Veni, vidi, pixel!

Mese: febbraio, 2014

20140227-082834.jpg
20140227-073621.jpg

Ma ci è o ci fa?

Marco Travaglio

Èstraordinaria la capacità della politica e della stampa al seguito di concentrarsi sulle scemenze per non affrontare le cose serie. Ora, per esempio, pare che i peccati mortali di Renzi davanti alle Camere siano la prolissità dei discorsi, le mani in tasca, l’omesso Mezzogiorno e soprattutto i mancati salamelecchi a Sua Maestà re Giorgio I e II. In realtà – visti i danni o il nulla combinati dai suoi predecessori nel pieno rispetto del galateo formale, delle promesse parolaie al Sud, ma anche al Nord, ai giovani, agli anziani, le donne, i bambini e i signori di mezza età, con scappellamenti continui all’indirizzo del Colle – di questi stantii rituali possiamo tranquillamente infischiarci. Le questioni che restano aperte dopo il doppio passaggio del premier alle Camere sono ben altre e ben più serie, tanto da suscitare un dilemma inquietante: o Renzi è un genio incompreso che dissimula abilmente le sue virtù salvifiche, oppure è il più grande bluff mai visto nella pur ricca tradizione italiana. Nel titolo qui a fianco e nelle domande che seguono, cerchiamo di spiegare il perché.
1) Il famoso “foglio excel” con il cronoprogramma dettagliato del suo governo che aspira a durare quattro anni e con le relative cifre di copertura finanziaria per le sue promesse da 100 miliardi di euro mal contati, dov’è?
2) È senz’altro nobile che Renzi ripeta “se falliremo sarà colpa mia”, “mi gioco la faccia” e così via: siccome però, se fallirà, a pagarne le conseguenze sarà soprattutto, per l’ennesima volta, il popolo italiano, non sarebbe più onesto e prudente evitare di prendere mille impegni da megalomane su ogni settore dello scibile umano e concentrarsi su poche cose, concrete e fattibili in tempi brevi, tanto per cominciare con il piede giusto e darci qualche assaggio di novità?
3) Nei suoi brevi, anzi lunghi cenni sull’Universo, detratte le appropriazioni indebite di stanziamenti fatti da chi l’ha preceduto, gli unici impegni precisi riguardano le riforme costituzionali (Senato e Titolo V) e quella elettorale. Ma queste sono materie squisitamente parlamentari: nessun governo si è mai occupato di Costituzione e legge elettorale. Per il resto, il programma di governo somiglia pericolosamente a quello di Letta, da cui lui ha ereditato la stessa maggioranza e 6 elementi su 16. Diciamo pure che l’unica vera novità è il premier: davvero Renzi pensa che un paese complesso come l’Italia possa essere salvato grazie all’ennesimo “uomo solo al comando”? Davvero vuol farci credere che l’improvviso e improvvido cambio della guardia a Palazzo Chigi mirava a sostituire il lumacone Letta col pie’ veloce Renzi, o c’è qualcosa in più che ancora ci sfugge?
4) Regnante Letta, Renzi polemizzò con i partiti che facevano melina sulla legge elettorale per tenere in vita artificialmente un governo morto con la scusa che non si poteva votare. Ora, con Renzi, rischia di riprodursi la stessa situazione: come il premier ripete, il peraltro pessimo Italicum è indissolubilmente vincolato all’approvazione delle riforme costituzionali, che non vedranno la luce prima di due anni. Gli pare corretto comprarsi la fiducia dei parlamentari (specie senatori) che vogliono tenersi la poltrona fino al 2018 per conservare la sua per quattro anni?
5) Fra conflitti d’interessi reali e potenziali, diversi neoministri rappresentano una serie impressionante di lobby private: da Cl alle coop rosse, dalle banche alla partitocrazia, da Confindustria al partito trasversale degli inquisiti. Davvero pensa che basti la sua personale “vigilanza” a evitare marchette e automarchette? E questi interessi c’entrano qualcosa col fatto che nei suoi discorsi al Parlamento non c’è traccia di proposte contro mafie, evasione fiscale, corruzione, riciclaggio, criminalità finanziaria? Davvero un premier che aspira a “cambiare verso” deve omaggiare come eroi nazionali i due marò imputati in India per aver accoppato due pescatori anziché i magistrati come Nino Di Matteo che rischiano ogni giorno la pelle nelle trincee dell’antimafia?

