come pare desumersi dai due soli verdetti favorevoli, scritti da 13 giudici: il primo appello e la seconda Cassazione). Se una sezione di Cassazione dice che Amanda e Raffaele sono gli assassini e un’altra che le prove non bastano a dichiararli tali, non è che una è più Cassazione dell’altra: semplicemente hanno valutato diversamente gli indizi, come sempre avviene nei processi indiziari, cioè privi della prova schiacciante, la cosiddetta “pistola fumante”. Il risultato finale lo conosciamo e ne dobbiamo prendere atto: Guede condannato, Sollecito e Knox assolti. Ma siamo liberissimi di pensare, volendo, che si tratti di un errore giudiziario (lo è anche l’assoluzione di un colpevole, non solo la condanna di un innocente). Oppure che sia un verdetto giusto (non si condanna se non “oltre ogni ragionevole dubbio”). Ma solo perché l’insufficienza di prove dipende dalla scarsa bravura degli inquirenti nel trovarle, o dall’abilità degli assolti a nasconderle e a tappare la bocca ai complici e ai testimoni. Questo è l’atteggiamento corretto e laico che si dovrebbe tenere alla fine di un processo indiziario. Diversi indizi facevano ritenere gli imputati colpevoli, altri facevano dubitare che lo fossero: il classico bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto, rimesso alla discrezionalità dei giudici. La stragrande maggioranza di essi ha deciso per il mezzo pieno, la minoranza per quello vuoto, che ha prevalso solo perché ha convinto gli ultimi. Con l’“aiuto”, va detto, delle incredibili pressioni americane (chissà se il povero Guede sarebbe dentro a espiare la pena da solo per un delitto commesso con altri, se anziché un nero ivoriano fosse anche lui un bianco targato Usa). Chi poi sostiene che Amanda e Raffaele non andavano neppure processati non sa quel che dice. Le indagini della Scientifica e le ultime perizie sul coltello e sul gancetto del reggiseno della vittima, il memoriale scritto da Amanda e poi rimangiato, le mezze parole di Guede “chiamavano” la Knox e Sollecito sulla scena del delitto. Altrimenti perché Amanda, nel primo interrogatorio senza difensore, quando nessuno ancora sapeva nulla dell’esistenza di Rudy, descrisse l’omicidio attribuendolo a Patrick Lumumba, il “nero sbagliato” (“ricordo confusamente che Patrick ha ucciso Meredith”), e fu perciò condannata definitivamente a 3 anni per calunnia? Se lei non era lì, che ne sapeva del delitto e dell’assassino? E, se lei non c’entra, perché calunniare un innocente? E perché Raffaele mentì sull’alibi della fidanzata (“quella sera Amanda dormì a casa mia”), subito sbugiardato da vari testi? E chi sono i complici di Rudy, visto che nella stanza di Meredith c’erano tracce solo di Rudy, di Amanda (il suo Dna sul coltello) e di Raffaele (il suo Dna sul gancetto) e che il processo a Rudy ha accertato che il suo ingresso nell’alloggio fu “favorito da Amanda”? Gli indizi, anche scientifici, che han tenuto in carcere i due non li ha valutati solo la Procura: li hanno confermati un gup, 9 giudici di tre diversi Riesami e 5 di Cassazione. Se la Procura avesse messo in cassaforte la confessione di Amanda, scovando un avvocato d’ufficio la notte in cui sapeva tutto e accusava Patrick prima di chiudersi a riccio, anziché continuare a sentirla senza difensore e rendere così inutilizzabile quel verbale, forse oggi racconteremmo un’altra storia. Idem se Rudy avesse parlato chiaro. Quindi, per favore, si prenda atto dell’assoluzione. Ma nessun processo alla giustizia italiana, tantomeno dagli Usa: lì, dopo la prima condanna, buttano la chiave. Noi invece facciamo i processi in nome del popolo italiano con tanto di giuria popolare, poi li rifacciamo in nome di un altro popolo italiano, e ci concediamo pure il lusso di due verdetti (contrastanti) di Cassazione. Quindi, anziché vaneggiare di ingiustizie da risarcire, è il caso di frenare le isterie – come peraltro fanno saggiamente gli avvocati difensori – e accontentarsi. Qui gli unici da risarcire sono la buonanima di Meredith e la sua povera famiglia.

