Veni, vidi, pixel!

Mese: ottobre, 2014

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Chi è Stato?

Recita il ritornello: le sentenze si rispettano. Però non possono diventare lotterie, come accade quando sugli stessi fatti il giudizio d’appello smentisce, ribaltandolo, il processo precedente. Per l’accusa Stefano Cucchi è morto in carcere di botte e di stenti. Per il primo giudice «soltanto» di fame e di sete. Per la corte d’assise neanche di quello. Ne dovremmo dedurre che sia ancora vivo. O che si sia ammazzato da solo. E infatti è questa la versione che ci vogliono apparecchiare: Cucchi si sarebbe lasciato morire di inedia. Se medici e infermieri hanno una colpa, è di non avere insistito con la forza per nutrirlo.

Una «responsabilità morale» ammette persino Giovanardi. E le fratture? E gli occhi pesti? E il corpo preso in consegna vivo dallo Stato e restituito cadavere alla famiglia? Una famiglia che ha sempre rispettato e aiutato le istituzioni, al punto di fornire prove a carico del figlio sul possesso di droga. Toccherà alla Cassazione mettere il timbro su questa storia allucinante, dove il latinorum dei giudici è contraddetto dalla potenza persuasiva delle foto. Purtroppo abbiamo fin d’ora una certezza: che quando una delle due sentenze risulterà sbagliata, nessun magistrato pagherà per il suo errore.

P.S. Solidarietà ai poliziotti e agli agenti penitenziari che accettano di farsi odiare dal prossimo per 1200 euro al mese. Ma il portavoce di un loro sindacato che – di fronte alla morte impunita di un uomo – dichiara: «Se uno ha disprezzo per la propria condizione di salute e conduce una vita dissoluta, ne paghi le conseguenze», dovrebbe fare soltanto una cosa. Vergognarsi. (Massimo Gramellini)

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QUANDO LA CORDA ALLA FINE SI SPEZZA

Antonio Padellaro

Ai tempi di Scelba, quando la celere caricava (e ammazzava) i lavoratori in sciopero, i ruoli apparivano chiari: per il sindacato erano le manganellate del governo dei padroni e per i comunisti col pugno chiuso era quello lo sbocco dell’insanabile conflitto tra la classe proprietaria e il lavoro dipendente. Quando la polizia di Berlusconi fece del G8di Genova una macelleria messicana, la sinistra all’opposizione spiegò che la destra al potere aveva in fondo mostrato la sua sostanziale natura fascista. Ma non è affatto nell’ordine delle cose che nell’autunno 2014, sotto il governo guidato da Matteo Renzi e dal Pd, gli operai delle acciaierie diTerni, colpitida licenziamenti di massa e giunti in corteo pacifico a Roma, vengano picchiati a sangue dai reparti antisommossa e ciò dopo altri pestaggi pretestuosi avvenuti in altre città. Ciò accade quando per la prima volta, nella storia repubblicana, un premier eletto dalla sinistra cerca lo scontro frontale con il sindacato di sinistra tra gli applausi della destra. Nessuno pensa che l’ordine di attaccare i manifestanti sia arrivato dal presidente del Consiglio. Ed è evidente che le frasi inconsulte della pd Picierno contro la leader della Cgil Camusso “eletta con le tessere false” appartengano soltanto alla Picierno, un’altra senza arte né parte catapultata in situazioni assai più grandi di lei. Semplicemente, lo statista di Rignano sta raccogliendo i frutti di ciò che ha seminato, o meglio rottamato. Lasgangherata lotta di classe contro le conquiste sociali e le tutele del lavoro. O la crociata contro il posto fisso da sostituire con un sistema di precariato permanente e a basso costo. Il tutto espresso in qualche Leopolda con disarmante lingua banalese dove milioni di persone con redditi da fame si sentono paragonati a gettoni del telefono nell’epoca dell’iPad, scampoli del passato da gestire senza tanti problemi. Anche se non fosse arrivato a Palazzo Chigi “per volere dei poteri forti e di Marchionne”(Camusso), Renzi fa di tutto per farlo sembrare. E a furia di scherzare col fuoco, nel giorno più brutto della sua scalata, ha assaggiato la rabbia della gente. Dei tanti stufi di prendere legnate, mentre altri si apparecchiano il pranzo di gala. La corda si sta spezzando.

