La legge del branco

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Prima di abbozzare un pensiero sui poliziotti che ieri, durante il congresso di un loro sindacato, hanno salutato con un’ovazione i tre colleghi che nel 2005 a Ferrara ammazzarono di botte il diciottenne Federico Aldrovandi senza un vero perché, provo a infilarmi nelle loro teste. Si sentono vittime, è chiaro. Come tutti, in questo strano Paese. Ce l’hanno con l’opinione comune che ha chiamato assassini i loro colleghi, anche se la sentenza definitiva sostiene che non avevano la volontà di uccidere. E ce l’hanno con i magistrati che hanno fatto scontare sei mesi di carcere ai condannati (gli altri tre anni della pena erano coperti dall’indulto), nonostante in casi analoghi non sia quasi mai accaduto. Il motore di quell’applauso è dunque il solito di tutte le ribellioni italiane: lo spirito di casta accerchiata. La legge di un branco che reclama per sé l’impunità, ragionando in modo non dissimile dalle bande di ultrà che fronteggia per le strade. Con l’aggravante che i poliziotti sono dipendenti dello Stato: non rappresentano una fazione, ma il garante delle regole del gioco.

La sciagurata ovazione di ieri è il danno peggiore che potessero fare a se stessi. Non hanno soltanto mancato di rispetto a quel povero morto e ai suoi familiari. Hanno fornito un pretesto corposo alle prossime provocazioni che riceveranno nelle piazze. E nuovi argomenti a chi, fin dai tempi del G8 di Genova, li accusa a torto o a ragione di comportarsi come i cattivi, quelli da cui dovrebbero proteggerci, e di prendersela con i deboli, quelli che dovrebbero proteggere. (Massimo Gramellini)

E al Quirinale fu terzo mandato

Tutto positivo il bilancio della seconda presidenza Napolitano. Nel paese è drasticamente calato il consumo di ansiolitici. E le piante hanno smesso di perdere le foglie. Solo Grillo non gli chiede di restare

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Confido che si stiano per realizzare le condizioni per il mio distacco»: la frase con la quale Giorgio Napolitano conferma la volontà di lasciare il Quirinale sta facendo discutere per la sua inusuale brevità. Pare che la frase originale fosse «confido che, in virtù dell’evolversi della situazione politica nella prospettiva di un assetto più favorevole al tema fondamentale delle riforme istituzionali, non disgiunto dalla necessaria e concorde attuazione di alcuni passaggi decisivi per il risanamento economico nella direzione richiestaci dall’Unione Europea, possano infine verificarsi quelle condizioni più favorevoli, o comunque meno sfavorevoli, che ci avvicinerebbero al compimento, sia pure parziale, dei gravi compiti ai quali sono stato chiamato». Lo staff del presidente lo ha supplicato di essere più conciso perché stava per finire l’inchiostro della stampante. Napolitano ha passato il pomeriggio a limare la frase, chiedendo se fosse possibile lasciare almeno “non disgiunto” e “concorde attuazione”. Solo verso sera, quando si è addormentato, i suoi collaboratori hanno potuto sfilargli il foglio dalla scrivania e tagliarlo drasticamente.

IL BILANCIO È già tempo di bilanci. Non pochi i punti a favore del secondo mandato: per esempio la drastica diminuzione del consumo di sonniferi e ansiolitici, che viene ricondotta dagli esperti alle numerose apparizioni pubbliche del presidente. (Si ricorda che il consumo di psicofarmaci toccò il suo apice durante il settennato di Cossiga). Effetti positivi anche sui giardini del Quirinale, che hanno visto rallentare il flusso vorticoso della stagioni fino a stabilire uno stato di requie armoniosa che i botanici definiscono “giorgismo”. Il trauma della perdita delle foglie e quello, opposto, della rinascita primaverile e della fioritura, hanno lasciato il posto a un permanente stadio intermedio, con caduta delle foglie molto diradata (al massimo due o tre al giorno) e fioritura quasi impercettibile, mai compromettente per la pianta stessa, che riceve la visita al massimo di un’ape alla settimana.

IL RETROSCENA Secondo alcune indiscrezioni Napolitano sarebbe molto amareggiato per l’inevitabile approssimarsi delle elezioni europee. Come è noto, ritiene le urne una risorsa estrema, drammatica e straordinaria, alla quale ricorrere solo in caso di assoluta necessità. Aveva proposto di sostituire le elezioni europee con una cordiale chiacchierata tra alcuni elettori dei diversi paesi, sorteggiati tra i tanti, da tenersi in località segreta e in data da destinarsi. Quando gli è stato spiegato che non era possibile, avrebbe deciso di lasciare per sempre la politica.

LE POLEMICHE Il blog di Grillo ha indetto un referendum (al quale sono ammessi solo i cittadini iscritti all’Albo dei Giusti, elenco depositato presso la Casaleggio e Associati) nel quale decidere se Napolitano può lasciare il Quirinale da solo, oppure accompagnato da una folla urlante che lo spinge per le scale mentre la luce sinistra delle torce illumina i volti sfigurati dall’ira. In un successivo momento quel post è stato corretto: i volti non saranno sfigurati dall’ira. Molto negativo anche il giudizio del “Fatto”, ma la dura nota su Napolitano è passata quasi inosservata perché nello stesso giorno il quotidiano pubblicava decine di ritratti ostili di altrettanti esponenti politici, tre richieste di impeachment per capi di Stato esteri e numerosi corsivi che accusavano di orribili colpe quasi tutti gli esponenti del mondo politico, economico e intellettuale.