Cosí fan tozzi

 

 

Quarant’anni fa domani, nelle sale usciva il primo film di Fantozzi e l’Italia si metteva allo specchio, almeno quella parte che già non lo aveva fatto nei libri in cui il genio di Paolo Villaggio si era inventato non soltanto una maschera, ma una lingua. Chi è il ragionier Ugo Fantozzi? Uno sconfitto che si scopre migliore, o comunque non peggiore, degli altri. I megadirettori galattici si rivelano meschini, le contesse con sei cognomi avide, gli intellettuali da cineforum una massa di barbe frustrate, i colleghi viscidi o entusiasti dei traditori potenziali. E l’Italia in genere un Paese di servi cinici e cattivi che infieriscono sul più debole in una sorta di catena alimentare dove esiste sempre qualcuno più fantozzi di te.

Col passare degli anni la caricatura concepita da Villaggio si sta trasformando (tragicamente, direbbe lui) in una fotografia. Per fortuna Fantozzi è anche altro. Al di là, forse, delle intenzioni del suo creatore, sotto quel cappotto siberiano batte un cuore. Il ragioniere ama la frivola signorina Silvani e, in fondo, persino la moglie dimessa e la figlia bertuccia. Incarna il perdente inesauribile e indomabile come un eroe dei fumetti. Ed è questa energia che lo riscatta e lo rende immortale.

(Massimo Gramellini)

 

