Ecce Bombo

20140531-105748-39468823.jpg

Annunci

Il Grillotalpa

Marco Travaglio

Ci sono tre modi per riaversi da una sconfitta. 1) Negarla, autoconsolandosi con formulette e scuse da Prima Repubblica (la sostanziale tenuta, lo zoccolo duro, il consolidamento della base, la presenza sul territorio, la stampa cattiva, gli elettori che non hanno capito, il destino cinico e baro). 2) Piangersi addosso, crogiolandosi, arroccandosi e incattivire in un dorato e sdegnoso isolamento dal mondo esterno, visto immancabilmente come ostile e incomunicabile. 3) Analizzare le cause dell’insuccesso, magari con l’aiuto di qualche esperto vero, e ripartire di slancio per rimuoverle, facendo tesoro degli errori e guardando avanti. Le prime due reazioni non portano lontano: sia i comodi alibi sia le lacrime appannano la vista. Eppure è proprio altalenando fra la prima e la seconda che si muovono i 5Stelle dopo la batosta europea. E dire che lunedì sia Grillo (con il video autoironico sul Maalox) sia Casaleggio (con la frase: “Dobbiamo sorridere di più”) sembravano aver capito la lezione. Poi, da martedì, è stato tutto un retrocedere e un avvitarsi in cupe e cacofoniche sedute di autoincoscienza, culminate nell’incredibile incontro fra Grillo e il leader nazionalista, xenofobo e nuclearista britannico Nigel Farage. Ha un bel dire Beppe che “Nigel è simpatico”: pare che sia pure vero, è un battutista impenitente, veste da dandy e la sua foto giovanile in versione punk fa sbellicare. Ma allora? De Gasperi ed Einaudi, i più grandi statisti dell’Italia repubblicana, non sprizzavano certo simpatia. In compenso Berlusconi, il peggiore premier della storia repubblicana e anche monarchica, è a suo modo e in piccole dosi simpatico. Ma un conto sono i tratti umani, un altro le idee e i programmi politici: non erano stati proprio i 5Stelle a dire che in Europa si sarebbero seduti accanto alle forze più vicine o meno lontane al loro programma? Quello pentastellato è semplice e scarno, sette punti appena: nemmeno una virgola in comune con quello dell’Ukip, che vuole cacciare dal Regno Unito tutti i cittadini nati altrove (Italia compresa). In compenso moltissimi punti in comune con i Verdi, sia per le politiche ambientali ed energetiche, sia per un’Europa intesa come comunità dei cittadini e non come casta delle lobby finanziarie. Se proprio Grillo voleva levarsi lo sfizio di farsi un bicchierino con Farage, cosa fatta capo ha (anche se quel pranzo ha sconcertato i suoi elettori che, proprio perché non sono “né di destra né di sinistra”, non hanno nulla a che fare con xenofobia e nazionalismo; in compenso ha fatto felici gli avversari che non vedevano l’ora di dipingerlo come il nuovo Hitler). Ora però segua le regole del suo movimento e ascolti gli eletti ed elettori, che vedono la sola ipotesi Farage come il fumo negli occhi (anche se l’Ukip fosse solo un taxi). Non occorre neppure consultare la Rete per capire che la proposta indecente verrebbe bocciata, con numeri ben più schiaccianti di quelli che smentirono G&C sul reato di clandestinità e sull’incontro con Renzi. Un buon punto di ripartenza è il documento dello staff Comunicazione che, accanto a bizzarrie pittoresche (il trench scuro e i boccoli di Casaleggio che fan perdere voti), contiene analisi serie e impietose della sconfitta. Ed è pure la smentita della leggenda nera che vuole tutti i “grillini” teleguidati dal Capo e dal Guru. Ieri, sul sito del Fatto, la copresidente dei Verdi Europei Monica Frassoni ha invitato i 5Stelle al dialogo e non ha escluso di accoglierli nel gruppo parlamentare. Grillo la conosce bene: nel 2007 fu proprio lei ad aprirgli per la prima volta le porte dell’Europarlamento. Il posto giusto per i 5S è accanto agli ambientalisti, che potrebbero rivelarsi molto utili nelle battaglie contro le mille Ilva (ben appoggiate da destra e sinistra) e contro quel mostro che è il Tav Torino-Lione (sostenuto da destra e sinistra, in cambio di cosa magari un giorno lo scoprirà qualche pm), oltreché contro l’Europa dei banchieri & affaristi (amici di destra e sinistra). L’importante è aprire gli occhi, evitando che Grillo diventi un grillotalpa.

