Mozione e rimozione

Ieri l’Italia ha riconosciuto la Palestina per quasi cinque minuti, il tempo intercorso tra la mozione favorevole del Pd e quella irta di distinguo dei suoi alleati di centro, entrambe approvate dalla maggioranza dei parlamentari con il sostegno entusiasta del governo. Poi uno si chiede come ci vedono all’estero. Così. Nei secoli infedeli. Adulteri esistenziali, incapaci di rispettare un patto e di finire una guerra dalla parte in cui l’hanno incominciata. Il Paese degli inciuci e dei distinguo, delle leggi dove il secondo comma contraddice sistematicamente il primo. Di un primo ministro (Berlusconi, ma Andreotti non fu da meno) che la mattina visitava in lacrime un ospedale di Gaza e al pomeriggio abbracciava calorosamente i deputati di Tel Aviv. In Italia, diceva Flaiano, la linea più breve tra due punti è l’arabesco. Alla schiena dritta si preferiscono le evoluzioni dei dervisci e alle mosse rigide delle torri quella del cavallo, un passo avanti e due di lato, ma solo per tornare a farne uno indietro.  

Gli esperti sapranno sicuramente spiegarci le sfumature di questo ridicolo o forse geniale pateracchio che ha rassicurato gli israeliani e illuso i palestinesi senza deluderli del tutto, lasciando una porta aperta, per quanto spalancata sul vuoto. Tanto vale rassegnarsi. Accettare il talento cialtrone che il mondo intero ci riconosce. Sorriderne, magari. E continuare a esercitarlo con la professionalità che, almeno in questo campo, non ci è mai venuta meno.  


(Massimo Gramellini)

Capanna montata

Da qualche tempo Mario Capanna, il giovane dell’altro ieri, va alla radio e in televisione a irridere i giovani di oggi. Avranno una pensione misera a 70 anni? si domanda dall’alto della sua da ex parlamentare, invece più che soddisfacente. Ben gli sta, si risponde da solo, perché senza lotta non si ottiene nulla nella vita e loro non lottano, ma preferiscono vivere nella bambagia di mamma fino a quarant’anni «tanto che bisogna chiamare i carabinieri per buttarli fuori». A parte che preferisco vivere in un Paese che chiama i carabinieri per fare sloggiare un figlio quarantenne anziché per difendersi da chi tira le molotov. Ma a Capanna, come ai tanti ribelli placati della sua età che imputano ai ragazzi del Duemila di non fare la rivoluzione, continua a sfuggire un piccolo particolare. Che nel «loro» Sessantotto, figlio del boom economico, i giovani erano tantissimi. Avevano con sé l’unica forza che conta in democrazia, quella dei numeri. E vivevano in una società dalle prospettive illimitate, dove il futuro era una certezza indiscutibile.

La società che i sessantottini consegnano ai nipoti è decisamente diversa. Con il calo delle nascite e il prolungamento della vita media, i giovani sono diventati una minoranza silenziosa che pesa poco sulle decisioni della politica. E la frantumazione del lavoro, che la generazione di Capanna non ha saputo evitare e in molti casi ha sfruttato, li ha resi incapaci di pensare al plurale e coniugare i verbi al futuro. Prima di fare la morale ai ragazzi di oggi, quelli dell’altro ieri dovrebbero provare a mettersi nei loro panni. E magari chiedere scusa per avere contribuito a creare questo presente. (Massimo Gramellini)