La Peggiocrazia

Marco Travaglio

Ma Renzi se lo ricorda perché è diventato Renzi? Lo sa o non lo sa perché tanta gente s’è fidata e, in parte, continua a fidarsi di lui? Pensa davvero che sia perché ha omaggiato la Confindustria della libertà di licenziare? O perché vuole riempire il nuovo Senato di consiglieri regionali e di sindaci mai eletti per fare i senatori e la nuova Camera di portaborse e sottopancia nominati dai segretari di partito? Forse un ripassino delle famose Leopolde, specie le prime, quand’era solo sindaco, gli gioverebbe. Sentirebbe il professor Luigi Zingales dire, nel 2011: “L’Italia è governata dai peggiori: l’80% dei manager dichiara che la prima strada per il successo è la conoscenza di una persona importante, poi ci sono lealtà e obbedienza, la competenza è solo quinta”. E sentirebbe se stesso ribadire: “Noi vogliamo un’Italia fondata sul merito, sulla conoscenza e non sulle conoscenze”. Lupi s’è dimesso perché suo figlio aveva trovato un paio di lavori grazie alle conoscenze del padre. Ma poi s’è scoperto che i suoi vice Nencini e Del Basso de Caro sono lì grazie a Incalza: siccome, per legge, li ha nominati il premier, perché non li rimuove? Poi ci sono i sottosegretari indagati: lo stesso Del Basso, Faraone, Barracciu, De Filippo e Castiglione. Il quinto è dell’Ncd ed è inquisito da poco. Ma i primi quattro sono del Pd ed erano già indagati (peculato per presunto uso privato di rimborsi pubblici) quando Renzi li nominò. Almeno per loro, non se la può cavare – come ha fatto l’altroieri – invocando “il garantismo” e “il principio di Montesquieu: se consentiamo di stabilire un nesso tra avviso di garanzia e dimissioni diamo per buono il principio per cui qualsiasi giudice può iniziare un’indagine e decidere sul potere esecutivo”. Il garantismo non c’entra nulla: è il diritto di ogni imputato di difendersi con tutte le garanzie nel processo, non certo di entrare nel governo. I governanti non devono avere pendenze giudiziarie in base ai principi di precauzione e di opportunità, per evitare tre pericoli: che un possibile autore di reati maneggi denaro pubblico commettendone altri; che un esponente dell’esecutivo venga poi condannato, mettendo in imbarazzo il suo governo; che nella PA si diffonda l’impressione che il peculato e l’abuso sono infortuni sul lavoro, quindi pazienza. Il povero Montesquieu c’entrerebbe qualcosa se qualcuno avesse detto che i cinque sono colpevoli e devono andare in galera: noi abbiamo soltanto scritto che possono accontentarsi di restare in Parlamento, lautamente pagati da noi. Anche perchè il contributo dei suddetti al governo del Paese non rifulge di particolare luminosità. Chiunque abbia sentito parlare Davide Faraone, al pensiero che sia sottosegretario all’Istruzione prova un senso di umana pietà per gli insegnanti, gli studenti, i prèsidi, i genitori e i bidelli. Ieri Francesca Barracciu ha voluto darci un saggio del suo eloquio in un misterioso idioma non indoeuropeo che rende tragicomico il suo incarico di sottosegretario ai Beni Culturali. Rispondendo ad Alessandro Gassmann, che le aveva chiesto gentilmente di sloggiare dalla “poltrona pagata da noi” finché non avrà risolto i suoi impicci con la giustizia, la Barracciu ha risposto testualmente: “Lei intanto che impara fare attore, può evitare far pagare biglietto cinema per i suoi ‘film’?”. Dal che, congiuntivi a parte, non si comprende chi obblighi la Barracciu a pagare il biglietto dei film di Gassmann. Se non perché è indagata, Renzi potrebbe rimuoverla almeno per come scrive. Poi ci sarebbe il ministro dell’Interno Alfano, che a parte il fatto di essere Alfano e di aver combinato tutto quel che già sappiamo, ha appena sostenuto che una legge sulle pensioni di reversibilità per le coppie gay ci costerebbe “circa 40 miliardi di euro”. Vaccata sesquipedale: il costo sarebbe mille volte più basso (44 milioni a regime nel 2027, solo 1 milione nel 2016). Perché la sicurezza degli italiani dev’essere affidata a questo allocco? Ecco, chi sperava in Renzi questo chiedeva: che desse finalmente cittadinanza anche in Italia all’articolo 6 della Déclaration della Rivoluzione francese: “I cittadini sono ugualmente ammissibili a tutti gli incarichi e impieghi pubblici, senza altra distinzione che quella delle loro virtù e dei loro talenti”. Di recente Michele Ainis ricordava sul Corriere al Pd l’elezione al Csm di una tizia priva dei titoli, infatti subito decaduta. L’ultimo bando per il direttore del Museo egizio di Torino non cita l’egittologia fra le competenze richieste, e per chi gestisce gli scavi di Pompei l’archeologia è un optional. Il governatore lombardo Maroni ha nominato presidente di Lombardia Informatica un esperto di antifurti. E da tre anni il Garante della privacy è un dermatologo: il pd Antonello Soro. Nel governo Renzi – notava Ainis – “c’è (c’era, ndr) una farmacista agli Affari regionali, un’imprenditrice della moda sottosegretario all’Istruzione, un laureato in Lettere viceministro dell’Agricoltura. Ma la stessa laurea è un optional: alla Camera non è laureato il presidente della commissione Trasporti, al Senato quelli delle commissioni Finanze e Sanità. E la commissione Ambiente è presieduta da un odontoiatra”. Le pendenze penali, poi, non sono un handicap ma fanno curriculum. Anche nell’Italia di Renzi, il sistema di selezione delle classi dirigenti rimane quello di Mel Brooks in Mezzogiorno e mezzo di fuoco: il cattivo che deve arruolare una sporca dozzina interroga i curricula dei candidati: “Precedenti penali?”. Il primo risponde: “Stupro, assassinio, incendio doloso, stupro”. E lui: “Hai detto due volte stupro”. “Sì, ma mi piace tanto lo stupro!”. “Ottimo, firma qua. Avanti il prossimo… Precedenti penali?”.“Atti di libidine in luogo pubblico”.“Non è mica tanto grave”. “Sì, ma in una chiesa metodista!”. “Ah carino! Arruolato, firma qua!”.

