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Mese: novembre, 2014

L’Autoreggente

Marco Travaglio

Dopo la presidente della Camera Laura Boldrini e la ministra dalla Difesa Roberta Pinotti, molto favorevoli a un Presidente donna (specie se rispettivamente denominato Boldrini e Pinotti), s’è fatto vivo il presidente del Senato Piero Grasso con un appello alle forze politiche per una rapida intesa sul nuovo capo dello Stato (preferibilmente Grasso). Nell’attesa che ciò avvenga, ma soprattutto che Re Giorgio abdichi e liberi il trono – la qual cosa nessuno sa né se né quando accadrà, ma gli aruspici di corte assicurano che ci siamo quasi –, fervono in casa Grasso i preparativi per il “mese bianco” di reggenza, o supplenza: quando cioè, fra Capodanno e l’Epifania o giù di lì, la seconda carica dello Stato subentrerà provvisoriamente alla prima e s’insedierà al Quirinale per fare le veci del dimissionario finché non sarà eletto e intronato il successore. L’ex alto magistrato (da non confondere con l’alto ex magistrato) appare agitatissimo per l’alta responsabilità cui sarà – sia pur per poco, ma non si sa mai – chiamato. Da quando, nella precedente elezione presidenziale dell’aprile 2013, fu adibito dalla Boldrini all’imbarazzante e decorativo ruolo di prendere i bigliettini con la mano sinistra, passarseli nella destra e girarli al commesso con una smorfietta ogni tanto, pare passato un secolo. Ora tocca a lui, sia pure per poco, ma non si sa mai. È la sua grande occasione: Presidente della Repubblica Reggente. Non può sbagliare. Infatti l’agenda Grasso è già fittissima di impegni. La sveliamo in anteprima. “Viaggio trasferimento Palazzo Madama-Quirinale, magari su cavallo bianco. Ricordarsi chiamare fotografi e cameramen. Fare salto in Vaticano per salutare papa Francesco. Se si negasse, o fosse al telefono, tentare papa Emerito Benedetto XVI, o almeno padre Georg. Informarsi possibilità ribattezzare Reggente della Repubblica “Presidente Emerito”. Monitare su argomento a piacere, per non far rimpiangere predecessore. Recarsi sacrario Redipuglia anticipando 4 novembre a inizio-anno. Passare in rassegna truppe, non importa quali. Valutare se farlo a piedi a passo di carica, o di marcia, o ancora a cavallo (dipende da accoglienza galoppata primo giorno). Allestire consultazioni, non importa con chi e su cosa. Consultare e basta, fa molto Presidente. Firmare una/due leggi/decreti al giorno, a caso. Anche in bianco. Per continuità con predecessore e per tenersi in allenamento. Convocare Renzi a cena, anche solo per saluti e convenevoli. Sondare Casa Bianca, se per caso Obama ha buco in agenda, anche last minute. Retrodatare Festa della Repubblica da 2 giugno a metà gennaio. Prima però far montare palco al Vittoriano, allertare fanfare, esercitarsi marcetta Altare della Patria-Fori Imperiali a bordo carrarmato/freccia tricolore con elmo corazzieri/tricorno napoleonico/berretto piumato bersaglieri. Avvertire Cazzullo, lui contento. Salutare militarmente molto spesso. Andatura marziale. Pancia in dentro petto in fuori. Non sculettare. Moniti sfusi: mafia e corruzione brutte cose. Può sempre servire. Ma senza far nomi. Riunire capi Forze Armate con divisa acconcia: completo bianco Village People, feluca verde, pennacchio rosso, mostrine dorate, molte medaglie. Preparare discorso Capodanno-bis, da tenersi all’Epifania, con annessa cerimonia Ventaglio. Emissione straordinaria numismatico-filatelica: banconota 3 euro e mezzo con effigie Supplente Grasso e francobollo 7 euro con nome all’incontrario “ossarG” (Grasso rosa). Valutare sentenza Corte Europea su supplenti scuola, scopo applicabilità a supplente precario Quirinale e sua stabilizzazione tempo indeterminato. Minimo sette anni, prorogabili”.