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Per chi suona la Fanfana

L’aretina Maria Elena Boschi ha confessato in tv di preferire il concittadino Fanfani all’icona rossa Berlinguer per ragioni territoriali. La motivazione è risibile: come se una milanese di sinistra dichiarasse di prediligere Salvini a Che Guevara perché il primo è di Milano. Ovviamente Fanfani non è Salvini e la Boschi non è milanese: resta da capire se sia di sinistra. Di sicuro è una donna che non perde mai il controllo di sé, perciò la battuta non può venire relegata nel ghetto delle gaffe. Chi l’ha pronunciata sa benissimo cosa rappresenti Berlinguer per la base del suo partito. E anche cosa rappresenti Fanfani: l’uomo del referendum contro il divorzio, il poster di una Democrazia Cristiana riformista in economia ma fieramente conservatrice in tutto il resto.
Nel vuoto attuale delle ideologie, questi giochetti sui padri nobili della politica fungono da bussola. La scelta della Boschi conferma l’estraneità del clan Renzi alla tradizione cui fa riferimento una parte consistente dei suoi elettori: Veltroni, che certo non è un pericoloso estremista, ha realizzato un film su Berlinguer, mica sull’inaffondabile toscanaccio che Montanelli ribattezzò «Il Rieccolo».
È anche da questi piccoli segnali che traspare la strategia di costruire una nuova Balena democristiana: non più bianca, semmai rosé. Una Dc moderna, digitale, che rinuncia ai rullini ma non ai Fanfani, e che attraverso il giovane erede fiorentino realizza il progetto dei democristiani più astuti del passato: svuotare la sinistra tradizionale dal di dentro, governando con i suoi voti però non con le sue idee. (Massimo Gramellini)

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Al cittadino non far sapere

Marco Travaglio

L’altro giorno anche i giornali italiani hanno celebrato Ben Bradlee, il leggendario direttore del Washington Post scomparso a 93 anni che era entrato nella storia del giornalismo e della politica pubblicando i Pentagon Papers sulla sporca guerra in Vietnam e poi l’inchiesta di Bernstein & Woodward che scoperchiò lo scandalo Watergate e abbatté il presidente Nixon, sempre in barba alla ragion di Stato e in nome della ragion di cronaca. Sono gli stessi giornali che da due anni tacciono su uno scandalo che fa impallidire il Watergate e riguarda non la Casa Bianca, ma il Quirinale a proposito della trattativa fra lo Stato e la mafia. Hanno nascosto il ruolo di Giorgio Napolitano nelle manovre del consigliere D’Ambrosio per sottrarre l’inchiesta alla Procura di Palermo. Hanno ribaltato la verità, trasformando i pm da vittime in aggressori del Colle. Hanno chiesto a gran voce la distruzione delle telefonate Napolitano-Mancino, onde evitare il rischio di inciampare in una notizia e di doverla pubblicare. Hanno sorvolato sulla vergogna di uno Stato che, tramite i suoi massimi rappresentanti, non ha mai solidarizzato con i pm condannati a morte da Riina, depistati e minacciati con pizzini e strane visite in case e uffici da uomini di servizi e apparati (deviati, si fa per dire). Si sono arrampicati sugli specchi per sostenere l’insostenibile esclusione degli imputati dall’udienza al Quirinale per la testimonianza di Napolitano dinanzi alla Corte d’Assise, ai pm e ai legali degli imputati. E ora non dicono una parola sull’ultima vergogna: il divieto di accesso e di ascolto in quell’udienza imposto dal Quirinale alla stampa (cioè ai cittadini). Solo il Corriere e solo ieri è intervenuto per chiedere che i giornalisti possano assistere alla scena, mai accaduta prima, di un capo dello Stato italiano sentito come teste in un processo di mafia. Una richiesta di trasparenza condivisibile, ma supportata da motivazioni assurde: “conviene alla massima istituzione del Paese” per evitare “interpretazioni strumentali, illazioni fuorvianti, inquinamenti della realtà, suggeriti da una campagna culminata nella morte per infarto di D’Ambrosio e in una sfida tra poteri… in grado di ledere il prestigio e l’autorevolezza del supremo organo costituzionale”. Cioè: la stampa dev’essere presente non per informare i cittadini di ciò che dirà o non dirà il Presidente sulla pagina più nera della storia recente, ma per salvargli la faccia dalla “spettacolarizzazione del processo” (che peraltro, per legge, sarebbe pubblico), da “letture manipolate e virali”dei “professionisti della controinformazione a caccia di scandali, a costo di inventarli”. Come se ci fosse bisogno di inventarli, gli scandali. Come se la stampa più serva del mondo (in fondo alle classifiche della libertà d’informazione) si divertisse a mettere in cattiva luce il Presidente (ma quando mai). Come se il compito dei giornali fosse di surrogare l’ufficio stampa del Colle. Naturalmente il Corriere ce l’ha col Fatto, che ha il brutto vizio di scrivere quello che gli altri occultano e financo “accostare la testimonianza del presidente perfino al caso Clinton-Lewinsky”. Già: il paragone è azzardato. Infatti Clinton doveva rispondere dei suoi rapporti orali con una stagista, non degli “indicibili accordi”fra Stato e mafia (orali e scritti in un papello) che il suo consigliere afferma di aver confidato a Napolitano. Il video dell’interrogatorio di Clinton dinanzi al procuratore Starr fece il giro del mondo, su tutte le tv e i siti Internet, e qualche miliardo di persone poté farsi un’idea della sincerità del presidente Usa da ogni smorfia e piega del suo volto. Invece la deposizione di Napolitano non la vedrà nessuno, perché non sarà neppure filmata. Far notare questo sconcio, per il Corriere, è roba da “quarto potere che gioca sul vittimismo” e “deraglia dalle regole base della deontologia”. Chissà come avrebbe reagito il vecchio Ben Bradlee se i nostri maestrini di deontologia gli avessero spiegato il giornalismo come manutenzione al monumento equestre di un presidente.

