L’ultimo morxista

Per comprendere i guasti del nazionalismo applicato al calcio può essere utile studiare il caso che ha coinvolto in maniera imbarazzante l’uruguaiano più famoso del pianeta. Non il centravanti Luis Suarez – espulso per quattro mesi da tutti gli stadi dopo avere morsicato con appetito una spalla di Chiellini, la prelibata «chiellina» (copyright del collega Guido Boffo) – ma il suo Presidente e santissimo laico per eccellenza: Pepe Mujica. Il politico che abita in una casetta alla periferia di Montevideo, guida un Maggiolino scassato, ha rinunciato ai nove decimi dello stipendio per darli ai poveri, ha legalizzato le droghe leggere e predica moralità e sobrietà a ogni piè sospinto. Ecco, prendete questa meraviglia d’uomo e mettetelo davanti a un televisore con la sciarpa dell’Uruguay: si trasformerà nel più becero dei fanatici.

Interpellato sui gusti vampireschi del suo centravanti di riferimento, Pepe ha cominciato col dire che lui di morsi non ne aveva visto neanche mezzo. E comunque «non abbiamo scelto Suarez per fare il filosofo o per le sue buone maniere, ma perché è un calciatore eccellente». Dopo avere derubricato il tentativo di sbranamento a sintomo tollerabile e in fondo simpatico di machismo, il Presidente Buono y Giusto ha intonato la solita canzonetta vittimista, lamentando contro l’incolpevole roditore l’esistenza di una bieca campagna di screditamento, volta a privare l’Uruguay del suo giocatore più forte. E la sobrietà, Pepe? E la moralità? Tale è la delusione che verrebbe voglia di prenderlo a morsi. (Massimo Gramellini)

Le pornoriforme

Marco Travaglio

Anche ieri, come ogni giorno, Repubblica ci ha anticipato la quotidiana Grande Riforma che presto, prestissimo, quanto prima, il Pie’ Veloce Matteo ci regalerà. Dopo quelle della Costituzione, della legge elettorale, del fisco, del lavoro, dell’ozio, della burocrazia, della scuola, dell’università, dell’asilo, dell’agricoltura, dell’artigianato, del commercio, della pastorizia, della caccia, della pesca, dell’apicoltura, della mitilicoltura, delle carceri e dei circhi equestri (per fortuna mai viste se non in qualche slide), è in arrivo una nuova mirabolante Rivoluzione: quella della Giustizia, civile e pure penale. Rassicuriamo subito i lettori: le probabilità che la Palingenesi veda un giorno la luce sono pari a zero. Sia perché i neoriformatori non son buoni neppure a legarsi le scarpe. Sia perché in Parlamento una maggioranza che voti i brevi cenni sull’universo del ministro Orlando, non c’è. O meglio: ci sarebbe se il Pd facesse ciò che dice, nel qual caso potrebbe trovare sponde robuste nei 5Stelle e in quel che resta di Sel (ma così crollerebbe il governo, sostenuto ufficialmente da Ncd e centrini vari, e ufficiosamente da FI). Ma il partito dell’impunità è ancora ben saldo anche nel Pd, come dimostrano il voto sulla responsabilità civile diretta delle toghe e l’immunità ai senatori non più eletti. Dunque la fine del pacchetto Orlando (semprechè sia il suo, viste le smentite di ieri) è già nota: le buone intenzioni (falso in bilancio, autoriciclaggio, blocco della prescrizione dopo la sentenza di primo grado) imboccheranno il solito binario morto, e viaggeranno col turbo solo quelle pessime, che piacciono un sacco a Ncd, centrini, FI, del cui sacco sono infatti farina: il solito bavaglio sulle intercettazioni e il dirottamento del giudizio disciplinare sui magistrati dal Csm verso un’“Alta Corte” (idea di Violante, cioè del centrodestra), ovvero a un plotone d’esecuzione infarcito di politicanti. Le intercettazioni sono la prima ossessione della Casta da almeno 10 anni: da quando, sterilizzati i pentiti e tolto il valore di prova delle chiamate in correità, gli scandali escono direttamente dalle boccucce ciarliere di lorsignori. Spesso l’intercettazione è un selfie: ritrae il criminale nell’atto di delinquere; e le chiacchiere su complotti, toghe rosse, garantismo e giustizialismo stanno a zero. Non potendo (ancora) vietare ai magistrati di disporle, la Banda Larga s’accontenterebbe di proibire ai giornali di pubblicare le intercettazioni, rinviando alla fine del processo il momento della divulgazione: quando ormai nessuno si ricorda più nulla. Se le conseguenze penali di un reato spaventano poco lorsignori, grazie ai tempi biblici della giustizia con prescrizione garantita, gli effetti mediatici delle indagini restano seccanti: costringono il politico ladro o mafioso a difendersi dinanzi agli elettori, spiegando parole e opere difficilmente spiegabili, col rischio che la gente si faccia un’idea precisa sul suo conto. Ecco dunque ricicciare, dopo le leggi Mastella e Alfano fortunatamente abortite, la trovata di Orlando: i magistrati non potranno più inserire il testo delle intercettazioni nelle ordinanze di custodia cautelare (di per sé non segrete, dunque pubblicabili), ma solo il “riassunto”; e gli avvocati degli arrestati non potranno disporre delle trascrizioni dei nastri prima di una “udienza stralcio”, dove pm e difensori decideranno quelle da distruggere perché non penalmente rilevanti. Ma così si calpesta il diritto di difesa: chi finisce dentro ha il diritto di conoscere le parole esatte che l’han portato in galera, per impugnare al Riesame e in Cassazione. E si violano pure la libertà di stampa e il diritto dei cittadini a essere informati: ciò che non ha rilevanza penale può avere una grande rilevanza morale, politica, deontologica. Se un politico frequenta abitualmente mafiosi, per dire, non commette reato e non deve finire in galera, ma a casa sì. E l’elettore per mandarcelo deve sapere tutto. L’abbiamo scritto tante volte quando ci provava B. e, almeno nel mondo progressista, si gridava alla “porcata” e al “bavaglio”. Ora che ci riprova Renzi, nessuno fiata. Anzi, tutti parlano di “riforma” e “rivoluzione”. Per questo oggi è peggio.