Scuola Pound

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L’immagine rilanciata dai titoloni dei media sembra l’inizio urticante di un film dove nessuno si salverà. Eccola: in un punto della sterminata periferia romana appaiono cinquecento ragazzi che inalberano cartelli dai caratteri fascisti inneggianti all’italianità offesa e cercano di impedire ai bambini del vicino campo rom di andare a scuola. Nella totale assenza di qualsiasi rappresentante dello Stato, per esempio la polizia.
Poi fioccano le ricostruzioni. I manifestanti di Casa Pound sostengono di essersi limitati a picchettare due istituti superiori, bersaglio nei giorni scorsi di un lancio di pietre da parte dei rom. Le cooperative di sinistra che lavorano con i nomadi negano il lancio di pietre e ribadiscono la versione emotivamente più dura: il picchetto fascista ha impedito ai bambini rom che frequentano le elementari di uscire dal campo per raggiungere le loro classi. Mi auguro con tutto il cuore che abbiano torto, perché picchettare una scuola è la cosa più feroce e stupida che si possa fare. La scuola è l’unica timida speranza che abbiamo di porre fine a queste guerre tra poveri che non si parlano, non si capiscono e perciò si odiano. Altro che impedire ai piccoli rom di frequentarla. Bisognerebbe trascinarvi anche quelli, purtroppo ancora moltissimi, che vengono indotti a sfuggirla per andare a mendicare. Quanto ai fascisti di Casa Pound, non riesco a credere – ma nemmeno a dimenticare – che Grillo e Salvini li abbiano legittimati come interlocutori democratici, in questa Repubblica che ha ripudiato i propri genitori e vaga sbandata e vergognosa in cerca di identità. (Massimo Gramellini)

