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Mese: agosto, 2013

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L’arma segreta

Comprensibilmente amareggiato per l’inopinata esclusione sua e di Gianni Letta dalla nuova tornata di senatori a vita, il Banano è rientrato a Roma dopo alcuni giorni di prove generali di arresti domiciliari ad Arcore. E ha subito riunito il suo stato maggiore – quello che l’avvocato Taormina chiama simpaticamente “massa di fessi” – per studiare le prossime mosse. Intanto c’è da preparare il ricorso alla Corte di Strasburgo per i diritti dell’uomo, annunciato l’altro giorno alla giunta del Senato con una lettera a sua firma che citava i “sensi dell’art. 7 della legge 4/08/1955 N. 848”. Purtroppo, come ha scoperto Marco Bresolin su La Stampa, la suddetta legge ha solo due articoli, dunque l’esistenza di un “art. 7” è altamente improbabile, anche nel diritto creativo seguito dagli onorevoli avvocati e dai principi del foro che assistono il Cainano. Con quello che li paga, potrebbero almeno evitargli certe figure barbine. E, già che ci sono, potrebbero anche spiegargli che la Corte di Strasburgo non è un quarto grado di giudizio, né il santuario di Lourdes con piscina di acqua miracolosa, dunque non è in grado di ribaltare le sentenze definitive dei tribunali nazionali: al massimo potrebbe risarcirlo per il danno inferto dai giudici ai suoi diritti umani, ma è altamente improbabile che accada. Anche perché poi l’eventuale danno dovrebbe rifonderlo lo Stato italiano: cioè la vittima delle colossali frodi fiscali oggetto della sua condanna, che lui deve restituire. L’altra mossa, ancor più geniale, sono i preparativi per la resistenza nella giunta del Senato che dovrebbe dichiarare la sua decadenza da senatore. I pareri pro veritate sono uno meglio dell’altro. Alcuni luminari prêt-à-porter sostengono che la legge Severino sulla decadenza e l’incandidabilità dei parlamentari condannati non si applica ai parlamentari condannati. Altrimenti è incostituzionale. Dunque, per essere costituzionale, dovrebbe applicarsi ai gatti randagi, alle zanzare tigre, ai pesci palla e ai ficus giganti, ovviamente solo in caso di condanna. Altri, i giureconsulti più moderati, argomentano che la legge si applica sì ai parlamentari condannati, ma soltanto se delinquono da domani in poi, quindi se va bene saranno indagati fra un paio d’anni e condannati in Cassazione intorno al 2025.
C’è poi una terza scuola di pensiero, fra i giuristi arcoriani e grazioliani: la condanna non vale perché le motivazioni della Cassazione sono state depositate “a orologeria”, con una “fretta sospetta” (i giudici si erano dati un mese di tempo dopo la lettura del dispositivo il 1° agosto, e le hanno depositate il giorno 29, con ben 24 ore di anticipo). Oppure perché sono “motivazioni deludenti” (parola di Coppi, che in teoria sarebbe pagato per far assolvere il cliente, non per esprimere delusione dopo la condanna). Pare invece minoritaria la corrente giuridica sallustiana, dal nome del direttore de il Giornale impegnato da un mese a dimostrare che il giudice Antonio Esposito è un poco di buono perché gli sta antipatico B., dunque B. è innocente. Il fatto che anche gli altri quattro giudici – Franco, D’Isa, Aprile e De Marzo – abbiano firmato la sentenza ha un po’ indebolito la linea Zio Tibia. Il quale però non si dà per vinto e ha subito sguinzagliato i suoi segugi alle calcagna dei quattro malfattori, a caccia di scoop su vita privata, calzini, mutande, hobby, letture, pasti, merende, cani, gatti, pappagalli, cocorite e altri animali domestici. Dopo la decisiva testimonianza di Franco Nero sulle cene di Esposito, si preparano i pareri pro veritate di Maurizio Merli, Giuliano Gemma, Terence Hill e Bud Spencer. Ma l’ultima arma segreta del Banano, a testimonianza della sua prodigiosa lucidità, è Marco Pannella. Quando Craxi, inseguito da procure e tribunali di mezza Italia, gli chiese un consiglio nel ’93, il leader radicale suggerì astutamente di farsi arrestare. Se non ha cambiato idea, allora B. è in buone mani. Meno male che c’è Violante, noto participio presente di ciò che fa e dice. (Marco Travaglio)