Clausura 2.0

Poche persone conservano ancora il potere di stupirmi e tra queste, da sabato scorso, ci sono le monache di clausura che nel duomo di Napoli hanno festosamente aggredito e quasi divorato un attonito papa Francesco, infischiandosene dei rimbrotti in vernacolo stretto del cardinale Sepe (che meriterebbe un articolo e forse un universo a parte). Luciana Littizzetto le ha canzonate in tv, dando loro delle represse. E le sorelle, punte sul vivo, hanno replicato. Su Facebook. Abbiamo così scoperto che le monache di clausura non solo hanno il telecomando, ma anche una pagina sui social network. E la usano, sfoderando battute come questa: «Se avessimo voluto, avremmo scelto ben altri uomini». Un’allusione che il Papa nella sua immensa misericordia saprà perdonare, ma che a chi santo non è insufflerà il sospetto che le suore teledipendenti intendessero fare riferimento a certi naufraghi particolarmente attrezzati dell’Isola dei Famosi.

Quel che è certo è che la tecnologia ha ammazzato l’idea stessa di clausura. Che isolamento potrà mai esserci, se si è sempre connessi? D’altra parte chi non è connesso non si sente più isolato, ma escluso. Prima di ritirarsi nel deserto, oggi il profeta biblico vorrebbe accertarsi che ci sia campo anche lì. E l’eremita pretenderebbe una caverna con il wifi. La comunicazione pervasiva facilita il peccato, però un po’ lo spoetizza. La prossima monaca di Monza risponderà alle profferte amorose dello sciagurato Egidio con un sms e forse la cosa finirà lì. (Massimo Gramellini)

Una riforma sul mare

Il ministro del Lavoro Giuliano Poletti si è lamentato della lunghezza esorbitante delle vacanze estive. Per un ragazzo, ha detto, tre mesi senza fare nulla sono troppi. Ne basterebbe la metà, mentre l’altra potrebbe essere impiegata più utilmente in attività formative. E ha portato a esempio i suoi figli, che durante le estati dell’adolescenza andavano a spostare le casse al mercato e non se ne sono mai pentiti. Come ogni attacco alle residue sacche di felicità della vita, la proposta del ministro è stata calorosamente applaudita da parecchi adulti.

 Mi permetto di dissentire. E non perché io coltivi solo memorie meravigliose delle mie estati fancazziste. Anzi, le ricordo popolate di incontri sbagliati, tempi morti infiniti, incertezze e angosce che nemmeno i baci ricambiati e i film avvincenti riuscivano completamente a lenire (per non parlare dei baci rifiutati e dei film noiosi). Eppure ho la sensazione che il mio (pessimo) carattere si sia formato in quei lunghi periodi di vuoto. E’ nei mesi dell’ozio che ho coccolato sogni inauditi e accumulato esperienze significative. Non ho mai spostato casse al mercato. In compenso ho raccolto mele. Chili e chili di mele. Più o meno per mia scelta, però. Non perché mi fosse stato imposto da una legge, che da buon italiano avrei subito cercato di violare. Tra l’altro quelli erano ancora tempi in cui il lavoro sottopagato procurava un brivido di trasgressione. Poiché oggi rappresenta la normalità fino ai trent’anni e oltre, costringere chi ne ha quindici a fare già la sua conoscenza mi sembra una cattiveria, anch’essa gratuita.   (Massimo Gramellini)

Natangelo 

  

Natangelo 

  

Isis chi?

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Vauro