Auguroni!

/home/wpcom/public_html/wp-content/blogs.dir/a31/35478426/files/2014/12/img_7623.jpg

Annunci

Vota la Balla dell’Anno

1. Mai dire 18. “L’articolo 18 è un totem ideologico, inutile discuterne” (Matteo Renzi, 12-8). “Non serve abolire l’articolo 18. Basta il contratto di inserimento” (Giuliano Poletti, ministro del Lavoro, Corriere , 17-8). “Il problema non è l’articolo 18, che riguarda 3 mila persone” (Renzi, 1-9).
2. Più Pil per tutti. “Abbiamo abbassato le previsioni di crescita del Pil rispetto al governo Letta. Sono prudenti, ma saranno smentite. Lo prometto” (Renzi, 8-5). “Che la crescita sia 0,4 o 0,8 o 1,5% non cambia niente per la vita quotidiana delle persone” (Renzi, 24-7). Letta prevedeva un +1% annuo, Renzi nel Def un +0,8, ora la Commissione Ue lo stima al -0,4%.
3. Ogni promessa è debito. “Nessuna preoccupazione sui conti pubblici” (Renzi, 2-8). Nel 2014, sotto il governo Renzi, il debito pubblico è cresciuto di 8 miliardi al mese toccando il record di 2.140 miliardi (pari al 131,6% del Pil).
4. Italicum factum. “Nonostante i gufi, la legge elettorale è passata alla Camera ed entro settembre sarà approvata: mai più larghe intese e chi vince governa cinque anni. È una rivoluzione impressionante, chi vince governa. Politica 1 – Disfattismo 0” (Renzi, 12-3). L’Italicum è arenato al Senato e il governo l’ha lardellato di emendamenti: dovrà pure tornare alla Camera.
5. Antimafia come se piovesse. “…una proposta organica sulla base del lavoro fatto dalla commissione presieduta da Garofoli istituita a Palazzo Chigi, con Cantone e Gratteri, per elaborare strumenti e contributi per rendere più incisiva la lotta alla criminalità organizzata… Porterò questi temi anche sui tavoli del semestre europeo che si apre tra qualche mese, perché la mafia non è più solo un problema italiano. C’è tanto lavoro da fare” (Renzi, lettera aperta a Roberto Saviano, Repubblica , 2-3). Nulla di fatto, men che meno sul tavolo del semestre europeo. A parte la legge che riduce le pene e rende praticamente
impunibile il voto di scambio politico-mafioso.
6. Ottanta euro extralarge. “Ho preso un impegno con partite Iva, incapienti e pensionati nel proseguire il lavoro di abbassamento delle tasse iniziato con i lavoratori dipendenti e lo manterrò” (Renzi, Twitter, 23-4). “Dal 2015 i pensionati saranno dentro la stessa misura prevista nel decreto Irpef degli 80 euro” (Renzi, 23-5). “Il bonus sarà allargato” (Renzi, 3-6). Nessun allargamento degli 80 euro a incapienti, pensionati e partite Iva (queste ultime, anzi, si vedono triplicare l’aliquota fiscale).
7. Brum brum, che ripresa! “Lavoriamo per una ripresa col botto a settembre” (Renzi,1-8).“La ripresa è un po’ come l’estate: magari non è bella come volevamo, arriva un po’ in ritardo, ma arriva” (Renzi, 5-8). Nessuna ripresa, anzi: stagnazione e recessione.
8. Il massimo del minimo. “Presentazione entro otto mesi di un Codice del lavoro che racchiuda e semplifichi tutte le regole attualmente esistenti e sia ben comprensibile anche all’estero” (Renzi, 8-1). “Nel Jobs Act ci sarà il salario minimo” (Renzi, 12-3). Il Codice del lavoro non esiste nemmeno dopo 12 mesi e nel Jobs Act non c’è traccia di salario minimo.
9. Spending Dippiù. “La spending review la faremo lo stesso anche senza Cottarelli. Dai tagli di spesa avremo 16 miliardi e porteremo il deficit al 2,3%” (Renzi, 30-7).“I tagli saranno non per 17, ma per 20 miliardi. Il governo valuterà tagli non lineari per ciascun ministero. Lunedì con Padoan incontrerò tutti i ministri. Ognuno potrà e dovrà valutare le singole spese da tagliare” (Renzi, 3-9). Licenziati Cottarelli e la sua spending review, solo tagli lineari alle Regioni (4 miliardi) e agli enti locali (2,2 miliardi); quelli ai ministeri ammontano a poco più di 1 miliardo. Totale: 8 scarsi. E il deficit è al 2,9%. Forse.
10. Unioni alla tedesca. “Sulle unioni civili ci sarà una proposta ad hoc del governo sul modello tedesco” (Renzi, 27-7). Nessuna proposta del governo sulle unioni civili, né tedesca né esquimese. A parte l’unione incivile con Silvio Berlusconi.