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Piccoli leopoldi crescono

Marco Travaglio

Ciascuno nel tempo libero fa quel che gli pare, dunque nulla di male se Renzi passa un wee-kend a giocare alla Leopolda (i treni esercitano sempre un fascino speciale sui bimbiminkia) e a gingillarsi con garage, tavoli, slide e televendite varie. Del resto si sa che è un bravo presentatore mancato: basta mettergli un microfono in mano e issarlo su un palco per trasformarlo in un teleimbonitore tipo Virgilio Degiovanni di Millionaire. Semmai c’è da domandarsi che ci faccia su quel palco di corrente il bravo giudice Raffaele Cantone, commissario anticorruzione, invitato non come relatore di una conferenza o un dibattito sulle tangenti, ma come “testimonial” di non si sa che. Quel che ci fa invece l’ex rifondatore comunista Gennaro Migliore, detto Jenny ‘o Brufolo, lo spiega lui stesso a Repubblica: lui ha “aderito”al corteo della Cgil, poi però gli è scappato di andare alla Leopolda perché “in questa fase era giusto andare da Matteo”. Non è neppure un caso di trasformismo o di opportunismo. Il renzista convertito non deve manco aderire a un’idea (e quale?): solo parcheggiarsi per un po’. Il disco orario indica la durata di questa fase. Poi, alla prossima, si sposta: sennò arriva il carro attrezzi. Alla Leopolda è tutto liquido, leggero, volatile. Il pullman degli ex-post-comunisti fraternizza con i charter targati Cayman e Detroit. Renzi-Degiovanni chiama tutti per nome – Maria Elena, Graziano, Sergio (Chiamparino o Marchionne, è la stessa cosa), “vai Franchino!”–come Franca Valeri-Giulia Sofia in Totò a colori con gli esistenzialisti a Capri e l’orso bruno al guinzaglio. E parla un po’come B.: “Un milione in piazza con la Cgil? Io penso ai 60 milioni che stanno a casa”. E un po’ come Gordon Gekko di Wall Street (con la differenza che Gekko finiva in galera): “Nel 2011 capii che l’Italia era un Paese scalabile”. Diciamo pure arrampicabile. Arrampicatori e rampicanti sono tutti lì, spacciati dalla stampa sdraiata per “nuova classe dirigente”. Diciamo pure vecchia cena di classe tra compagni di scuola, o di Leopolda. L’alunno più cazzaro, quello che studia meno ma parla di più, impugna il microfono e presenta i filmini di tutto il meglio del quinquennio. Con qualche pietosa bugia: tipo che “il Patto del Nazareno è un atto parlamentare” (ma in Par- lamento nessuno l’ha mai visto), cosa buona e giusta perché “Minzolini, Razzi e Scilipoti sono contrari” (il fatto che B., Verdini, Sallusti e Ferrara siano strafavorevoli è un titolo di merito). E qualche penosa omissione: tipo il discorso di Luigi (nel senso del prof. Zingales) alla Leopolda 2011: “L’Italia è governata dai peggiori: l’80% dei manager dichiara che la prima strada per il successo è la conoscenza di una persona importante, poi ci sono lealtà e obbedienza, la competenza è solo quinta”. Allora Matteo rincarò: “Noi vogliamo un’Italia fondata sul merito, sulla conoscenza e non sulle conoscenze”. Infatti, come ricorda Marco Damilano sull’Espresso, ha piazzato all’Enel Alberto Bianchi, curatore delle Leopolde; a Finmeccanica Fabrizio Landi, leopoldista di tre anni fa; all’Eni Diva Moriani, braccio destro di un finanziatore della Leopolda, Marco Seracini, presidente del collegio sindacale di Stazione Leopolda srl e –ma tu guarda– Zingales (nel senso di Luigi); alle Poste Elisabetta Fabbri, albergatrice amica sua; alle Fs Simonetta Giordani, leopoldista annata 2011; al Demanio Roberto Reggi, amico suo; resta all’asciutto un altro leopoldiano doc, Sandro Campo Dall’Orto, ma si parla di lui come nuovo dg Rai. Le conoscenze non contano più, adesso conta la conoscenza: di Renzi. “E pensare che una volta, qui alla Leopolda, ci venivo in bici”, ricorda il commosso venditore. Ora ci torna in un tripudio di auto blu, super-scorte e unità cinofile. Vengono in mente i versi con cui Ennio Flaiano canzonava Giovanni Russo: “Alle cinque della sera / sulla piazza di Matera / da una 1100 lusso / scende Giovannino Russo/ del Corriere della Sera. / Che carriera!”. Sono soddisfazioni.

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