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Mese: settembre, 2014

Trattamento di fine futuro

Sono completamente d’accordo a metà con l’Annunciatore di Firenze, quando gigioneggia di inserire la cara vecchia liquidazione in busta paga. Nel migliore dei mondi possibili sarebbe persino apprezzabile il tentativo di trasformare il lavoratore in un adulto. Per decenni lo si è trattato come un irresponsabile che andava protetto da se stesso. Non gli si potevano dare tutte le spettanze nel timore che le divorasse, arrivando nudo alla meta, solitamente micragnosa, della pensione. Sminuzzando il Tfr in rate mensili, si affida al beneficiario lo scettro del proprio destino: toccherà a lui, non più al datore di lavoro o allo Stato Mamma, decidere la destinazione dei suoi soldi.

Purtroppo la realtà non è fatta della stessa sostanza degli annunci. Intanto il Tfr è un denaro che esiste solo come promessa: nel momento in cui lo si trasformasse in moneta sonante, per pagarlo i datori di lavoro sarebbero costretti a indebitarsi. Quanto allo Stato, passerebbe da Mamma a Matrigna: l’astuto Annunciatore si è dimenticato di dire che in busta paga la liquidazione soggiacerebbe a un’aliquota fiscale più alta. L’imprenditore ci perde, lo Stato ci guadagna. E il lavoratore? Incamera qualche euro da gettare nell’idrovora boccheggiante dei consumi, ma smarrisce l’idea di futuro con cui erano cresciute le generazioni precedenti. La liquidazione era un tesoretto intorno a cui coltivare speranze e progetti per il tempo a venire. Il suo sbriciolamento rischia di diventare l’ennesimo sintomo di un mondo che si sente a fine corsa e preferisce un uovo sodo oggi a una gallina di fine rapporto domani. (Massimo Gramellini)

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La Riforma Marzullo

Marco Travaglio

Quando si tratta di Re Giorgio di Borbone, capo dello Stato libero di Bananas, i giornaloni vanno in cortocircuito. Da un lato sono costretti a far scrivere i cronisti che, talvolta informati sui fatti, li raccontano: e di solito si tratta di fatti agghiaccianti, o tragicomici. Dall’altro tentano di sopire e troncare la loro forza dirompente con titoli alla vaselina e commenti al bromuro. Su Repubblica, la brava Liana Milella dà conto giustamente dell’“ira del Colle” per la convocazione al processo sulla trattativa Stato-mafia. Ma in una pagina sormontata dal titolo “Stato-mafia, l’ok dei giudici, sarà ascoltato Napolitano: ‘Non ho alcuna difficoltà’”. Ora, se Sua Maestà dice di non avere alcuna difficoltà ma al contempo reagisce con “ira”, non si scappa: vuol dire che ha parecchie difficoltà, dunque mente quando dice di non averne. E, intendiamoci, ha ottime ragione ad averne. Le domande di pm e giudici riguarderanno la lettera che gl’inviò il suo consigliere Loris D’Ambrosio nel giugno 2012 per dare le dimissioni (poi respinte) dopo la scoperta delle sue imbarazzanti telefonate con Mancino, e per rammentare di