Il Nazarenzi

Marco Travaglio

Bella la battuta di Bersani: “Ora il Milan si comprerà l’Inter”. Ma un po’ riduttiva: l’Opa di Mediaset su Rai Way è come se il Milan si comprasse tutte le altre squadre, la Lega Calcio, la Federcalcio e anche tutti gli stadi, le bandiere, le bandierine e naturalmente gli arbitri. Con la differenza che B. la Rai la controlla già, avendo la maggioranza in Cda (do you remember Verro?), e anche in Agcom. Mediaset è sua. E ora, se va in porto l’assalto concordato alle antenne di Ray Way, messe sul mercato dall’apposito Nazarenzi, diventa sua anche la rete degl’impianti di trasmissione. Come se uno solo possedesse Trenitalia, Italo e anche i binari. Completa il quadro l’annunciato acquisto di Rcs Libri, nell’ormai celebre operazione Mondazzoli. Qualcuno si domanderà: ma B. può prendersi Rai Way e Rcs legalmente o no? E, se sì, perché? La risposta è sì: può. Grazie alla legge Gasparri, la posizione dominante sul mercato mediatico-editoriale è sopra il 20% del Sic (Sistema integrato delle comunicazioni), un contenitore che tiene dentro tutto: radio, tv, siti, audiovisivi, libri, cinema, pubblicità, sponsor, televendite, produzioni, abbonamenti ecc. Così è impossibile arrivare al 20%. Infatti Fininvest è al 15 e rotti e Rizzoli sotto il 4: totale, meno del 20. Tutto lecito, grazie all’antitrust burletta della Gasparri. Idem per Rai Way: se Renzi mette sul mercato il 35% di un bene comune come le antenne Rai con la scusa di fare cassa, sa benissimo che l’unico soggetto che può comprarselo è Mediaset. Il sito del Fatto l’aveva scritto l’estate scorsa e Fico, presidente grillino della Vigilanza, l’aveva paventato a settembre. Ora Renzi finge di cascare dal pero e precisa che il 51% deve restare in mano pubblica. Ma non può comunque impedire – per i meccanismi che spieghiamo a pagina 2 – che B. dventi socio della Rai, cioè del Tesoro, cioè dello Stato, almeno fino al 14% (anche se Mediaset punta al 66,7% per avere la maggioranza). Che è comunque una quota enorme e un conflitto d’interessi spaventoso: sia perché B. è un leader politico, sia perché Mediaset è il principale concorrente della Rai. Ma anche qui è tutto lecito, grazie alla legge-barzelletta Frattini sul conflitto d’interessi. E chi ha lasciato in vigore la Gasparri e la Frattini, pur avendo giurato di raderle al suolo una volta al governo? Il centrosinistra fra il 2006 e il 2008 e dal 2013 a oggi. E chi ha regalato a B. la maggioranza nel Cda Rai, preferendo infilarci un casiniano (De Laurentiis, subito convertito alla causa) anziché un dipietrista? Il Pd nel 2012. E allora che vanno cianciando i Bersani e altre vergini violate? Quando contavano qualcosa, non hanno combinato nulla, a parte inciuciare. Ora che non contano più nulla, fanno gli splendidi, i fini dicitori, con brillanti battute su Mondazzoli e Raiset. Si oppongono con fiero cipiglio alle renzate, ma solo nelle interviste ai giornali, nei talk e nei tweet. Poi, quando potrebbero votare contro in Parlamento, si sciolgono come neve al sole. A furia di dare per morto B., sono morti loro. L’altroieri in Senato hanno deposto la pietra tombale sull’indipendenza della magistratura: la legge vergogna sulla responsabilità civile. Una schifezza incostituzionale che neppure B. aveva osato perpetrare. Profittando del tema incomprensibile, troppo tecnico per “bucare” l’opinione pubblica, questa maggioranza senza pudore dà i magistrati in pasto ai loro imputati e regala ai grandi gruppi inquinatori, evasori, corruttori, mafiosi un’arma letale per intimidire qualunque giudice si occupi di loro e dei loro soldi sporchi, a colpi di cause civili senz’alcun freno (è abolito il filtro di ammissibilità dei tribunali), così da dissuaderli e comunque ricusarli per liberarsene. Se la porcata fosse già stata in vigore negli anni 80, Falcone e Borsellino avrebbero dovuto difendersi non solo dal tritolo di Riina&C., ma anche da 475 cause civili, quanti erano gl’imputati del maxi-processo alla Cupola. Vien quasi da rimpiangere l’attacco frontale di B. ai magistrati: almeno lo vedevano tutti.

La cuoca di Briatore

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Non bastasse il caso del serioso Gino Paoli, di cui nessuno avrebbe mai osato supporre che fosse un cantante d’evasione, i soliti maligni sospettano che anche dietro i 39 milioni di dollari rintracciati sul conto svizzero della cuoca di Flavio Briatore si nasconda una truffa per eludere il fisco. In pochi sono disposti a riconoscere al raffinato gourmet anglo-cuneese il legittimo desiderio di ingaggiare a qualsiasi prezzo la chef migliore del pianeta per commissionarle il suo piatto preferito, la Caviella, una crema di caviale alle nocciole da spalmare su banconote da cento euro leggermente tostate.
Il particolare che la signora non fosse a conoscenza del cospicuo lascito sembra avere incuriosito i magistrati, biliosi e inappetenti come tutti i comunisti, mentre testimonia soltanto la bravura del manager battente bandiera monegasca nel motivare le maestranze. Chiunque sarebbe stato capace di spadellare meraviglie in cambio del prodotto interno lordo del Ghana o dell’ingaggio di Cristiano Ronaldo. Invece la cuoca di Briatore cucinava soltanto per il piacere di strappare un rutto griffato di soddisfazione al suo committente. Poiché la signora risulta al momento disoccupata in quel di Brescia, si potrebbe prendere in considerazione l’ipotesi di lasciarle la disponibilità del conto di cui era l’inconsapevole beneficiaria. Del resto ogni epoca ha gli imprenditori che si merita. Michele Ferrero seppe arricchire una provincia intera. Che Briatore arricchisca almeno la sua cuoca. (Massimo Gramellini)

