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Papa Sergio (zero tituli)

Massimo Gramellini

Al confronto Monti era il carnevale di Rio. Ho guardato e riguardato l’unica intervista a Sergio Mattarella disponibile su YouTube, ambientata su un divano a fiori non vivacissimi. In quattro anni ha ricevuto zero commenti. Questo è il primo. Argomento della conversazione, il ruolo della cultura. Il Presidente designato della Repubblica parla per sei minuti senza mai variare il tono della voce né muovere un muscolo del volto. A metà, per alleggerire, racconta una storiella del quarto secolo avanti Cristo. La sua dialettica è un riuscito mix tra la verve di Forlani e l’immediatezza di De Mita. «Credo che il bombardamento commercializzato di modelli di vita cui oggi siamo sottoposti abbia agevolato e accresciuto, se non la tendenza, il pericolo di un abbassamento dei valori di riferimento». Intendeva dire, con qualche ragione, che le tv di Berlusconi ci hanno lietamente rimbecillito. Però, vuoi mettere.
Oltre a Epitteto e Aristippo, che non sono due nazionali brasiliani, cita l’amato san Francesco. Non è difficile immaginare che le sue prime mosse sul Colle sarebbero il distacco delle prese dei televisori e l’abbassamento della statura dei corazzieri per risparmiare sulla stoffa delle divise. Dimezzerebbe i costi, gli sprechi e gli aggettivi, imponendo la dieta Bergoglio a tutto il Quirinale. Da cittadino un Presidente così mi entusiasma. Da giornalista mi getta nella disperazione più cupa. Per dirla alla Mourinho, Mattarella ci darà «zero tituli». Confido nell’effetto inebriante della carica, ma nel dubbio comincio a ripassare Aristippo.

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Coniglio bianco in campo bianco

Marco Travaglio

Siccome è una partita tra furbi che si credono l’uno più furbo dell’altro, nessuno può dire se la carta Mattarella sia un atto di guerra di Renzi contro B. per rompere il Nazareno, o una manfrina per consolidare il Patto ma con il coltello dalla parte del manico. Stando a quel che è accaduto ieri, si sa solo che Renzi ha detto: il Nazareno è vivo, ma comando io, quindi votiamo Mattarella al primo scrutinio. E B. ha risposto: no, comando anch’io, dunque al primo scrutinio Mattarella non lo voto, si va a sabato, e intanto vediamo cosa mi offri in cambio. I due compari erano d’accordo per un nome condiviso (da loro, s’intende) che non si chiamasse Prodi. A dicembre era Casini, a gennaio Amato. Poi, anche grazie a un giornale con un pizzico di memoria storica e alle reazioni dell’opinione pubblica, Renzi ha capito quanto sia impopolare Amato, e ha virato su Mattarella. Che, sì, lasciò il governo Andreotti contro la legge Mammì con gli altri ministri della sinistra Dc. Ma questa è preistoria. Da anni il buon Sergio