Un premier d’onore

L’altroieri, alla Scuola della Guardia di Finanza, Renzi ne ha detta una giusta: “È impressionante il dato di 91 miliardi di evasione fiscale, sei punti di Pil. Noi ce la stiamo mettendo tutta, ma solo con l’adempimento con onore e disciplina di tutti e ciascuno, partendo da chi ha incarichi di governo fino al cittadino comune, riusciremo a cambiare il Paese. Chi sbaglia va stangato senza scappatoie. Ma le norme vanno rese più semplici, la semplicità è presupposto per il contrasto alla criminalità”. Trascuriamo per un attimo il dato sbagliato sull’evasione (che è il doppio di 91 miliardi l’anno), la giaculatoria inascoltabile del “cambiare l’Italia” e la favoletta della semplificazione come antidoto alla criminalità (nessuno diventa mafioso, corrotto, corruttore o evasore perché le leggi sono confuse, ma perché delinquere paga) e concentriamoci sulla parte sana del discorso. Due paroline: “onore” e “disciplina”. Al Giornale di Sallusti si sono bagnati tutti perché han subito pensato al fascismo (“Così parlò il Duce”, “Gli slogan di Matteo, fascista a sua insaputa”) e han tirato in ballo “Mussolini, Starace e Farinacci”. Ci è cascato persino Riccardo Barenghi nella sua “Jena” su La Stampa: “Motti. Il Duce ne ha detti anche di meglio”. Il Foglio, che per vent’anni ha beatificato i peggiori corrotti e mafiosi di Stato, ha colto l’occasione per dare un’altra leccatina al figlioccio del padrone: “Chi chiede ai cittadini di adempiere a obblighi spesso pesanti (fiscali, per esempio) deve sentire questo come un servizio, da prestare con spirito civico e senza arroganza, proprio con quei caratteri di onore e disciplina che sono stati richiamati, con l’impiego di una retorica che riesce a riproporre tematiche apparentemente superate inserendole però in un contesto rinnovato che proietta su di loro una luce diversa e più convincente”. Insomma: “Onore e disciplina. Bravò”. Slurp. Chissà se questi signori hanno un vago sospetto della fonte d’ispirazione dell’endiadi renziana. Che non è il Duce, e nemmeno la retorica su tematiche apparentemente superate. È la Costituzione repubblicana, nata non dopo e contro il Fascismo e la sua retorica. Articolo 54: “… I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore…”. Il guaio è che certe cose non basta predicarle. Bisogna poi praticarle. A noi ottimisti per natura piace pensare che quello del premier sia il segno della svolta, del cambia-verso, del saggio ritorno dal famigerato izneR oettaM al compianto Matteo Renzi. Il quale ora richiamerà indietro la delega fiscale appena licenziata dal suo governo per raddoppiare le pene per evasione e frode, inserirvi il reato di elusione e cancellare le doglie di non punibilità. Poi varerà un decreto per punire l’autoriciclaggio, senza se e senza ma. Poi chiamerà B. (incontrarlo per la nona volta sarebbe troppo) e gli dirà: “Caro Pregiudicato, siccome ho scoperto l’articolo 54 della Costituzione, il Patto del Nazareno è stracciato: capirai che i doveri di disciplina e onore mi impediscono di accordarmi con un frodatore fiscale sulla legge elettorale, la nuova Costituzione, la riforma della Giustizia, e pure eventualmente del codice della strada e della pesca. Quindi salutami Verdini e a mai più rivederci”. Poi convocherà il viceministro Bubbico (imputato) e i sottosegretari Barracciu, De Filippo e Del Basso de Caro (indagati) per degradarli sul campo e privarli delle deleghe, a tutela della disciplina e dell’onore del governo. Pregherà il neo-parlamentare europeo Soru di dimettersi, per via del processo per evasione fiscale. Spiegherà al plurimputato De Luca che non può correre alla carica di governatore della Campania. Giurerà solennemente che le liste del Pd in Emilia Romagna e in Calabria, piene di inquisiti, non si ripeteranno mai più e chiederà scusa agli elettori superstiti e fuggiti. Infine chiamerà Emma Marcegaglia e le leverà la presidenza Eni, essendo il patteggiamento del gruppo Marcegaglia per tangenti all’Eni poco compatibile con la disciplina e l’onore. Ma anche con il comune senso del pudore e del ridicolo. Secondo voi, lo fa o non lo fa?  (Marco Travaglio)