Morsi e rimorsi

Speriamo che la Nazionale non sia lo specchio della Nazione, altrimenti dovremmo tutti imitare Prandelli & Abete e dimetterci irrevocabilmente da noi stessi. Ieri l’immagine dell’Italia nel mondo era una combriccola di abulici che faticavano a mettere insieme tre passaggi di fila, figuriamoci un tiro in porta. Quattro anni fa avevano perso i vecchi e si invocò il ricambio generazionale. Ma quattro anni dopo hanno perso soprattutto i giovani, il cui simbolo è l’indisponente Balotelli, un eterno incompiuto spacciato per fuoriclasse da un sistema mediatico che ha smarrito il senso delle proporzioni. Persino il mio Immobile, che in Italia si era aggirato per le aree di rigore come un lupo mannaro, sembrava un barboncino al guinzaglio della difesa uruguagia.

Certo, l’arbitro dal cognome recidivo (Moreno), l’espulsione esagerata di Marchisio e il comportamento da roditore di Suarez, che ha affondato i suoi incisivi nella pellaccia di Chiellini. Ma il lamento è un diritto che va meritato. E questa Italia depressa e deprimente, senza talento né carattere, merita soltanto di tornarsene a casa e ricominciare daccapo, con meno squadre e meno stranieri, come accadde dopo la Corea del 1966. Quando fummo eliminati al primo turno per la seconda volta consecutiva, proprio come adesso, e Gianni Brera scrisse: «La difesa sballata, il centrocampo endemicamente fioco, l’attacco composto di gente molto sollecita a impaurirsi. E dove credevamo di andare?». Più che un’analisi, una profezia.

(Massimo Gramellini)

