Avrei preferenza di no

Massimo Gramellini

Vent’anni fa, la parola «preferenza» era impronunciabile tra persone perbene: sapeva di cosche, cordate e clientele. Veniva agitato come babau un certo Vito che a Napoli ne aveva raccolte oltre centomila. Craxi le amava, dunque rappresentavano il male assoluto. Il referendum Segni le rase al suolo, lasciandone una sola, orfanella senza speranza, presto immolata sull’altare dei collegi maggioritari, dove spesso i partiti catapultavano chi pareva loro: ho visto con i miei occhi il romano Adornato deambulare stranito tra le maioliche umbre e il siculo inappetente Ayala catechizzare all’ora di pranzo sui temi della legalità una platea di stremati camionisti romagnoli in astinenza da tagliatella. Poi arrivò il porcello, con le sue lunghe liste bloccate, rispetto a cui i microelenchi previsti dal nuovo porcellino sono pressoché uno splendore. E d’improvviso la preferenza cambiò segno. Non più trappola per allocchi e sentina di ogni vizio, ma avamposto dei veri democratici contro le oligarchie dei partiti.

Rimango legato ai pregiudizi di gioventù. Come direbbe il Bartleby di Hermann Melville nella traduzione di Celati: «Avrei preferenza di no». La fioritura di preferenze mi richiama alla mente il preferitissimo Fiorito. Perciò preferirei di gran lunga che anche nella scelta degli onorevoli candidati si introducessero per legge le primarie. E, già che ci siamo, che non venissero allestite di nascosto alla vigilia di Capodanno, come capitava quando al timone del Pd c’erano gli offesi di oggi, furbetti di ieri.

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Il Renzuschellum

Marco Travaglio

B: “Ehilà Matteo, ma lo sai che è proprio bella ’sta sede del Pd? Niente bandiere rosse, statue di Stalin, felci e mastello. O le hai nascoste perché venivo io? A me mi hanno eretto un mausoleo portasfiga a piazza in Lucina, tant’è che ho detto: ‘Grazie ragazzi, ma a me di mausoleo mi basta quello di Arcore e, se permettete, mi gratto: preferisco un altro genere di erezioni, eh eh’”.
R: “Capisco, presidente, però dobbiamo parlare della nuova legge elettorale. Verdini mi ha detto che lei preferisce la spagnola…”.
B: “Di’ la verità, te l’han detto la Marysthelle e la Katiuscia. Cribbio però come girano le voci…”.
R: “Dev’esserci un equivoco, io mi riferivo al modello elettorale con i piccoli collegi e il diritto di tribuna per i partiti minori”.
B: “Guarda, io di collegi conosco quelli delle orfane e di tribune quella vip di San Siro. Comunque quel che va bene a Denis va bene a me: è tanto una brava persona, Verdini, anche se un po’ troppo onesto per i miei gusti. L’importante è che si voti e che io arrivi primo. E se arrivo secondo, pace: tanto tu mi richiami lo stesso al governo, no? Pensavo al ministero della Giustizia”.
R: “No, guardi che quelli che la volevano al governo sono D’Alema, Napolitano e Letta, e sto cercando di rottamarli”.
B: “Allora facciamo un partito unico. Se uniamo Forza Italia e il Pd, chi ci ferma più? Lo chiamiamo ‘Forza Pd’. Io ci metto le tv e i soldi, tu la faccia. Cercavo giusto un giovane pregiudicato”.
R: “Io sono spregiudicato, presidente, non pregiudicato”. B: “Ah già, hai solo 38 anni. Io ce ne ho messi 77 per arrivare alla prima condanna. Ne hai di tempo, ragazzo. Allora la fai ‘sta fusione? Insieme saremo una patonza… cioè potenza: abbiamo lo stesso programma, alcuni dei tuoi li stipendio io da una vita, vi pubblico i libri con la Mondadori, siete sempre sulle mie tv. Appena annunciamo Forza Pd, ti si ricompatta il partito: son vent’anni che i dalemiani non vedono l’ora di confluire in me”.
R: “Non annunciamo un bel niente. Sto ancora pagando la cazzata di quella visita ad Arcore, che lei fece gentilmente sapere alla stampa, e io lì a inventare scuse improbabili”.
B: “Mi scordo sempre che i tuoi elettori sono comunisti. Allora vieni solo tu, anzi porta pure la Boschi, e li fottiamo tutti”.
R: “No grazie, ho già dato. Provi con Letta, semmai”. B: “Ma l’hai visto, ce l’hai presente? Pare Tutankhamoon. Ha l’appeal di un lavabo”.
R: “Ma io dicevo Enrico, non Gianni”.
B: “Anch’io… Dai su, fai un’opera buona, lo vedi come sono ridotto. Pur di levarmi dai piedi la Santanchè, ho fatto i provini alla Marina, ma parla come Paperino. Se Dudù non mi fermava in tempo, stavo promuovendo coordinatore unico quel bietolone del Toti, che pare Ciccio di Nonna Papera. Ora mi tocca portarlo alla clinica ‘Sette chili in sette giorni’. Sono momenti difficili”.
R: “Presidente, le ricordo che siamo qui per chiudere sulla legge elettorale”.
B: “E che palle. Dai, dimmi la verità: è poi così importante? Ne abbiamo cambiate tre in vent’anni e ho sempre fatto quello che volevo io”.
R: “Una legge bisogna farla, o si vota col sistema della Corte”. B: “Già, la Corte prostituzionale: mai che si faccia i cazzi suoi”.
R: “Costituzionale, presidente: si chiama Corte costituzionale”.
B: “Pardon, è che la lingua batte dove il dente duole. Allora, vuoi la spagnola? E facciamola. Tanto io non posso candidarmi”.
R: “Napolitano non vuole che tagliamo fuori Alfano”. B: “Mah, de gustibus. Da quando ho rimpiazzato Angelino con Dudù, io mi trovo benissimo: ultimamente non riportava più l’osso indietro. Allora siamo intesi: modello francese corretto all’inglese con sbarramento alla tedesca, ok?”.
R: “Eh no, questo si chiama barare. Lei cambia le carte in tavola: si era detto spagnolo”.
B: “Ah già, tu sei giovane e ancora non mi conosci: quando dico una cosa, io intendo il contrario. Anzi, ora esco e dichiaro che mi hai chiesto di entrare in Forza Italia. Vedo che Max, Uolter, Pierlu e il nipote di Gianni non ti hanno spiegato niente. Su con la vita, Matteo: Franza o Spagna purché se magna” .