Il Banal Grande

Marco Travaglio

Frettolosamente archiviato come una nota di colore da Totoministri, il veto di Napolitano contro il pm antimafia Nicola Gratteri ministro della Giustizia è invece il peccato originale del nuovo governo. Un veto che ha poco a che fare con una casella da riempire con questo o quel nome, e molto con i limiti che chi comanda davvero in Italia ha voluto imporre fin da subito all’esuberante e incosciente premier. Nemmeno Renzi, frivolo e superficiale Banal Grande della politica 2.0, dev’essersi reso conto di quel che stava facendo, quando è salito al Quirinale con il nome di Gratteri nella lista (ieri, per illustrare in Senato i guai della Giustizia, ha parlato di incidenti stradali). Ma Napolitano, che la sa lunga sul sistema di potere che regge da sempre l’Italia a prescindere dai colori delle maggioranze, ha subito notato quel nome fra i 16 ministri renziani. E su quel nome ha ingaggiato il braccio di ferro: disposto a scaricare persino i suoi protetti Saccomanni, Bonino e Cancellieri, ma non a lasciar passare un pm antimafia alla Giustizia. Lo capisce chiunque non abbia proprio l’anello al naso: la scusa ufficiale della “regola non scritta” ma “insormontabile” che vieterebbe “un magistrato alla Giustizia” fa ridere i polli. Intanto perché le regole non scritte non esistono: bastano e avanzano quelle scritte. E poi perché il magistrato è un pubblico funzionario formato alla cultura della legalità e dell’imparzialità, sia che faccia il giudice, sia che faccia il pm: lavora al servizio dello Stato, cioè di tutti i cittadini, diversamente dall’avvocato, che svolge funzioni di parte (difende chi lo sceglie e lo paga). Ora, se è normale che gli avvocati diventino ministri della Giustizia senza neppure l’obbligo di interrompere l’attività forense (nella seconda Repubblica abbiamo avuto Biondi, Flick, Alfano e Severino), a maggior ragione dovrebbe esserlo per i magistrati (che hanno comunque l’obbligo di porsi in aspettativa). E infatti lo era stato con i Mancuso e i Nitto Palma. Quali problema creava, dunque, Gratteri? Almeno due. 1) Con il suo piano organico di riforme, minacciava di far funzionare la Giustizia per davvero. Ma una Giustizia che funziona il nostro sistema di potere non se la può permettere. Basta una ripresa dall’elicottero o dal satellite di tutti i politici nazionali o locali, banchieri, imprenditori, manager, faccendieri, lobbisti, massoni, boiardi, alti ufficiali e alti dirigenti delle forze dell’ordine e dei servizi sotto processo per cogliere la portata destabilizzante, eversiva di una Giustizia rapida ed efficiente. Con una classe dirigente così corrotta e collusa, basterebbe una riforma di stampo europeo della prescrizione (che dappertutto smette di correre dopo il rinvio a giudizio, mentre qui galoppa fino in Cassazione) per fare una rivoluzione pacifica molto più devastante di quelle cruente. 2) Gratteri, pur occupandosi dell’ala militare della ‘ndrangheta, ha maturato sul campo una conoscenza approfondita e dunque “tridimensionale” dei sistemi criminali italiani (chi avesse dubbi dia un’occhiata alle facce e alle fedine penali dei dirigenti calabresi di Pd, Pdl, Ncd e Udc). Infatti non fa mistero di considerare questa classe politica, trasversalmente, un focolaio di infezione. Perciò chiedeva “mani libere”. E, se avesse ottenuto il via libera, le avrebbe usate per andare fino in fondo. Mettendo a repentaglio non la sua carriera (non ci ha mai tenuto), ma la stabilità e la sopravvivenza del Sistema. Perciò l’Imbalsamatore ha subito sventato la minaccia: chiunque altro, ma non Gratteri. Infatti è toccato a un Chiunque Altro, il povero Andrea Orlando che dormiva sonni tranquilli all’Ambiente. Un onesto e innocuo orecchiante che ha assorbito a sua insaputa l’intero armamentario berlusconiano: confonde la riforma della Giustizia con quella dei giudici (azione penale facoltativa, separazione delle carriere, più politici nel Csm) e vuole abolire l’ergastolo come fossimo la Norvegia, non il paese delle mafie e delle trattative. A proposito: proprio ieri s’è rifatta viva la Falange Armata. Ora il governo del Banal Grande chiamerà la callista.