avergli confidato (“lei sa”) i suoi “timori” di essere stato usato come “ingenuo e utile scriba” per “fungere da scudo di indicibili accordi” nel 1989-93, in piena Trattativa. Se Napolitano dirà, come anticipato per lettera alla Corte, di non aver nulla da dire, darà implicitamente del bugiardo a D’Ambrosio. Se invece dirà che D’Ambrosio si era confidato con lui, darà del bugiardo a se stesso, che nella lettera alla Corte ha scritto il contrario. In ogni caso, apparirà come un testimone reticente o, peggio, disinteressato alla verità: chiunque riceva una lettera come quella di D’Ambrosio, specie se è il capo dello Stato, dovrebbe subito domandargli: chi ti ha usato come scriba e scudo? E per quali indicibili accordi? E stipulati da chi? Dopodiché dovrebbe precipitarsi con lui in Procura a informare i magistrati. L’“ira del Colle” nasce da qui: non dal “pericolo di una strumentalizzazione a fini politici” e naturalmente “mediatica” come scrive il Corriere, ma dal fatto che il presidente si è cacciato in un vicolo cieco e non sa come uscirne. Anche perché i testimoni reticenti o mendaci vengono perseguiti, non quando sono presidenti della Repubblica, ma dopo sì. Ma i giornaloni sorvolano. La Stampa fa persino credere che sia stato Napolitano a chiedere di testimoniare, e alla svelta: “L’immediata disponibilità a deporre è un atto di riguardo alla magistratura”, “non ha nulla in contrario”, “accetta di buon grado”, anche se “non ha molto da dire”. Bontà sua. E il Corriere: “La speranza del capo dello Stato è che le sue parole ai giudici servano finalmente a mettere una pietra sopra, e definitiva, a una vicenda che per lui è stata un tormento”. Par di sognare: testimoniare a un processo non è un beau geste: è un obbligo imposto dalla legge per tutti i cittadini. Anche al presidente della Repubblica, che ha l’unico privilegio di essere sentito a domicilio. Ma ha il dovere di parlare e di dire la verità. Altrimenti sono guai. Secondo il costituzionalista del Corriere Michele Ainis invece il suo sarebbe un atto “volontario e spontaneo” sol perché i giudici, in caso di rifiuto, non possono mandarlo a prendere dai carabinieri. Non solo, ma è colpa della Corte d’Assise se Sua Altezza non ha ancora deposto: i giudici, scrive Ainis, “ci hanno messo un anno (meglio tardi che mai)” per “sciogliere la riserva”. Naturalmente non è vero niente. Napolitano fu citato come teste il 27 ottobre 2013. Poi fu lui a chiedere l’esenzione per lettera. Poi quest’estate gli avvocati dello Stato e di Dell’Utri (che teneri) chiesero alla Corte di esentarlo. L’altroieri la Corte ha respinto l’istanza confermando la convocazione. Ma questo lascia ad Ainis “un retrogusto amaro” perché “Napolitano aveva già messo nero su bianco ciò che aveva da dire”. Cioè niente. Dev’essere la prossima riforma della Giustizia, affidata alla commissione Marzullo: “Signor testimone, se non è troppo disturbo, si faccia le domande e si dia le risposte”.