La decrescita infelice

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Non ci sono più parole per descrivere il lento e inesorabile, ma tutt’altro che inevitabile, suicidio del Movimento 5Stelle. Un suicidio di massa che ricorda, per dimensioni e follia, quello dei 912 adepti della setta “Tempio del Popolo”, che il 18 novembre 1978 obbedirono all’ultimo ordine del guru, il reverendo Jim Jones, e si tolsero la vita tutti insieme nella loro comune di Jonestown, nella giungla della Guyana, bevendo un cocktail al cianuro. L’ultima mattana del Tempio del Grillo è l’avviso di sfratto per i deputati Artini e Pinna, accusati di violare da mesi l’impegno – a suo tempo sottoscritto da tutti i candidati – di restituire parte dello stipendio e rendicontare tutto sul blog. I due sostengono che non è vero ed esibiscono ricevute, ma la loro difesa non appare nella requisitoria pubblicata sul blog di Grillo che ieri ha chiamato gli iscritti a votare per l’espulsione. Finora gli “enucleandi” potevano difendersi nell’assemblea dei gruppi parlamentari, dopodiché scattava il voto sul web. Stavolta invece la procedura è stata invertita: prima il voto sul web, poi eventualmente quello degli eletti. In questo guazzabuglio di scontrini e carte bollate, capire chi ha ragione e chi ha torto sul merito è arduo. Ma anche inutile. È vero che chi si candida in un partito o movimento ne accetta le regole e, se le viola, può essere espulso. Ed è vero che la restituzione dei fondi pubblici (42 milioni di rimborsi elettorali totali e 10 di indennità parziali) fa parte del Dna dei 5Stelle ed è una delle ragioni del loro successo. Ma, chiunque abbia ragione sul restituire & rendicontare, c’erano mille strade per risolvere la questione in modo meno traumatico. Lo dimostrano le perplessità non solo dei soliti dissidenti, ma anche di diversi “duri e puri”. Chi ha messo in piedi il processo a ciel sereno ne trascura la devastante ricaduta esterna: nei giorni più neri del governo Renzi, alle prese con mille guai che per la prima volta danno ragione alle opposizioni e in primis ai 5Stelle, tg e giornali hanno buon gioco a parlar d’altro. Cioè – paradosso dei paradossi – dei guai del M5S. Che così riesce nell’impresa di calciare in tribuna l’ennesimo rigore a porta vuota: invece di affacciarsi a dire “noi l’avevamo detto che Renzi sbagliava tutto”, regala al governo e ai suoi fans un’occasione d’oro per dire “noi l’avevamo detto che Grillo sbagliava tutto”. Geniale: un auto-sabotaggio identico a quello rinfacciato a Orellana & C. Nell’ultima settimana, poi, anziché analizzare seriamente la fuga di elettori registrata in sei mesi tra Emilia Romagna e Calabria (401.847 voti in meno rispetto alle Europee di maggio), il blog di Grillo è riuscito prima a cantare vittoria (col raffronto tipicamente doroteo con le regionali del 2010, quando il M5S era nella culla). Poi a ospitare un’intervista allo storico Petacco sulla (non) responsabilità di Mussolini nel delitto Matteotti, trascurando inspiegabilmente le guerre puniche e il Congresso di Vienna. Infine a scomunicare un deputato per leso divieto (peraltro intermittente) di andare in tv. Risultato: il buon lavoro dei parlamentari pentastellati resta sullo sfondo, mentre la fame atavica di forze anti-sistema viene confiscata da un Salvini qualunque, portatore insano di ricette fallimentari lunghe vent’anni, solo perché le sue felpe sono sempre in tv e riescono a imbonire quel pubblico periferico e ultracinquantenne che è magna pars dell’elettorato italiano. E dire che basterebbe poco per raddrizzare la baracca: eleggere due o tre portavoce da mandare nei tg e nei talk meno indigesti a rappresentare la linea del M5S, evitando che a farlo sia il primo peone semidissidente che passa. E nominare un direttorio che giri per i meetup dirimendo i dissensi che inevitabilmente esplodono qua e là. L’alternativa è il permanente stillicidio-suicidio di espulsioni che fra l’altro assottiglia i gruppi parlamentari: due anni fa gli eletti erano 163, ora si son già ridotti a 143. Se poi gli espulsi votano col governo, magari sperando che qualcuno li ricandidi, si può pure sputtanarli come i nuovi Razzi e Scilipoti. Ma il primo colpevole è chi li ha espulsi, gettandoli fra le braccia di Renzi. Il quale, con degli avversari così, può campare cent’anni. (Marco Travaglio)

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‘Na Bce/Gramellini

La notizia è di quelle che massaggiano il cuore: il novanta per cento della produzione mondiale di euro fasulli è fabbricato in Italia, per la precisione in una stamperia di Napoli e in una zecca nei pressi di Roma. Perché sulle cose serie il Made in Italy non delocalizza. Anzi, si appoggia a una manodopera altamente specializzata, nel solco di una tradizione manifatturiera che discende da Totò e Peppino. Novanta per cento. Un monopolio conquistato sul campo che restituisce al nostro Paese quel ruolo di guida continentale che ci era stato ingiustamente scippato dai tedeschi. Ci davano per spacciati, loro. E invece siamo stati noi a spacciare in Germania una banconota da trecento euro, mai esistita prima. Abbiamo saputo costruire una Bce alternativa, molto più creativa e ramificata dell’originale, grazie all’apertura di filiali in tutta Europa. Una sorta di Erasmus parallelo in cui i migliori esperti del settore vanno a tenere lezioni di contraffazione.