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Nei secoli infedele

MASSIMO GRAMELLINI

Basta parlare di Berlusconi. Parliamo di due icone dell’Italia nel mondo: Monica Bellucci e Scilipoti. Bellucci si è separata da Vincent Cassel dopo quattordici anni di coppia aperta e invidiata. Scilipoti, molto più inquieto o forse solo più corteggiato, in caso di caduta del governo delle poche pretese già minaccia di porre fine al matrimonio-lampo con il munifico Silvio per accomodarsi responsabilmente all’ombra di Enrico Letta. Sono tempi convulsi, in cui la tenuta della passione è sottoposta a pressioni feroci. Era facile giurare fedeltà eterna al re o al coniuge quando, tra guerre e pestilenze, la vita media sfiorava i trent’anni. Oggi, grazie ai progressi della medicina e agli eccessi della Santanché, un monogamo in buona fede corre il rischio di dover sopportare lo stesso partner o lo stesso leader fino alla centesima edizione di Porta a Porta.

Così l’amore si adegua, la fedeltà si trasforma. Bellucci ha fatto sapere che nonostante la separazione dal marito rimarrà legata alla famiglia. Scilipoti alla poltrona.

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Rea Silvia

Da tre settimane le gazzette s’interrogano ansiose e lacrimanti su che cosa faccia tutto il giorno il noto delinquente barricato nel bunker di Arcore. Noi, grazie alle nostre aderenze nel suo entourage, siamo in grado di svelare l’arcano. Non è vero, come insinua la stampa comunista, che l’illustre pregiudicato passi il tempo a picchiare la testa contro il palo della lap dance rimpiangendo i bei tempi andati e rimuginando sulle possibili vie di fuga. Anche le convocazioni dei giuristi di corte (celebre il sequestro dell’avvocato Coppi, prelevato da una spiaggia di San Benedetto del Tronto e caricato a forza su un elicottero destinazione Brianza) per compulsare le varie opzioni finalizzate all’agibilità politica – amnistia, indulto, grazia, commutazione della pena, domiciliari, servizi sociali, ripristinare l’immunità retroattiva, impugnare la legge Severino alla Consulta perché retroattiva, riscrivere la legge Severino, fottersene della legge Severino, rinviare sine die il voto in giunta, revisione della sentenza di Cassazione, quarto grado di giudizio alla Corte di Strasburgo, dossierare Esposito, ricattare Napolitano, rammentare a Enrico Letta il suo albero genealogico, chiamare D’Alema, provare con Violante, fuggire all’estero, appellarsi con videomessaggio alla Nazione, tenere un discorso in Senato come Craxi alla Camera, bombardare il Senato, richiamare gli amici di Palermo, lima nella torta, lenzuolo annodato, suicidio – sono soltanto fumo negli occhi. Ben altra è la strategia vincente, che richiede però massima discrezione e lunga preparazione. Non a caso i fedelissimi – come riassume l’Espresso – sono impegnati da giorni a paragonare B. ai grandi condannati e/o detenuti della storia: “Mandela” (copyright Minzolini), “D’Artagnan” (Quagliariello), “Yulia Tymoshenko” (Santanchè), “Pasolini” (Sgarbi), “Pertini” (Barani), “Juan Domingo Peròn, Kakuei Tanaka, Thaksin Shinawatra, Nelson Mandela, Yulia Tymoshenko, Aung San Suu Kyi” (Libero), “Aldo Moro” (Rotondi), “Dante Alighieri, Silvio Pellico, Enzo Tortora, Alfred Dreyfuss, Giovannino Guareschi” (Il Giornale), “Gandhi, Tymoshenko, Mandela, Erdogan, Havel, Giulio Cesare, i partigiani” (L’Esercito di Silvio), “Socrate” (Susy De Martini), “Galileo Galilei” (riBarani), “Che Guevara” (Amicone), “Adriano Sofri” (Italia Oggi), “Valentino Rossi” (Lara Comi), “Gramsci” (Paolo Guzzanti), “unico Dio” (Antonio