(Marco Travaglio)

Rosemary’s Baby

Marco Travaglio

Nei giorni di Natale e Santo Stefano, un po’in tutta Italia, dinanzi alle librerie chiuse per ferie, si notavano scene piuttosto insolite per questi tempi di crisi. Un fenomeno che non si registrava dall’uscita dell’ultimo nato della saga di Harry Potter: folle di lettori in astinenza accalcati dinanzi alle vetrine sbarrate ne reclamavano l’apertura il dì di festa, smaniosi di accaparrarsi l’annunciato best-seller di Giuliano Ferrara su Matteo Renzi. In certi luoghi, a causa delle intemperanze della massa sgomitante, è dovuta intervenire la forza pubblica con gli idranti e gli sfollagente. In altri è stato sufficiente l’arrivo di un commesso per disperdere i fans dell’Elefantino e convincerli a ripresentarsi ai primi di gennaio, quando finalmente l’appetitoso best-seller sarà sugli scaffali. Certo, ogni giorno che passa cresce febbrile l’attesa per quello che si annuncia come l’appuntamento letterario dell’anno, anzi del decennio, complice il comunicato che l’editore Rizzoli ha diramato con anticipo forse eccessivo: “Il decano dei giornalisti scomodi per la prima volta in libreria. Una requisitoria pubblica e una confessione privata che farà discutere tutti, irritare molti. Un ritratto folgorante dell’uomo che sta rivoluzionando l’Italia, il vero erede del cavaliere che fu”. La “requisitoria”, a dispetto dell’apparenza di arringa, s’annuncia feroce quant’altre mai fin dal titolo: The Royal Baby. E il “decano dei giornalisti scomodi”, per chi non lo sapesse, è Giuliano La Prostata: uno che, quando gli scappa, gli scappa. Non c’è potente d’Italia –ma che dico d’Italia, mi voglio rovinare: d’Europa, del mondo, della galassia – che non abbia assaggiato la sua penna corrosiva, urticante, intinta nel vetriolo. “Mi piacerebbe – annuncia il noto fustigatore, per metterci l’acquolina in bocca –che la finissero di attribuirsi premi e prestigio, i soliti noti che pullulano nelle pieghe dell’immobilismo italiano. Bisogna togliergli l’Italia, dice Matteo Renzi. Ha ragione, mi dico”. E giù botte da orbi ai “gufi e rosiconi” che si frappongono alle magnifiche sorti e progressive del renzusconismo trionfante. “Come un abile delfino del Cavaliere – aggiunge Ferrara, scomodo come non mai –Renzi sta trasformando la lingua e la politica di un’Italia che fatica a tenergli il passo”. Ecco: soprattutto la lingua, soprattutto quella di Ferrara, che non risponde più ai comandi, vive di vita propria e lecca a doppio pennello: le son cresciute pure le extension. “Volete che un vecchio e intemerato berlusconiano pop come me non s’innamori del boy scout della provvidenza?”. Ma no che non vogliamo: alla lingua non si comanda. Tantopiù che “il catalogo dei suoi avversari (del Royal Baby, ndr) inizia ad assomigliare in modo impressionante a quello di Berlusconi: i poteri forti e i salotti buoni, Confindustria e i sindacati, l’Europa e i manettari”. Chi ricorda le nozze dell’amico Carrai con Matteo testimone sa bene che i poteri forti sono tutti contro. Chi raffronta il Jobs Act col documento di Confindustria sul lavoro (identici) ben comprende che pure Squinzi rema contro. Un assedio. Si sentiva il bisogno di quella che Rizzoli definisce “provocazione all’establishment nostrano”, a cui La Prostata aggiunge “il suo stile inimitabile”. Ergo “largo ai giovani e bando ai tromboni”. Pancia in dentro e petto in fuori. È Matteo che traccia il solco, ma è Ferrara che lo difende. Però in modo scomodo. Per informazioni rivolgersi ai precedenti oggetti degli innamoramenti ferrariani: Pci, Craxi, Berlusconi, Previti, Squillante, D’Alema (con Bicamerale incorporata), Dell’Utri, Blair, Bush jr., Sarah Palin, Rutelli, Michela Vittoria Brambilla, Veltroni, Fini, Monti, Letta jr. Tutti venuti prematuramente a mancare all’affetto dei propri cari. In questo consiste la scomodità di Giuliano La Prostata: appena ti bacia, sei morto. Più che Royal Baby, pare il sequel di Rosemary’s Baby. Ci sia dunque permesso un estremo appello alla Rizzoli: fermate le rotative. Per quanti errori abbia commesso, Renzi non merita questo. È ancora così giovane.

