Ritratto di premier con-gelato

Marco Travaglio

Oltre ai suoi difetti, che non fa nulla per nascondere, Matteo Renzi ha mostrato finora almeno tre pregi: intelligenza, coraggio e abilità nella comunicazione. Venerdì, nella conferenza stampa sul consiglio dei ministri del Big Bang che doveva rivoluzionare l’Italia, il premier con gelato e congelato ha fatto di tutto per smentirli tutti e tre. Soltanto uno stupido può inscenare quegli spensierati sketch da cabaret o da villaggio vacanze mentre il Paese sprofonda sempre più in una crisi senza fine. Solo un pavido può rinviare a data da destinarsi misure urgenti come quelle – da lui stesso peraltro annunciate – sul disboscamento delle partecipate comunali, la prescrizione, il falso in bilancio, l’autoriciclaggio e la corruzione. Solo un pessimo comunicatore può offendere e provocare milioni di italiani che faticano a campare con battutine e sceneggiate da “tutto va ben madama la marchesa” e con bugie dalle gambe cortissime tipo gli annunci sull’alta velocità Messina-Palermo, la “cantierabilità” (ma come parla?) di opere pubbliche per 43 miliardi (che poi sono 3,8 e stanziati dai governi precedenti), il processo telematico (avviato 15 anni fa, quando lui era all’università) e il dimezzamento dei tempi e degli arretrati nella giustizia civile. Finché racconta palle su materie tecniche e poco verificabili, la gente magari ci casca un altro po’. Ma quando sostiene di aver creato 100mila posti di lavoro in due mesi, mentre l’occupazione continua a scendere a botte di 1000 disoccupati al giorno, c’è pure il caso che s’incazzino in tanti. Poi c’è la giustizia: dopo mesi di annunci, si sperava di vedere finalmente –oltre alle slide – qualche testo di legge. Ma era troppo pretendere: la tradizione orale continua. Per sapere come pensano Renzi e il povero Orlando di dimezzare i 5,2 milioni di processi civili arretrati e la durata delle cause di primo grado, bisogna tirare a indovinare. Sperano che 2,6 milioni di fascicoli evaporino o si smaterializzino con la macumba? Diramano una circolare ai cancellieri perché si mangino o gettino nel cassonetto un fascicolo sì e l’altro no? Allestiscono pire di dossier nel cortile di via Arenula come fece Calderoli col lanciafiamme per 250mila presunte “leggi inutili”? Dalle prime indiscrezioni, pare che tenteranno di convincere 2,6 milioni di cittadini che han fatto causa e attendono da anni giustizia a lasciar perdere o ad accordarsi con chi li ha danneggiati fuori dal tribunale, sostituendo il giudice con un avvocato (tanto ne abbiamo da vendere: 250mila e passa). In alternativa, le parti potrebbero sempre giocarsi la causa a pari e dispari (bim-bum-bam), a braccio di ferro, o magari a briscola, tressette, poker e sette e mezzo. Oppure rivolgersi a Previti, che già dei giudici faceva a meno perché se li comprava e le sentenze, per sicurezza, se le scriveva da solo: un precursore. C’è poi il meraviglioso “chi sbaglia paga”, da applicarsi esclusivamente ai giudici (se valesse anche per Renzi, con tutte le stime del Pil che è riuscito a cannare in sei mesi finirebbe all’ergastolo). Lo slogan è molto popolare, specie in un paese con milioni di criminali che votano e fanno votare, e le rare volte che si riesce a condannarli si sentono tutti Enzo Tortora. Ma anche questa è pura chiacchiera: l’errore giudiziario presuppone il dolo (cioè che il giudice lo faccia apposta) o la colpa grave (un abbaglio tale da sbagliare persona o ignorare una prova gigantesca dell’innocenza o della colpevolezza dell’imputato), cose che capitano in casi eccezionali. Infine le intercettazioni: per dare un contentino ad Alfano, cioè a Berlusconi, il premier annuncia che in caso di tangenti la conversazione si pubblica ancora, mentre “se c’è del tenero tra me e il ministro Martina” non più. Purtroppo, fra tutti gli esempi che poteva fare, gli è uscito il peggiore. Se il premier andasse a letto con Martina, i cittadini avrebbero il diritto di sapere se l’ha portato al governo perché è un bravo ministro o perché è bravo a letto. Ma forse Renzi pensava a qualche altro ministro.

I Giardini di Renzi

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Il carretto passava e quell’uomo gridava gelati. Quell’uomo è il presidente del Consiglio. Il quale – nonostante l’Italia sia sull’orlo del baratro e la nuova parola d’ordine «passo dopo passo» prometta di fargliene fare uno in avanti – ha trovato il tempo di rispondere alla copertina dell’Economist che lo ritrae con un gelato in mano a bordo di una nave che affonda. Nella politica a fumetti, dove immagini e slogan rimpiazzano i pensieri, il nostro vanta predecessori illustri, ma non conosce rivali. Ieri ha fatto installare nel cortile di Palazzo Chigi il carretto di un noto marchio artigianale, che ringrazierà per la pubblicità gratuita, e ha passeggiato a favore di telecamera con un cono che ha tentato di sbolognare a qualche cronista, invano: siamo gente dallo stomaco dritto, noi. Il siparietto, tristissimo, si è concluso con la consegna del manufatto sgocciolante a una funzionaria, imbarazzata come tutti.