IL SUCCESSORE L’idea di un terzo mandato è stata definita dallo stesso Napolitano “del tutto improponibile”. Questo, secondo gli analisti politici più attrezzati, non esclude che il presidente possa tornare al Quirinale per ritirare i suoi effetti e rimanerci il tempo necessario per portare a compimento l’operazione, cassetto per cassetto. I tempi, per un uomo abituato a tenere conto anche dei minimi dettagli, possono andare dai tre ai cinque anni. (Michele Serra)

Renzémolo

Marco Travaglio

Dunque sabato sera i telespettatori di Amici saranno privati dell’imprescindibile presenza di Matteo Renzi accanto a Maria, a causa di una legge odiosamente illiberale: la par condicio che proibisce le ospitate di politici nei programmi non giornalistici in campagna elettorale. Si teme così che il premier, già costretto a declinare l’autoconvocazione come goleador alla Partita del Cuore, non tenterà neppure di sfoggiare le sue doti di cantante al concertone del 1° Maggio o a The Voice, cucinare prelibatezze della cucina toscana a Masterchef, saggiare la sua enciclopedica sapienza (leggendaria fin dai tempi della Ruota della Fortuna) in un quiz pre o post-tg, declamare con la sua voce baritonale il segnale orario, le previsioni del tempo e l’oroscopo. Gli italiani dovranno dunque attendere fine maggio per sapere che faccia ha il presidente del Consiglio, ingiustamente oscurato da tutte le tv, eccezion fatta per i programmi del mattino, del pomeriggio, della sera e della notte. A meno che non accolga l’invito di Barbara D’Urso a Domenica Live che – lo si è scoperto dopo il monologo del Cainano – è nientemeno che un “programma giornalistico”. Se non ci fosse da scompisciarsi di fronte a un capo del governo così pieno di sé da voler occupare ogni teleinterstizio diurno e notturno, verrebbe da domandargli perché se ne infischi così ostentatamente di una legge nata per riportare un minimo di decenza nella patria del conflitto d’interessi, al punto di farsi dare una lezione di par condicio addirittura da Mediaset. La risposta, purtroppo, è nota: vent’anni di berlusconismo hanno coperto e giustificato i conflitti d’interessi del centrosinistra, trincerato dietro l’alibi del “lui ce l’ha più grosso di noi”. Chi parla più della mostruosità di un leader politico proprietario di tre reti televisive che da vent’anni si fa intervistare (si fa per dire) dai suoi impiegati? Anziché sciogliere quel nodo, il centrosinistra si è preso la rivincita controllando pezzi di Rai e di giornali, che usano i medesimi riguardi riservati a B. dai suoi impiegati, senza disdegnare qualche ospitata a Mediaset per dimostrarne lo squisito pluralismo. D’Alema che cucina il risotto a Porta a Porta o duetta con Gianni Morandi su Rai1. Fassino che piagnucola davanti alla tata Elsa a C’è posta per te. Amato che finge di giocare a tennis con Panatta chez Vespa. Politici di ogni colore che fanno i pagliacci al Bagaglino con le torte in faccia. Quando Renzi dice che il patto con B. riguarda “solo” le riforme (hai detto niente), gli sfugge che la scelta di un simile partner costituente gl’impedisce di polemizzare con le mostruosità che escono dalla sua bocca (per dire qualcosa sulla dichiarazione di guerra alla Germania, ha dovuto equipararla alla “frase inaccettabile di Grillo sulla Shoah”, che però non esiste: Grillo non ha detto nulla sulla Shoah; ha parafrasato molto inopportunamente un brano di Primo Levi, con un assurdo fotomontaggio sulla P2 e Auschwitz). E di fare qualcosa contro il conflitto d’interessi, che infatti resta tabù. Più i giorni passano, più il leader “nuovo” somiglia a quelli che doveva rottamare: chiacchiere tante, fatti pochi e transumanze da una tv all’altra per “fare il simpatico”. La differenza è il giubbotto fico al posto della grisaglia. Appena entrato a Palazzo Chigi, oltre ai virus della chiacchierite e dell’annuncite, Renzi ha contratto pure la prezzemolite. Aiutato dalla peggior classe giornalistica del mondo, s’è convinto che gl’italiani muoiano dalla voglia di sapere se preferisce la carne o il pesce, le bionde o le more, gli slip o i boxer. Ieri è apparso in tv con un pallone e poi con una banana in mano. Intanto la Boschi ci ragguagliava su Vanity Fair su altre questioni decisive: se vuole dei figli, e se sì quanti, se ha già trovato l’uomo giusto o se possiamo fare qualcosa per aiutarla nelle ricerche. Un giorno o l’altro magari verrà fuori un politico serio, che si fa eleggere e va al governo per governare e parla solo quando ha qualcosa da dire: non per promettere ciò che farà, ma per comunicare ciò che ha fatto. E non lo noterà nessuno.