A Sua insaputa

Massimo Gramellini

In che modo reagisce agli imprevisti una struttura provata a tutte le intemperie come la Chiesa? Lo abbiamo verificato ieri, quando una suorina del Salvador di stanza a Rieti ha vinto il premio Scajola 2014 «A Sua insaputa». Martedì notte le consorelle avevano telefonato in ospedale per denunciare i sintomi di una malattia misteriosa: la ragazza aveva il ventre attraversato da forti dolori. La visita di rito ha svelato l’enigma: gravidanza al nono mese.

E qui sono cominciate le reazioni, tutte all’insegna dello stupore. «Non è possibile, sono una suora» ha detto la suora, come se la qualifica valesse da contraccettivo. «Non potevamo immaginare una cosa simile» hanno aggiunto le consorelle, che avranno attribuito il pancione degli ultimi tempi a un’indigestione di panini imburrati. Francamente esagerata la reazione della madre superiora: «Ha fatto tutto da sola». E no, Madre: un aiutino, ancorché minimo, ci sarà pure stato, a meno di voler scomodare paragoni impegnativi. Ci si chiede piuttosto se nell’ultimo anno il presidente francese Hollande non abbia compiuto una visita di Stato a Rieti. Ma la Superiora si è superata quando ha detto: «Proprio non riesco a capire perché ci sia così tanta attenzione attorno a questa storia». Azzardiamo una risposta: perché in un mondo annoiato a morte dal ripetersi monotono delle stesse miserie, il parto della suorina conserva una freschezza che il ricordo ormai sbiadito della monaca di Monza non basta a offuscare. Come sempre è toccato a papa Bergoglio metterci una pezza: al neonato è stato dato il nome di Francesco.