s’è inabissato in un mutismo impenetrabile, ai confini dell’invisibilità, che non autorizza nessuno a considerarlo né amico né nemico del Nazareno. Quel che si sa è che, pur essendo un ex Dc, non appartiene al giglio magico renziano, ma è molto ben visto dall’ex re Giorgio e dalla sottostante lobby di Sabino Cassese, di cui fanno parte i rispettivi rampolli Giulio Napolitano e Bernardo Mattarella (capufficio legislativo della ministra Madia, ex fidanzata di Giulio). La solita parrocchietta di establishment romano. Altro che rottamazione. Altro che il “nuovo Pertini”di “statura internazionale” promesso da Renzi. Brava persona, per carità, ma non proprio “simbolo della legalità” per comportamenti, frequentazioni e parentele. È l’ennesimo “coniglio bianco in campo bianco” (com’era chiamato anche Napolitano, prima che smentisse tutti sul Colle). Una figura talmente sbiadita che il premier sperava mettesse d’accordo tutti: renziani e antirenziani del Pd, ma anche B. che comunque allontana definitivamente lo spettro di Prodi. Diciamola tutta: se Renzi avesse voluto rompere il Patto del Nazareno, avrebbe candidato l’unico vero ammazza-Silvio del Pd, e cioè il Professore. Perciò sarebbe il caso che Imposimato – anche alla luce di quel che abbiamo scritto ieri e aggiungiamo oggi sulla sua carriera tutt’altro che lineare – venisse pregato dai 5Stelle di ritirarsi a vantaggio del secondo classificato alle Quirinarie. E che votassero Prodi anche Sel e la minoranza Pd, che ieri hanno incredibilmente abboccato all’amo di Renzi nella pia illusione che Mattarella segni la fine del Nazareno. A meno che B. non scelga spontaneamente il suicidio votandogli contro al quarto scrutinio di sabato, Mattarella non è affatto un candidato anti-B.. Non a caso Renzi, quando ha visto l’amico Silvio vacillare, ha consultato Confalonieri, che è subito sceso a Roma per convincere B. a restare in partita. Se alla fine, come in tutti questi anni, fra gli umori del partito e gli interessi dell’azienda, B. sceglierà i secondi e voterà Mattarella, potrà metterci il cappello e continuare a spadroneggiare e a fare affari. Anche perché, senza i suoi voti, Renzi può (forse) eleggere il capo dello Stato grazie all’apporto straordinario dei delegati regionali (quasi tutti pd). Ma poi non può governare né far passare le sue controriforme. Salvo follie autolesionistiche di un Caimano bollito, è probabile che i tamburi di guerra forzisti di ieri siano solo l’ultimo ricatto per alzare la posta, e siano destinati a trasformarsi nel breve volgere di 24 ore in viole del pensiero. Magari in cambio del salvacondotto fiscale del 3%, dato troppo frettolosamente per morto; o addirittura di qualche ministero tra qualche mese. Domani, comunque, tutte le carte saranno scoperte. Compresi i bluff.