20140225-080226.jpg
20140223-014143.jpg
20140222-110850.jpg

Il Renzicchio

Marco Travaglio

Bando alle ciance sul premier più giovane e sul governo più rosa della storia italiana. Chissenefrega della propaganda: il governo Letta vantava il record dell’età media più bassa, infatti è durato meno di una gravidanza. Fino a oggi avevamo concesso a Matteo Renzi – come sempre facciamo, senza preconcetti – il sacrosanto diritto di fare le sue scelte prima di essere giudicato. Ora che le ha fatte possiamo tranquillamente dire che il suo governicchio è un Letta-bis, cioè un Napolitano-ter che potrebbe addirittura riuscire nell’ardua impresa di far rimpiangere quelli che l’hanno preceduto. Già la lista con cui è entrato al Quirinale presentava poche novità vere, anzi una sola: quella del magistrato antimafia Nicola Gratteri alla Giustizia. Quella che ne è uscita dopo due ore e mezza di cancellature a opera di Napolitano è un brodino di pollo lesso che delude anche le più tiepide aspettative di svolta. E il fatto che la scure di Sua Maestà si sia abbattuta proprio su Gratteri la dice lunga sul livello di non detto dei patti inconfessabili che Renzi ha voluto o dovuto stringere col partito trasversale del Gattopardo. Se il premier fosse quello che dice di essere, avrebbe dovuto tener duro su Gratteri o mandare tutto a monte. Invece s’è democristianamente genuflesso a baciare la pantofola e ha nominato il ragionier Orlando, ultimamente parcheggiato all’Ambiente (“Orlando chi?”, avrebbe detto Renzi qualche giorno fa), rinunciando a dare una sterzata alla Giustizia. Complimenti vivissimi a lui e a Giorgio Napolitano, che si conferma il peggior presidente della storia repubblicana: se Scalfaro nel ’94 usò il potere di nominare i ministri per sbarrare la strada a Previti, lui l’ha usato per fermare un pm competente, efficiente, onesto ed estraneo alle correnti. E non per un’allergia congenita ai Guardasigilli togati: nel 2011 firmò l’incredibile nomina del magistrato forzista Nitto Palma, amico di B. e di Cosentino. Il veto è proprio ad personam contro Gratteri, che la Giustizia minacciava di farla funzionare sul serio, senza più indulti, amnistie, svuotacarceri e leggi vergogna. Davvero troppo per lo Stato che tratta con la mafia e per il suo capo. Accettando senza batter ciglio i veti del Colle, della Bce e di Bankitalia, Renzicchio si candida al ruolo di rottamatore autorottamato. Poteva tentare una svolta, costi quel che costi: s’è prontamente fatto fagocitare dalla “palude” che rinfacciava a Letta. Voleva essere il primo premier della Terza Repubblica: sarà il terzo premier a sovranità limitata, circondato da un accrocco di partitocrati di nuova generazione che non danno alcuna garanzia di esser meglio degli antenati. Con due sole eccezioni: il ministro dell’Economia Padoan, finto tecnico che rassicura le autorità europee e mastica politica da una vita, infatti era consigliere di D’Alema (Renzi voleva Delrio, poi anche lì ha alzato bandiera bianca); e l’addetta allo Sviluppo Federica Guidi, che ha soprattutto il merito di essere una turboberlusconiana e la figlia di papà Guidalberto. Alfano, che Renzi voleva cacciare dal Viminale per l’affare Shalabayeva, resta a pie’ fermo al Viminale. Lupi, che persino il renziano De Luca accusava di farsi gli affari suoi alle Infrastrutture, rimane imbullonato dov’è. Un altro formidabile conflitto d’interessi porta con sé Giuliano Poletti, ras delle coop rosse, al Lavoro. Notevole anche la Pinotti, genovese come Finmeccanica, alla Difesa. La catastrofe Lorenzin farà altri danni alla Salute. Il multiuso Franceschini passa dai Rapporti col Parlamento alla Cultura. La Giannini, segretaria di quel che resta di Scelta civica, va all’Istruzione. Il cerchietto magico renziano si aggiudica gli Esteri con la Mogherini, le Riforme con la Boschi, la Pubblica amministrazione con la Madia (avete capito bene: Madia). Un po’ di fumo negli occhi con la sindaca antimafia Lanzetta alle Regioni, poi due figuranti come Martina all’Agricoltura e il casiniano Galletti che, essendo commercialista, va all’Ambiente. “Ora mi gioco la faccia”, ha detto Renzi. Già fatto.

La macchina della saliva

Massimo Gramellini

Non è vero che gli italiani adulano il potente di turno solo per necessità. A volte lo fanno per propensione naturale. Il settimanale «Oggi» ha raccolto i pareri dei compaesani di Rignano su Matteo Renzi. Un compagno delle elementari ne rammenta «l’intelligenza superiore» mentre una vicina di banco delle medie si avventura in metafore primaverili: «E’ come i mandorli: sempre il primo a fiorire. Mi creda, tra Papa Francesco e Matteo siamo in buone mani». Il parroco non conferma né smentisce, ma perdona: «L’ambizione smisurata è un peccatuccio da cui lo assolvo: anche i padri costituenti erano smisuratamente ambiziosi». Smisurata è la pagella calcistica stilata dall’allenatore della squadra locale: «L’era un bel mediano, Matteo: aveva i piedi grezzi ma suppliva con il carisma, Un Pogba in miniatura». E il suocero: «Padre Pio a 5 anni ha visto l’angelo custode, Pelè a 15 giocava in nazionale. Matteo l’ho conosciuto che ne aveva 16 e ho capito subito che aveva quella stoffa lì». Un po’ padre Pio e un po’ Pelè (per tacere del Papa e di Pogba). «Quel figliolo è una benedizione». Santo subito, allora. Il pizzaiolo ostenta già il primo miracolo: «Viene qui anche alle due di notte e si spazzola due Margherite. L’è un prodigio». Infine, immancabile, il mito dell’insonne, coltivato dall’amico scout: «Io se non sto a letto sette ore sono uno zombie, ma a lui ne bastano quattro».

Matteo stai sereno. Se tra un anno dovessi cadere in disgrazia, si dirà che a scuola copiavi dai vicini, che a calcio eri un brocco e che in fondo sei sempre stato solo un debosciato che mangiava alle due di notte senza mai andare a dormire.

20140220-175806.jpg