La resurrezione di Lazzaro

Marco Travaglio

Per la serie “senti chi parla”, ovvero “il bue che dà del cornuto all’asino”, va in scena la pantomima della sinistra Pd che chiede a Renzi di non incontrare B. “perché è un evasore fiscale”. A parte il fatto che è molto peggio di un evasore (la condanna è per frode fiscale), il nostro ometto ha una sfilza di sentenze di prescrizione e amnistia che lo dichiarano corruttore di giudici, pagatore occulto di politici, falsificatore di bilanci, testimone mendace e così via. Eppure questi sepolcri imbiancati, pur conoscendone il curriculum penale, o forse proprio per questo, ci han fatto insieme una Bicamerale, vari inciuci su tv, giustizia e conflitto d’interessi, un governo tecnico (Monti) e un governo politico (Letta), dopo avergli servito sul piatto d’argento le teste mozzate di Prodi e Rodotà, fatto scegliere il “nuovo” presidente della Repubblica (Napolitano) e il nuovo premier (il nipote di zio Gianni) in nome della “pacificazione” dopo la “guerra civile dei 20 anni”, tentato di “riformare” con lui la giustizia e la Costituzione. Se le ultime porcate non sono andate in porto non è merito del Pd, che ci ha provato fino all’ultimo, tentando per mesi di trattenere B.. È merito (involontario, si capisce) di B., che s’è divincolato dai loro appiccicosi abbracci e li ha mollati perché non hanno mantenuto le promesse di pacificazione e, incalzati dagli elettori inferociti e dai 5Stelle, non gli hanno garantito il salvacondotto nonostante i generosi tentativi di Violante & C. Se alla sinistra Pd faceva schifo il pregiudicato, il 1° agosto – giorno della condanna – poteva cacciarlo. Invece i ministri bersaniani e dalemiani sono rimasti a pie’ fermo sulle poltrone di combattimento, del governo e della maggioranza, fino a due mesi fa quando, fuggito e decaduto il Cainano, hanno preso a fingere di non averlo mai conosciuto. E subito han digerito, senza l’ombra di un ruttino, la compagnia dei poltronisti dell’Ncd, da Alfano a Schifani, da Cicchitto a Quagliariello, da Formigoni a Lupi, da De Girolamo ad Azzollini, da Bonsignore a D’Alì, che avevano sempre difeso il condannato e continuano a difenderlo, anche perché vantano una percentuale di inquisiti da far impallidire Forza Italia. E ora questi stomaci di ghisa e queste facce di bronzo intimano a Renzi di non parlare con B. di legge elettorale e l’accusano di resuscitarlo, sfoderando una questione morale messa sotto i tacchi per vent’anni? Sentite Danilo Leva, il geniale responsabile Giustizia di Bersani che fino a due mesi fa voleva riformare la giustizia col pregiudicato: “Un conto è Forza Italia, un conto è Berlusconi condannato in via definitiva. Non vorrei una sua riabilitazione attraverso gratuiti atti simbolici”. Sentite il capogruppo bersaniano Roberto Speranza, che dirigeva alla Camera la truppa alleata di B. fino a due mesi fa: “È poco opportuno il confronto con un condannato in terzo grado”. Se questi tartufi avessero davvero a cuore la questione morale, si potrebbe almeno starli a sentire. Invece è chiarissimo quel che temono, in sintonia con l’impiccione del Colle: che Renzi trovi i numeri per cambiare la legge elettorale con una maggioranza diversa da quella di governo, mettendo ai margini i partitucoli e in crisi il Napoletta. Ma una legge elettorale decente non potrà mai nascere accontentando alfanidi, montiani e casinisti, noti frequentatori di se stessi. Per farla occorre un accordo fra il Pd e uno dei due partiti maggiori: o M5S o FI. Renzi s’è rivolto anzitutto a Grillo, che però s’è chiamato fuori, rinunciando a influenzare la riforma elettorale e rinviando tutto al web-referendum di fine febbraio, troppo tardi. A questo punto a Renzi non resta che FI, talmente mal messa da accettare qualunque diktat pur di rientrare in gioco. Se però B. tornerà in partita, la colpa andrà attribuita a chi ci ha sprofondati in questo incubo. Non l’altroieri: l’anno scorso, quando i pidini che ora gridano alla resurrezione di Lazzaro seppellirono Prodi e Rodotà e riesumarono la salma di B. dalle urne. Anzi, dall’urna.

La leghitudine

Massimo Gramellini

Il giornale della Lega additerà quotidianamente gli appuntamenti pubblici della ministra Kyenge, accusata dai pensatori fosforici del movimento di «favorire la negritudine». Probabile che si tratti di una forma di istigazione. Di sicuro ha tutta l’aria di una sciocchezza. L’ennesima. La Lega rappresenta la prova plastica di come l’assenza di cultura possa distruggere un’intuizione a suo modo geniale, quale fu trent’anni fa quella di dare voce ai ceti tartassati del Nord. In mano a una classe dirigente preparata o appena normale, l’idea avrebbe attirato le migliori energie del lavoro e dell’università per costruire un federalismo fiscale moderno. Con i Bossi, i Borghezio, gli Speroni e adesso i Salvini si è invece scelta la strada becera, antistorica e per fortuna minoritaria del razzismo secessionista. Gli attacchi a Roma ladrona si sono illanguiditi con l’aumentare dei privilegi e dei denari pubblici, in un tourbillon di mutande verdi e lauree prepagate. Sono rimasti in piedi soltanto i simboli grotteschi e i luoghi comuni. L’odio per l’euro, i terun, i negher, la diversità e la complessità di un mondo nuovo che non si lascia esplorare dalle scorciatoie del pensiero.

La scelta suicida della Lega ha favorito gli umoristi, ma non i leghisti e i settentrionali, che oggi contano meno di trent’anni fa, nonostante le loro tre regioni più grandi siano governate, si fa per dire, da esponenti di quel partito. Con la forza barbarica si potrà forse andare al potere, ma per restarci con qualche costrutto è sempre consigliabile aggiungere alla pancia un po’ di cuore, e magari anche di testa.