La Resurrezione di Lazzaro

Marco Travaglio

Può darsi che, come dice Renzi senza precisare la settimana esatta, “sabato avremo il presidente”. Nel qual caso il premier avrà vinto la partita, chiunque sia il nome del prescelto. Che, comunque, sarebbe frutto del Patto del Nazareno, dunque un impresentabile: Amato (e ho detto tutto), o Fassino (quello del giro Quagliotti-Greganti e del“siamo padroni di una banca?”), o Finocchiaro (zarina di tutti gli inciuci, con marito imputato), o Chiamparino (che negli anni pari fa il politico e nei dispari il banchiere), roba così. Se invece, al quarto scrutinio, il Renzusconi non superasse il quorum, inizierebbe il massacro. Renzi, a quel punto, potrebbe giocare un’altra carta, sempre con B. Oppure rivolgersi ai 5Stelle. I quali, questa volta, non avranno un candidato di bandiera, come nel 2013 fu Rodotà per la proterva insipienza del vertice Pd. Per non ridursi al ruolo di spettatori e giocare fino in fondo la partita, Grillo, Casaleggio e il direttorio chiedono al Pd una rosa di nomi da sottoporre agli iscritti. Renzi non li degna neppure di risposta, confermando ciò che abbiamo sempre sostenuto: è lui, non loro, a rifiutare il dialogo. Però alcuni spiriti liberi del Pd alla email hanno risposto col nome di Prodi. È probabile che il Prof –sebbene sia un padre dell’euro – risulti, agli occhi della loro base, il meglio o il meno peggio della compagnia cantante (è quel che non capiscono i nove sciocchini che ieri si sono sfilati per andare a chiedere, bel belli, a Renzi “un presidente fuori dal Nazareno”: roba da perizia psichiatrica). A quel punto, per Renzi, sarebbe un bel problema: come potrebbe giustificare dinanzi alla sua base un No al padre del Pd per non dispiacere al Caimano? L’uomo è capace di tutto, ma a tutto c’è un limite. E quel limite potrebbe essere Prodi, molto più popolare o meno impopolare delle suddette muffe. Se alla fine il Prof salisse al Quirinale, Renzi potrebbe comunque intestarsi la vittoria, si riconcilierebbe con gli elettori del Pd che da mesi ingoiano guano, ricompatterebbe il Pd e il centro-sinistra, metterebbe in sicurezza la maggioranza del suo governo e relegherebbe B. nell’angolo. Per sempre. Il Caimano fiuta il pericolo: infatti ieri ha fatto il ritrosetto, non certo per rompere, ma per alzare la posta del ricatto. Se Renzi invece perseverasse col Nazareno, la resurrezione di Lazzaro sarebbe completa. E tutti capirebbero finalmente che il Patto è ben più inossidabile e inconfessabile di quel che si racconta in giro. Un patto di mutuo soccorso fra il Pregiudicato e lo Spregiudicato, ma anche di mutuo governo e mutui affari (condono fiscale con salvacondotto a B., regali a Mediaset sulle frequenze, legge-regalo a Banca Etruria & famiglia Boschi). Ai tempi di D’Alema, Guido Rossi paragonò Palazzo Chigi a una “merchant bank dove non si parla inglese”. Stavolta l’inglese lo si parla eccome, viste certe fughe di notizie in quel di Londra. Così, alla fine, potrebbe chiudersi questa partita cruciale: B. che, di nuovo a piede libero (i servizi sociali scadono a marzo), entra ufficialmente nella maggioranza e forse nel governo in attesa dell’“agibilità politica” (salvacondotto fiscale o grazia dal nuovo presidente scelto anche da lui). E intanto regolare i conti a destra. L’orrendo Italicum votato ieri al Senato, checché se ne dica, gli sta a pennello: il premio di maggioranza alla lista che arriva al 40% costringerà i partitini, Ncd in testa, a rientrare precipitosamente all’ovile di Arcore per non sparire; e gli consentirà, se arriverà secondo, di nominarsi tutti i deputati (i capilista bloccati, a cui solo chi arriverà primo aggiungerà qualche decina di eletti con le preferenze). Ma, di questo passo, non è neppure escluso che arrivi primo. Pare un film horror, della saga Il ritorno dei morti viventi, ma è così. Complimenti al regista.

Siam mica qui…

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Arturo e il Supercanguro

Provo a mettermi nei panni di una persona non particolarmente interessata al racconto del potere (chiunque faccia un mestiere diverso dal politico o dal giornalista). Questa persona, chiamiamola Arturo, accende il computer sul lavoro, se ne ha ancora uno, e in tutti i principali siti di informazione trova scritto a caratteri cubitali: «Italicum, sì al Supercanguro». Immagino che Arturo oscillerà tra perplessità e smarrimento. Chi è Italicum? Ed è davvero tanto importante che abbia detto sì al Supercanguro? La sera, tornato in famiglia, se ne ha ancora una, compulsa freneticamente i telegiornali e vede occhi torti e volti disfatti che si insultano come al solito ma con insolita partecipazione emotiva, come se stavolta si trattasse veramente di vita o di morte. Arturo apprende che Italicum è un mostro mutante. E infatti ha appena cambiato nome, diventando Espositum. «Espositum!», ripetono voci ansiose dentro lo schermo. «Gotor!», gridano altre, e con ogni probabilità deve trattarsi di un manga giapponese o di un’esclamazione sacra, pronunciata in una lingua della Terra di mezzo nota soltanto a Tolkien. Arturo è scosso soprattutto dal sovraffollamento degli scranni parlamentari. Quando si discuteva di terrorismo o disoccupazione erano desolatamente vuoti, mentre per il Supercanguro c’è il pienone. Come è potuto accadere? L’illuminazione gli arriva durante il monologo di un sottosegretario: e se il Supercanguro fosse il marito della Supercazzola?  (Massimo Gramellini)