Come rubare i voti agli avversari

Il teorema di Renzi che ha sconvolto le leggi della fisica politica italiana recita così: per trasformare una minoranza in maggioranza occorre togliere voti agli avversari. Una tesi non del tutto ignota alle altre democrazie del pianeta, ma abbastanza sconvolgente per il nostro Paese, come da vent’anni si affanna a ripetere il professor D’Alema, ordinario di scacchistica comparata presso l’università di Sconfittopoli.

Gli studi del D’Alema, autorevolmente proseguiti dal collega Bersani, partono da una premessa nota come «Barriera del 33%», secondo cui in Italia la sinistra è geneticamente inadatta ad attrarre i voti di due italiani su tre: quelli che guardano Canale 5 e in certi casi estremi Retequattro, leggono poco e comunque solo le figure, pagano meno tasse che possono, non vanno a votare e quando ci vanno mettono la croce accanto al nome di strani ceffi populisti o, nelle patologie più gravi, scelgono addirittura Silvio Berlusconi. I consensi di questi individui perduti alla causa della civiltà non vanno mai ricercati, sostiene autorevolmente la Compagnia di Sconfittopoli, perché sporcherebbero la purezza della comunità democratica. Da qui la necessità di respingere al mittente i loro voti, salvo poi trattare dopo le elezioni con i partiti che li rappresentano.

L’avvento di Renzi ha scompaginato questa formidabile scuola di pensiero, a cui la sinistra deve alcune tra le sue sconfitte più belle. Prima del segretario fiorentino soltanto Veltroni aveva osato esporre ai colleghi democratici il bizzarro teorema. «Non dobbiamo allearci con i partiti di centrodestra, ma con i loro elettori». La frase fu accolta da risolini di compatimento che talvolta si spingevano fino al disgusto e portarono alla sua rapida defenestrazione. Non per niente il bravissimo autore del film «Viva la libertà» la fa pronunciare al gemello pazzo del segretario del Pd.

Per ragioni tattico-numeriche, Renzi un’alleanza con alcuni partiti moderati l’ha poi fatta davvero, ma fin dal primo giorno si è posto l’obiettivo di svuotarne i consensi. Avrete notato come Monti e Casini, che ancora un anno fa superavano il 10 per cento, siano praticamente scomparsi, i loro voti risucchiati nel gorgo del partitone del centrosinistra. Ma il professorino di Pontassieve ha osato spingere il teorema ai limiti dell’ignoto, ponendosi a caccia degli elettori di Berlusconi. Per riuscirci ha evitato con cura di insultarli e di considerarli dei delinquenti o dei paria, resistendo stoicamente alle provocazioni della stampa arcoriana, che dopo averlo vezzeggiato per anni in funzione anticomunista, negli ultimi giorni lo dipingeva come un incrocio fra Fonzie e Che Guevara. Dietro le comparsate ad «Amici», le critiche alla Cgil e la mano tesa al popolo delle partite Iva – atteggiamenti duramente criticati dagli adepti di Sconfittopoli – ha preso forma un piano preciso: offrirsi come alternativa a una platea di persone che non aveva mai votato a sinistra in vita sua e che per decenni si era aggrappata a Berlusconi non per amore ma per disperazione.

Il vero capolavoro di Renzi è stato strappare al leader del centrodestra gli anziani, conservatori per ragioni anagrafiche e sempre più decisivi nelle urne di un Paese a bassa natalità come il nostro. La faccia da genero di tutte le mamme lo ha indubbiamente aiutato, almeno quanto la sua estraneità alla storia del comunismo e l’energia rassicurante, contrapposta a quella distruttiva di un Grillo. L’urlatore-capo ha dato la colpa dell’inattesa afonia elettorale dei Cinquestelle proprio ai pensionati. E in quel sessantacinquenne che accusa i suoi coetanei di avergli preferito un trentanovenne c’è tutta l’assurdità della politica italiana, ma anche la riprova che il teorema di Renzi ha superato la prova del nove. Anzi del quaranta (per cento). (Massimo Gramellini)