Il Patto del Lazzareno

Marco Travaglio

L’ altro giorno, fra le notizie in breve, i giornali hanno riferito dell’arresto a Podgorica (Montenegro) di Massimo Romagnoli, 43 anni, e di due suoi presunti complici romeni, per ordine del procuratore distrettuale di New York Preet Bhararaa, al termine di un’indagine della Dea, l’agenzia statunitense antidroga. Le accuse vanno dal terrorismo internazionale alla cospirazione al traffico d’armi per la vendita, fra l’altro, di lanciamissili e mitragliatori ai terroristi colombiani delle Farc (con tanto di certificati d’acquisto fasulli per far passare la merce alla dogana). L’aspetto avvincente dell’operazione è che Romagnoli è stato dal 2006 al 2008 un deputato italiano, ovviamente di Forza Italia, nonché responsabile del gruppo degli europarlamentari forzisti e sei anni fa, scaduto il mandato, l’allora ministro degli Esteri Franco Frattini lo inserì nel direttivo della Conferenza dei giovani italiani nel mondo; nell’aprile scorso infine Romagnoli fu promosso sul campo vicepresidente del Club Italiani nel Mondo e membro del Comitato di presidenza di Forza Italia in Sicilia, presentato da Silvio B. in persona. E in Sicilia si candidò alle elezioni Europee di fine maggio, mancando di un soffio l’elezione a Bruxelles. Nello stesso mese, nei ritagli di tempo della campagna elettorale, Romagnoli avviava – secondo le intercettazioni durate fino a ottobre – un fruttuoso traffico d’armi e veniva immortalato dalle telecamere della Dea mentre riceveva agenti sotto copertura travestiti da acquirenti delle Farc e mostrava loro i cataloghi aggiornati di mitra, pistole, lanciarazzi e bazooka da spalla ultimo modello. Ora è in mano all’Interpol e attende l’estradizione negli Usa: rischia da 15 anni all’ergastolo. Il Palmarès di Forza Italia si arricchisce così di nuovi reati finora inesplorati dai pur versatili leader e rappresentanti del partito. Come dice Daniele Luttazzi, “per Berlusconi & C. il codice penale è un catalogo di opzioni”. Infatti la collezione, già ricca di concorsi esterni in mafia, camorra e ‘ndrangheta, favoreggiamenti mafiosi e non, corruzioni giudiziarie e non, concussioni, finanziamenti illeciti, frodi fiscali, appropriazioni indebite, peculati, truffe, bancarotte fraudolente, falsi in bilancio (alla memoria), persino lenocini minorili, era finora sprovvista di traffici d’armi e reati eversivi. Romagnoli ha finalmente colmato la lacuna. Ora, che si sappia, per completare l’album azzurro mancano solo la rapina a mano armata, lo scippo, il taccheggio e l’abigeato. La notizia, opportunamente ridotta in dimensioni lillipuziane e tenuta a debita distanza dalle cronache politiche, è apparsa sui giornali il 19 dicembre: insieme