Che il premier abbia perso «il tocco»? Forse è il peso della realtà che sovrasta persino chi cerca di imbellettarla con trovate goliardiche e incitamenti da allenatore di provincia. Questo governo di mediani con un solo fantasista ancora a caccia del primo gol, più che dell’incipit di «Giardini di marzo» farebbe meglio a occuparsi del secondo verso: al ventuno del mese i nostri soldi erano già finiti. (Massimo Gramellini)

Sturmtruppen

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Marco Travaglio

Ricordate le armi ai curdi? La settimana scorsa gli annunci tonitruanti del governo e dei giornaloni al seguito ci avevano quasi convinti che fossero partite per il Kurdistan iracheno. Le ministre Pinotti e Mogherini avevano interrotto le ferie di un centinaio di parlamentari, peraltro ignari dell’esistenza del Kurdistan, per deportarli nelle commissioni Difesa ed Esteri e comunicare al mondo che il Califfato aveva le ore contate: l’Italia, nota superpotenza militare, stava inviando ai nemici del califfo al-Baghdadi alcuni aerei cargo stracolmi di kalashnikov, razzi katiuscia e missili anticarro “perfettamente funzionanti” (parola della Pinotti, che li aveva personalmente oliati e collaudati al poligono di tiro di Arma di Taggia). Si tratta, com’è noto, di vecchie ferraglie di fabbricazione sovietica (anni 70), sequestrate vent’anni fa dalla Procura di Torino a miliziani croati e destinate alla distruzione per ordine dei giudici, ovviamente disatteso dai nostri governi che le tennero ad arrugginire nei magazzini, senza che nessuno le usasse, nemmeno il nostro scalcinato esercito. Lo stesso giorno Renzi si recava sul posto, prima a Baghdad poi a Erbil e, nella migliore tradizione italiana, prendeva impegni contraddittori per non scontentare nessuno: al premier iracheno prometteva di rispettare la sovranità nazionale del Paese, cioè di inviare le armi al governo legittimo (si fa per dire); poi rassicurava i capi curdi, ansiosi di riceverle nelle proprie mani. Ieri abbiamo chiesto se il formidabile arsenale abbia poi preso il volo, e in quel caso per dove. Risposta: tutto fermo. Non che le sorti della guerra ne risentano, anzi: finché i curdi non le vedono, ci risparmiamo il rischio che ci rispediscano indietro le armi e ci dichiarino guerra per lo sfregio. Ma la partita si fa avvincente, perché qualunque decisione prendano le nostre Sturmtruppen sarà un disastro: se spediamo le armi ai curdi, il governo di Baghdad – teoricamente nostro alleato – s’incazza, mal sopportando l’indipendentismo di quel popolo; se le spediamo alle autorità irachene perché le girino ai curdi, è difficile che queste lo facciano, per non favorire la disgregazione del Paese, così s’incazzano i curdi, teoricamente nostri alleati. Par di vederli, i nostri strateghi, riuniti davanti al Monopoli per uscire dal vicolo stretto. Idea: mandiamo metà armi a Baghdad e metà al Kurdistan. Anzi no, spediamo fucili, razzi e missili ai curdi e le munizioni agli iracheni. Meglio ancora: paracadutiamo il tutto nel deserto, e il primo che arriva prende tutto, come al gioco del fazzoletto. C’è poi l’eventualità che, ammesso e non concesso che le armai arrivino e funzionino, i curdi le cedano agli attuali alleati sciiti, che oggi sono amici nostri in funzione anti-Isis, ma domani potrebbero diventare nemici e costringerci a una nuova missione di pace, cioè di guerra, per levargli le nostre armi. Anche in politica estera, insomma, la rottamazione tarda ad arrivare. Nell’attesa ci si barcamena con i doppigiochi di sempre: quelli della solita Italietta che non è mai riuscita a terminare una guerra dalla stessa parte in cui l’aveva iniziata. Si parte con un alleato, poi si vede come butta e se marca male si passa al nemico per partecipare alla festa sul carro del vincitore. Fu così nelle due guerre mondiali, ma anche nella Prima Repubblica: l’Italia stava con la Nato, ma anche con Mosca (Andreotti la Germania la preferiva divisa in due); con Israele, ma anche con i terroristi palestinesi che volevano annientarlo; con l’Inghilterra, ma anche con i generali argentini che occupavano le Falkland. Quando Reagan bombardò Gheddafi per farla finita con i fondi libici all’internazionale del terrore, avvertì Craxi e Andreotti che corsero ad avvertire il colonnello per farlo scappare. Poi venne Berlusconi, che stava con tutti e col contrario di tutti: con Bush, ma anche con Putin, ma anche con Gheddafi. Che poi il governo B. contribuì a bombardare, ma solo un po’ (“non lo chiamo per non disturbarlo”), e a far massacrare da quegli stessi ribelli che ora sono nostri nemici. Passano le ere geologiche, ma resta inevasa una domanda di Otto von Bismarck: “Sapete per caso con chi stanno oggi gli italiani?”.