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Questo matrimonio s’ha da fare

Marco Travaglio

Non si può più fare una battuta, che viene subito presa per un suggerimento e si avvera. Da tempo scherziamo sul Partito Unico Renzusconi, fra patti e ripatti del Nazareno, tê- te-à-tête a Palazzo Chigi fra lo spregiudicato e il pregiudicato, controriforme della Costituzione, della giustizia e dell’articolo 18, grattini della Boschi a caval Donato Bruno, smancerie, toccatine, pizzini, baci e bacetti. Bene: pare che l’ultima volta che si sono visti, B. abbia proposto a Renzi di unificare i rispettivi partiti, magari dopo aver depurato il Pd di ciò che resta dell’anima di centrosinistra con l’apposita devastazione dei diritti dei lavoratori. Ciò gli consentirebbe di risolvere l’annoso problema della successione: perché baloccarsi ancora tra Alfano, che ormai sfugge ai radar, e Fitto, che non è mai sfuggito ai tribunali, quando c’è Matteo, il figlio adottivo prediletto? Ora ha pure il padre inquisito per bancarotta: è la sua prova d’amore, che si vuole di più dalla vita? Potrebbe chiamarsi Forza Pd, o Partito Demoforzista: qualche elettore gufo, ancorato ai vecchi steccati ideologici del passato, storcerebbe il naso per un po’. Ma poi la gran parte se ne farebbe una ragione. L’operazione garantirebbe anzitutto la governabilità: stando ai sondaggi, Forza Pd assommerebbe il 40% del Pd e il 16-17 di FI, avvicinandosi al 60. A quel punto, anche le estenuanti discussioni sulla legge elettorale sarebbero superate: il Renzusconi governerebbe sereno, senza bisogno di premi di maggioranza, sbarramenti e altre rotture di palle. In fondo, è quel che succede già oggi sotto mentite spoglie di una maggioranza finta (Pd, Ncd e centrini sparsi) che nasconde quella vera (i Nazareni). Il Renzusconi finalmente depositato dal notaio avrebbe pure il pregio della chiarezza, a beneficio degli smemorati e degli sbadati. Tutto, ormai, in Italia è figlio di babbo Silvio e del giovin Matteo. Il rieletto presidente Napolitano, che infatti non perde occasione di ringraziare. Il governo, che vanta due berlusconiani doc come la ministra Guidi (Sviluppo) e il sottosegretario Ferri (Giustizia). Il nuovo Senato e l’Italicum. Ma anche il nuovo Csm, dove gli 8 laici eletti dal Parlamento rappresentano tutti i partiti tranne il più votato in Italia alle ultime Politiche: i 5Stelle. Ecco dunque 3 pidini (il sottosegretario Legnini, Fanfani e Bene) e 2 forzisti (Casellati e Zanettin, genero di Coppi e nipote del card. Parolin), col contorno dell’Ncd Leone, del montiano Balduzzi e della vendoliana Balducci (la famosa sinistra radicale). Presto avremo anche due renzusconiani alla Consulta: Violante e un forzista non indagato al posto di Bruno, sempreché ne trovino uno. A giugno l’anticorruzione era pronta per il voto in commissione Giustizia, ma poi Renzi incontrò B.&Verdini e il governo la bloccò annunciandone una nuova di zecca, che naturalmente non è mai arrivata: Silvio non vuole. L’autoriciclaggio era pronto l’altro giorno in commissione Finanze, ma il governo l’ha bloccato per farlo riscrivere da Boschi&Ghedini. Il risultato, contrariamente a quel che era parso in un primo tempo, è il colpo di spugna dell’altroieri firmato dal ministro Orlando: Silvio non vuole. Invece vuole salvare Mediaset dai guai, e dunque ecco pronto Antonio Pilati, già consulente della legge Gasparri, alla presidenza della Rai, nel frattempo rapinata dal governo di 150 milioni. Ed ecco i saldi di fine stagione targati Agcom per far risparmiare 25 milioni a Mediaset sull’affitto delle frequenze. Sfido io che l’Unità ed Europa chiudono: a che servono a Renzi altri due giornali di partito, quando ha già – gratis – gli house organ di Arcore, dal Foglio al Giornale, che lo turibolano e lo leccano manco fosse il loro padrone. Del resto Ferrara e Sallusti vanno capiti: quando gli ricapita un premier che fa ciò che nemmeno B. era riuscito a fare contro i magistrati, i sindacati e i lavoratori, e per giunta tiene buona la piazza perché lui è “di sinistra”, o almeno così credono i gonzi. Vale sempre la legge di Corrado Guzzanti, nella parodia di Rutelli con la voce di Sordi: “L’Italia non è né di destra né di sinistra. L’Italia è di Berlusconi”.

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Non conoscono decenza

Due senatrici e altrettanti senatori del partito senza elettori di Anonimo Alfano hanno presentato un ordine del giorno che per la sua sfacciataggine meriterebbe di essere promosso a ordine del secolo. Con una prosa strepitosamente democristiana, la banda dei quattro chiede di «valutare l’opportunità di consentire, in via eccezionale e straordinaria, con una norma di natura transitoria la possibilità…» vabbè, tagliamo corto: vogliono il vitalizio anche in caso di scioglimento anticipato della legislatura. Il Razzi di Crozza (ma persino quello vero) al confronto è un apprendista. Dopo lo smascheramento della furbata a opera dei Cinquestelle, il coordinatore del Ncd (Non conoscono decenza) è stato costretto a cascare dal pero e a ritirarla, con l’aria offesa di chi non ne sapeva niente. Si tratta del professor Quagliariello, uno dei «saggi» di questa Repubblica di sventati. Pare sia rimasto basito davanti a una simile esibizione di sfrontatezza, così lontana dalle abitudini parche e riservate degli alfanoidi. Deve essergli sfuggito che alla Regione Lombardia un solo partito non ha votato l’abolizione dei vitalizi ai consiglieri: il suo. Ma torniamo al quartetto delle meraviglie – Esposito, Langella, Chiavaroli e Bianconi – due uomini e due donne, perché anche la faccia tosta ha diritto alle quote rosa. In fondo si battono per il benessere e l’avvenire dei loro seguaci: se stessi. Perché trovare qualcun altro che li voti, la prossima volta, sarà dura. (Massimo Gramellini)

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