a quella del vertice fra il sottosegretario renziano Luca Lotti e l’ambasciatore berlusconiano Denis Verdini (titolare di quattro rinvii a giudizio, dunque molto titolato) per scegliere un presidente della Repubblica “condiviso”, dunque Nazareno. Anzi, Lazzarone. Renzi ha poi spiegato che B. “è stato decisivo nel votare convintamente nel 1999 Ciampi e nel 2013 Napolitano: non vedo alcun motivo per cui dovrebbe star fuori stavolta”. Gliene suggeriamo qualcuno noi, di motivo. Nel 1999 e nel 2013 B. era un parlamentare incensurato, ora invece è decaduto in quanto pregiudicato. Nel 1999 B. era il leader del primo partito di opposizione in un sistema bipolare e votò Ciampi “gratis”: il centrosinistra non aveva bisogno dei suoi voti. Oggi, in un sistema almeno tripolare, è il leader di mezza FI che nei sondaggi non supera il 15%, alla pari con la Lega e molto sotto i 5Stelle. Ma soprattutto oggi FI ha il suo capo ai servizi sociali, il suo ideatore Dell’Utri in galera per mafia, il suo boss campano Cosentino in carcere per camorra, una trentina fra condannati, imputati e inquisiti in Parlamento (per non parlare degli ex, tipo Previti e Romagnoli). Siccome Renzi invoca “il Daspo per i politici che rubano”, cosa gli manca per escludere quest’associazione a delinquere dalla scelta del prossimo capo dello Stato? La rapina in banca, lo scippo, il taccheggio e l’abigeato tutti insieme, o gli basta uno dei quattro?

L’Italia sulla Luna

Samantha Cristoforetti la contempla dall’oblò e non resiste alla tentazione di fermarla in una foto e in un pensiero: «Vedere l’Italia dalla cupola dell’astronave è stata un’emozione intensa. Vista dallo spazio è proprio bella. Scalda il cuore». Dallo spazio, già. Perché appena si comincia a perdere quota, l’Italia vista dalla cupola diventa l’Italia della cupola, delle mille cupole e cupolette che confluiscono in un unico cupolone visibile a occhio nudo. Il cupolone delle tante lobby in lotta l’una contro l’altra e tutte in lotta contro lo Stato, a sua volta in guerra con i cittadini e in combutta con i privilegiati.

Se ieri fosse rientrata nella nostra atmosfera, Samantha avrebbe avvistato scontri per le strade, antiche sindacaliste e premier precoci che si urlavano addosso senza ascoltarsi, mamme che annegavano i figli e altre che non riuscivano a seppellirli per mancanza di soldi e solidarietà umana. E in sottofondo il cicaleccio televisivo di criminologi e politologi che discutevano di famiglie dissestate, tangenti ben assestate, infanticidi, femminicidi e correnti assassine del Pd. Samantha ha ragione. Vista dall’alto, da fuori, da qualsiasi posto tranne che da vicino, l’Italia scalda il cuore. Il problema è l’atterraggio.

(Massimo Gramellini)