I soliti gufi che amano parlare male dell’Italia rimarranno stupiti dall’efficienza della filiera produttiva, composta da undici associazioni a delinquere, ciascuna delle quali dedita armonicamente a un singolo aspetto della lavorazione: lo stoccaggio, il trasporto, la vendita al dettaglio. Anche noi, quando serve, sappiamo fare squadra. La nobile funzione sociale dell’impresa – aumentare le dosi di denaro in circolazione per stimolare la crescita – ha lasciato insensibili i carabinieri, che ieri hanno arrestato cinquantasei liberi professionisti. Il patriota Salvini potrebbe liberarli al più presto per riconvertire la produzione dai falsi euro alle false lire.

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E so’contento

Marco Travaglio

Ne I mostri di Dino Risi, l’episodio più feroce è quello dei due pugili suonati: Enea Guarnacci (Ugo Tognazzi) piazza l’amico ex campione strabollito Artemio Antinori (Vittorio Gassman) a una riunione di boxe, dove la borsa di 200 mila lire è assicurata restando in piedi per tutto il primo round. Lo spaccia per “il nome giusto”,“il clou della serata”, uno che “mena ancora di brutto” come ai bei tempi del titolo italiano dei Massimi, e ne mima le virtù fisiche agli scettici impresari mulinando i pugni nell’aria. Poi convince l’amico sulla spiaggia di Ladispoli. Artemio, totalmente rintronato, lo riconosce a stento e ripete macchinalmente, lo sguardo perso nel vuoto: “So’ contento”,“me ricordo”,“vuoi magnà?”,“me fa piacere”. E l’altro: “Ma lo sai che ti trovo proprio in forma? Guardi ancora le donne eh? Io non so come fai, guardi le donne, non ti alleni e sei sempre il numero uno. Col fisico che c’hai, metti al tappeto chiunque quando vuoi! È più facile che organizzare una rapina!”. Sul ring, nella sfida ìmpari col giovane e nerboruto Bordignon, Enea sta all’angolo e tenta di salvare quel che resta di Artemio: “Stagli lontano! Scappa! Buttati per terra!”. Il relitto umano viene finito a cazzotti e termina i suoi giorni sulla spiaggia in carrozzella a guardare gli aquiloni. “Porello – dice la moglie –, soffrì nun soffre: eccolo là, è diventato come un bambino”. Per trovare una scena altrettanto mesta bisognava essere martedì al Tempio di Adriano a Roma, dove Bruno Vespa aveva convinto il vecchio amico Silvio a presentargli l’ennesimo libro (e prima a pubblicarglielo per la Mondadori). Un libro autobiografico fin dal titolo: Italiani voltagabbana. Le condizioni psicofisiche di Artemio-Silvio erano tali che un vero amico avrebbe dovuto suggerirgli di lasciar perdere, di ritirarsi in buon ordine fra gli unici veri amici che abbia mai avuto: gli anziani ospiti dell’istituto “Sacra Famiglia”di Cesano Boscone, condannati da mesi ai servizi sociali per assisterlo in espiazione di non si sa bene quale colpa o reato. Invece niente. L’avido Enea, anzi Bruno, ha convinto l’attempato gagà (peraltro poco più anziano di lui) che la funerea presentazione, vieppiù funestata da Sorgi e PolitoEl Drito, sarebbe stata la sua Grande Rentrée. Infatti lo intervistava impietosamente come se il tempo si fosse fermato al secolo scorso. Gli chiedeva di alleanze, elezioni, riunificazioni del centrodestra per tornare a vincere, candidature a Palazzo Chigi e financo al Quirinale. E lui, pover’ometto, dismessi gli occhialoni da uveite alla Franco Bracardi, rispondeva parlandosi da vivo. “Sono pronto all’estremo sacrificio,a darela vitaperriportare lademocrazia in Italia”. “Sarò candidato e anche innocente, mi metterò in campo come competitor, spiegherò agli italiani come fare”.“Salvini è un goleador, un fuoriclasse, siamo legati da affettuosa amicizia, mi ha chiesto di fare il vicepresidente del Milan, vorrà dire che farò il regista”.“Brunetta e Capezzone stanno lavorando a un progetto di flat tax”. “Nel mio partito mi considerano un eroe, un martire”. “Sarei il miglior presidente della Repubblica di sempre”. Lo sparuto pubblico, rinfoltito con figuranti raccattati per strada e sagome di cartone, faticava a scacciare il sonno, come nei vecchi teatri di avanspettacolo dove il guitto sfiatato fa la vecchia gag di repertorio per rimediare l’ultimo mezzoapplauso. Unascena chestrappava ilcuore. Nessuno in sala che si alzasse a dire pietosamente al pugile suonato: “Stagli lontano! Scappa! Buttati per terra!”. Anzi. La Stampa vede in lui “il piglio del condottiero”. Stefano Folli, su Repubblica, s’interroga pensoso sulla sottile “strategia”, anzi sul “bandolo della matassa”. Il suo Giornale lo trova molto “agguerrito”. Il suo Giuliano Ferrara, come l’Enea dei Mostri, titola:“Al solito il Cav giganteggia”, “fa, disfa, dice, contraddice”, insomma è sempre “tonico,intelligente e anche furbo”, “non poteva dire e fare meglio”. Direbbe il Guarnacci: è “il nome giusto”, “il clou della serata”, “mena ancora di brutto”. E par di sentirlo, il povero Artemio-Silvio in carrozzella: “Me ricordo. Vuoi magnà? Me fa piacere. E so’contento”.