Fisco per fiasco

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È più pericoloso un governo che non fa nulla contro l’evasione fiscale, anzi fa molto pro, o un privato cittadino famoso accusato di evadere il fisco? Il secondo, a dar retta ai giornali. La lista Falciani, le accuse di Giuliano Soria, l’indagine di Gino Paoli, le polemiche a Sanremo per la presenza di Ferro e Nannini sospettati di evasione, occupano le prime pagine. E intendiamoci, è giusto e normale che sia così, vista la notorietà dei personaggi: Grillo, che difende l’amico Gino, deve farsene una ragione, anche se Paoli, come tutti gli accusati, ha il sacrosanto diritto alla presunzione di non colpevolezza (che non lo esime dalle dimissioni da un ente “sensibi” come la Siae). Ciò che stona non è lo spazio dedicato ai Vip presunti evasori. Sono gli zero tituli sul nulla che sul tema sta facendo Renzi, quello che ancora tre mesi fa annunciava “repressione durissima” per chi froda il fisco e poi stringe patti con un pregiudicato per frode e si circonda di imprenditori inquisiti per evasione o specialisti in elusione nelle varie Leopolde e pellegrinaggi aziendali (a proposito: l’ultimo capo del governo che passò in rassegna gli operai plaudenti della Fiat fu Mussolini). Ieri, sull’Espresso, il ministro Padoan annunciava per il Cdm del 20 febbraio (sempre ieri) “le misure per le imprese (Iva, fiscalità internazionale, fatturazione elettronica, catasto)”. Peccato che al Cdm di ieri queste belle misure non siano pervenute. Così come il decreto sui reati tributari, quello nato a Natale col condono al 3%, poi rinviato a ieri, poi rimandato a chissà quando. Non è dunque dato sapere in base a quali elementi oggettivi Padoan comunichi che “il governo Renzi fa una guerra più efficace agli evasori dei precedenti governi”. Al momento, alzando le soglie di impunità fissate nel 2011 da Tremonti, sta facendo peggio persino dell’ultimo governo B. Padoan insiste con la favoletta dei “semplici errori” che oggi – a causa di un fantomatico “eccesso di attenzione all’aspetto penale” – farebbero “scattare l’azione penale” contro migliaia di poveri imprenditori soloperché si sbagliano a scrivere la dichiarazione dei redditi, con effetti esiziali per l’economia: “in un’impresa non si fanno più gli investimenti perché gli amministratori temono di finire in galera, non per una frode ma per uno sbaglio”. Ma ci faccia il piacere: in Italia non si fanno investimenti sia perché abbiamo un sistema creditizio da terzo mondo, che presta soldi agli amici degli amici e non a chi ne ha bisogno per finanziare un’idea o un progetto innovativo; sia perché abbiamo il record negativo in Europa degli investimenti stranieri (lo 0,8% del Pil, la metà della media Ocse, persino sotto Cile, Indonesia e Colombia), a causa di mafie, corruzione, bilanci truccati ed evasione. Nessuno punta un euro al casinò se sa che la roulette è truccata: e in Italia si sa che la concorrenza è sleale proprio perché gli indigeni hanno carrettate di fondi neri per taroccare le gare e corrompere gli arbitri. Ieri Gian Antonio Stella ha pubblicato sul Corriere i dati del Consiglio d’Europa sulla popolazione carceraria del 2013: su 39.571 detenuti italiani con condanna definitiva, solo 230 sono dentro per reati economico-finanziari, contro 7986 in Germania, pari allo 0,6% (contro una media europea di 5,9). In che senso allora i nostri manager sarebbero terrorizzati dal finire in galera? Padoan dica piuttosto la verità, che è semplicissima. In Italia gli evasori sono 11-12 milioni (dati Agenzia delle Entrate): il primo partito, poco sopra il Pd (che alle Europee ha preso 11,1 milioni di voti). Perciò non si possono toccare, anche perché i partiti continuano a foraggiarsi in nero dalle imprese, rappresentate non a caso dalla più indecente Confindustria d’Europa, che ora chiede di ammorbidire la già tenerissima legge sul falso in bilancio. Quindi, signori del governo, per favore: continuate a farvi i vostri traffici, ma almeno non prendeteci in giro. Abbiamo capito tutto da un pezzo. (Marco Travaglio)