I sessantottini

Marco Travaglio

Scherzi della numerologia: il 68, da simbolo della contestazione, diventa emblema della restaurazione. I nuovi sessantottini infatti sono gli scudi umani dell’articolo 68 della Costituzione: quello che, dopo la riforma del 1993 che abolì l’autorizzazione a procedere delle Camere per le indagini sui parlamentari, la prevede ancora per gli arresti, le intercettazioni e le perquisizioni. Abbiamo già spiegato che la cosiddetta immunità parlamentare fu prevista per le Camere elettive, titolari entrambe del potere legislativo: dunque non ha più alcun senso per un Senato non elettivo, composto da consiglieri regionali e sindaci, cioè da figure pubbliche sprovviste di qualsiasi scudo, e per giunta espropriate del potere legislativo (non saranno più chiamate a legiferare, salvo in materia costituzionale, ma solo a esprimere pareri non vincolanti sulle leggi uscite dalla Camera). L’idea di un sindaco o di un consigliere regionale nominato senatore che, a fine settimana, emigra a Roma per fare atto di presenza gratuito a Palazzo Madama e, durante il tragitto, viene irradiato dall’immunità come Fantozzi bagnato dalla pioggia della sua nuvoletta personale, è roba da cinepanettone. Infatti, a parole, il governo e tutti i partiti (tranne Ncd, acronimo di Noi Condannati Detenuti) si son detti fieramente avversi all’impunità senatoriale, lasciandola senza padri né madri. Ma la grande balla è durata un paio di giorni. La bella addormentata nei Boschi, che domenica aveva giurato a Repubblica “io ero contraria”, è stata sbugiardata prima dalla relatrice Finocchiaro e ora dalle due email inviate dal suo ministero per approvare gli emendamenti immunitari. Infatti la Pravdina del Pd, detta anche Unità, non trova di meglio che prendersela con i 5Stelle: “Anche i grillini erano per reintrodurre le tutele ai nuovi senatori”. Sta’ a vedere che il governo con la maggioranza più plebiscitaria dai tempi della Bulgaria comunista si fa dettare la linea dall’unica forza di opposizione. Naturalmente è una balla sesquipedale: i 5Stelle fanno tante cazzate, ma stavolta si sono limitati a chiedere un Senato elettivo, più o meno come l’attuale, che dunque manterrebbe le guarentigie costituzionali (senz’alcun bisogno di “reintrodurle”). Sono i partiti che vogliono il Senato non più elettivo, ma nominato, cioè Pd, Ncd, Lega, FI e centrini vari che hanno imposto l’impunità. E il governo Renzi l’ha avallata. Poi, presi con il sorcio in bocca, hanno fatto gli gnorri. Ma si sono ben guardati dal cancellarla dal testo in votazione dal 3 luglio. Anzi, terrorizzati dalla vox populi che dice “se siete contro l’immunità e non volete creare disparità fra deputati e senatori, perché non la abolite anche alla Camera?”, si sono inventati una supercazzola per gettarci un altro po’ di fumo negli occhi: l’autorizzazione a procedere non la voterà più la Camera di appartenenza del parlamentare da arrestare o intercettare o perquisire, ma la Corte costituzionale in quanto “organo terzo”. Da un simile riformatorio di analfabeti c’è da attendersi di tutto, ma questo forse è troppo anche per loro: la Consulta giudica la legittimità delle leggi e i conflitti fra poteri dello Stato. Non può certamente trasformarsi in un quarto grado di giudizio per i parlamentari, anche perché due terzi dei suoi membri sono nominati dal Parlamento e dal capo dello Stato eletto dal Parlamento: in palese conflitto d’interessi, meno “terzi” dell’Arcicaccia. E poi, finché ad accertare (anzi inventare) il fumus persecutionis di un’indagine è una Camera con un verdetto politico, i magistrati se ne infischiano e tirano diritto. Figurarsi che accadrebbe se a bollarli di persecutori politici fosse il “giudice delle leggi”: i pm che han chiesto l’arresto o la perquisizione o l’intercettazione e il gip che li ha disposti sarebbero talmente delegittimati da dover chiudere l’inchiesta senza vincitori né vinti e poi dimettersi dalla magistratura. Una follia assoluta, oltreché una bestemmia giuridica. Cari sessantottini del governo e della maggioranza: abbiate, per una volta, il coraggio delle vostre azioni. Se volete l’impunità, prendetevela senza tante storie. Altrimenti abolitela. Ma piantatela di fare i paraculi, tanto ormai vi abbiamo sgamati.

Per carità di Patria

Alla vigilia della battaglia decisiva, (Giulio?) Cesare Prandelli monta a sorpresa sul cavallo bianco della retorica nazionalista. «L’Uruguay ha un senso patriottico che noi non abbiamo». Hanno anche tante altre cose che noi non abbiamo, per esempio Suarez e Cavani. Ma non è il caso di stare a sottilizzare. Il momento è grave ed è probabile che l’appello del duce calcistico ai suoi manipoli («Giochiamo per la Patria!») abbia scosso nel profondo quei militi ignoti di Balotelli e Cassano, sempre che siano riusciti ad ascoltarlo abbassando per un attimo il volume delle cuffie.
In bocca a un uomo mite, qual è almeno in apparenza il condottiero azzurro, il richiamo alla Patria suona come una mossa disperata. Vi ricorse Vittorio Pozzo durante i Mondiali del 1938, ma allora c’era il fascismo e in attacco avevamo Piola e Meazza. Possibile che la partecipazione al più importante torneo del pianeta non rappresenti di per sé uno stimolo sufficiente a far correre i nostri eroi? Non pare il caso di tirare in ballo certi paroloni già abusati da D’Annunzio, che giusto un secolo fa, brandendo la Patria come una clava, arringava le piazze per trascinarle in una guerra ben più sanguinosa di quella che attende oggi Chiellini e Darmian.
Ogni Paese ha la sua storia, caro Prandelli, e noi su quel fronte abbiamo dato in abbondanza. Forse esiste un modo più prosaico di essere fedeli alle proprie radici. Onorare la scuola calcistica italiana che ha vinto quattro Mondiali, ricominciando a giocare nel solo modo che ci riesce: difesa e contropiede. La Patria sentitamente ringrazia. (Massimo Gramellini)