 
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L’agonia della democrazia

La democrazia sta agonizzando, colpita a morte dal populismo di Matteo Renzi. Nella rossa Emilia Romagna, una volta feudo della sinistra, il 62% degli elettori ha disertato le urne per l’elezione del governatore, percependo lucidamente che il rito del voto sarebbe stato solo una farsa. E il nuovo governatore, eletto con meno del 50% dei votanti, non rappresenta dunque che un quinto degli elettori.

Invece di rendere nulla la votazione, come si sarebbe fatto per un referendum, e affidare temporaneamente la regione a un commissario, la legge elettorale “maggioritaria” permette comunque all’usurpatore di insediarsi e prendere il potere assoluto per cinque anni. Se ad andare a votare fossero stati solo in tre, sarebbero bastati due voti in tutto per governare: visto che questa è la democrazia, tanto vale appunto starsene a casa.

Da parte sua, il premier Matteo Renzi esulta per la “netta vittoria”. In fondo, lui al governo c’è arrivato addirittura senza nessun voto popolare, e forte (o meglio, debole) di un’elezione per la segreteria del partito nella quale aveva ottenuto meno di due milioni di voti: cioè, meno del 4% degli elettori per le politiche, che dovrebbero essere quelli preposti a dare un mandato per il governo, appunto. Ancora una volta, se questa è la democrazia, tanto vale starsene a casa.

Eppure, dal presidente della Repubblica in giù, tutti auspicano leggi elettorali ancora più maggioritarie e meno democratiche di quelle esistenti, che già rendono appunto il processo elettorale una farsa. A che pro andare a votare e sporcarsi le mani, quando comunque il potere viene usurpato e abusato? E, soprattutto, perché mai diventare complici dell’ennesimo gerarca che nasce socialista e governa da fascista, sul triste esempio di Mussolini, Craxi e Berlusconi?

Queste domande gli elettori onesti e di sinistra dell’Emilia Romagna se le sono poste, e hanno dato la loro risposta rimanendo a casa. E’ un segnale forte, che ci auguriamo un giorno possa essere ricordato come il primo passo di una reazione popolare crescente che arrivi a travolgere un intero modo di intendere la democrazia. E a rottamare l’intera classe politica, a partire dai falsi rottamatori.

Piergiorgio Odifreddi

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