Renzinguer

Marco Travaglio

Nella sua esagitata campagna elettorale, Beppe Grillo almeno un risultato l’ha ottenuto: costringere Matteo Renzi a nominare – per la prima volta in vita sua, o quasi – Enrico Berlinguer. Il che dimostra uno dei tanti paradossi dei 5Stelle: volenti o nolenti (spesso a loro insaputa), svolgono la stessa funzione dei predatori in natura: migliorano le prede che vogliono cacciare, aiutandole dunque a sopravvivere. Come ricorda Scanzi nel suo blog, senza i 5Stelle in Parlamento col cavolo che il Pd avrebbe votato subito e col voto palese per la decadenza di B. e per l’arresto di Genovese (nel 1998-’99 avevano salvato persino Previti e Dell’Utri). Se poi Renzi fosse sincero fino in fondo, dovrebbe ammettere che, senza il terrore di Grillo, il Pd allora dalemian-lettian-bersaniano non gli avrebbe spianato la strada alla segreteria e poi al siluramento del governo Letta. “Sciacquati la bocca quando parli di Berlinguer”, ha urlato giovedì il premier a Grillo da una piazza del Popolo semipiena o semivuota. E, se Grillo si fosse paragonato all’ultimo vero leader della sinistra italiana, da cui quasi tutto lo divide, si sarebbe meritato anche di peggio. La verità è che non l’ha fatto: anzi, ha precisato di avere tutt’altra storia, però ha raccontato un fatto vero e facilmente verificabile. E cioè che l’avvocato Giuseppe Zupo, responsabile giustizia e legalità del Pci di Berlinguer (posto ora occupato dalla Morani e dalla Picierno, per dire l’evoluzione della specie), ha scritto una lettera a Grillo e rilasciato un’intervista a Micromega in cui riconosce ai 5Stelle il loro impegno sulla questione morale di Berlinguer abbandonata dai suoi presunti eredi. E allora chi dovrebbe sciacquarsi la bocca? Non abbiamo titoli per rispondere, ma per porre qualche domanda forse sì. L’altro giorno abbiamo dato atto a Renzi di aver rinunciato, dimettendosi dall’azienda di famiglia, alla sua pensione privilegiata, nata da un trucchetto che è già costato processi e condanne ad altri politici che l’avevano tentato e che il Fatto ha svelato in beata solitudine. Berlinguer si sarebbe fatto beccare con un simile sorcio in bocca? Berlinguer fu pubblicamente processato da Napolitano & miglioristi sfusi perché non voleva allearsi con Craxi (lo chiamava “il gangster”), e finché ebbe un respiro in gola denunciò l’inquinamento della P2: ve lo vedete mentre riceve il compare di Craxi, tessera P2 n. 1816, per concordare non solo la legge elettorale (mossa obbligata dopo il diniego di Grillo), ma anche la riforma della Costituzione? Ve l’immaginate che risponde a B. “del presidenzialismo se ne può parlare?”. Ve lo figurate che governa col piduista Cicchitto? Che nomina un rinviato a giudizio vice-ministro dell’Interno e tre inquisiti sottosegretari? Che candida alle Europee imputati, inquisiti e (in Sicilia) il professor Fiandaca, noto giustificazionista della trattativa Stato-mafia? Che piazza Emma Marcegaglia, azionista e dirigente di un’azienda condannata per tangenti all’Eni, alla presidenza dell’Eni? Che si tiene nel partito Giancarlo Quagliotti, condannato con Greganti per una tangente Fiat sui rispettivi conti svizzeri, dunque braccio destro del sindaco renziano Fassino? Nel forum-intervista con il Fatto, abbiamo discusso con Renzi degli inquisiti in politica. La sua posizione, purtroppo, è la stessa di tutto il resto della vecchia casta: la presunzione di innocenza come scudo e alibi per non cacciare nessuno. Per Renzi non c’è alcuna differenza fra chi è indagato (o addirittura imputato) e chi non lo è: sono tutti gigli di campo, anche dopo il rinvio a giudizio, come se i magistrati si divertissero a inquisire e a mandare a processo la gente così, per sport, a casaccio. Per lui la differenza la fanno solo le condanne in Cassazione. Dunque, visti i tempi della giustizia, qualunque delinquente può restare in politica e nelle istituzioni per dieci anni. Se, per dire, il suo vicino di casa fosse indagato o imputato o condannato (ma non definitivo) per pedofilia, Renzi gli affiderebbe serenamente i suoi figli quando si assenta da casa e attenderebbe la Cassazione per rivolgersi a qualcun altro. Ma qui non c’è neppure bisogno di scomodare la buonanima di Berlinguer, o di sciacquarsi la bocca: basta collegarla al cervello.