Razzi), “Gesù Cristo” (ri-Rotondi e Alfano). Le inutili e pretestuose ironie che hanno accompagnato gli illustri accostamenti non ne colgono la portata strategica, anche se qualche perplessità avrebbero suscitato nel Cainano gli apparentamenti col partigiano rosso sangue Francesco Moranino, condannato per 7 omicidi e poi graziato da Saragat, e con i criminali nazifascisti e ciellenisti amnistiati da Togliatti, evocati rispettivamente dal senatore Lucio Malan e dal ministro Mario Mauro. Ma ormai la strada è segnata, gli indugi sono rotti, il dado è tratto. I bene informati lo chiamano Lodo Arsenio Lupin, dal nome del celebre perseguitato politico che, per conservare l’agibilità, cioè per non finire in galera, ricorreva a mirabolanti e riuscitissimi travestimenti. Ecco spiegati tutti quei parallelismi storici. Dal 1 agosto, giorno dell’infausta condanna, il Cainano è in sala trucco e parrucco per studiare il camuffamento migliore, onde poter continuare a circolare a piede libero in Parlamento, fischiettando senza farsi notare. Scartato Pellico, che si chiamava Silvio ma finì pur sempre ai Piombi e allo Spielberg, dunque porta sfiga; escluso Tortora (che fra l’altro rinunciò all’immunità per andare in carcere), per eccesso di pappagalli nella voliera di Arcore; impossibile Mandela, per insufficienza di fard; inaccettabile Gramsci (dicono che fosse comunista); sconveniente Pasolini (pare che fosse frocio); improbabili Socrate, Dante e Galileo (troppo intellettuali per non essere di sinistra); da evitare pure il Che (troppo alto), Gandhi (troppo magro), la Tymoshenko (troppo pallida) e Dreyfuss (Gasparri non sa chi sia); sconsigliabili Dio e Gesù Cristo, per concorrenza sleale; si starebbe optando per un travestimento da Bradley Manning, il giovane soldato americano appena condannato a 35 anni di galera perché passava segreti a Wikileaks e ora punta alla grazia attribuendo le sue spiate alle turbe dovute alla sua natura femminile imprigionata nel corpo di un maschio, per giunta in uniforme militare.
Già scelta la parrucca da bella brunetta (con quella bionda lo scambierebbero tutti per Marina, con quella rossa per Giuliano Ferrara) per il decisivo coming out a reti unificate: “Ebbene sì, sono sempre stato donna: ma tutti mi dipingevano come un maschio, anzi come un macho. Per questo frodavo il fisco: per dimenticare. Chiamatemi Silvia”. Seguiranno terapia ormonale e intervento chirurgico a Casablanca, 1689 km da Hammamet. (Marco Travaglio)

Punto e non a capo

MASSIMO GRAMELLINI

Se anche gli avvocati lo convincessero a seguire la strategia adottata dal soldato-talpa Manning – chiedere la grazia dopo un cambio di sesso – o se una fata Toghina particolarmente misericordiosa facesse sparire condanna e pene accessorie con un colpo di bacchetta magica, il nodo scorsoio a cui si è impiccata la vita pubblica italiana non si scioglierebbe comunque. Una cucciolata di processi schiumanti aspettano al varco, dalle cene eleganti alla compravendita dei parlamentari.

Qualsiasi partito al mondo, persino nelle nazioni dove di partito ce n’è uno solo, riunirebbe i propri vertici per costringere il leader a farsi da parte. Capitò nella Dc di Forlani e nel Psi di Craxi, di cui Forza Italia si considera erede, ma succederebbe anche nella Dc tedesca e fra i conservatori inglesi, francesi, svedesi, neozelandesi. Qui invece no, perché il leader non è un capo ma un proprietario e i dirigenti sono in realtà dei dipendenti. Manca un Dino Grandi in grado di dirgli la banale verità: che il suo tempo in politica è finito. Che ha perso la partita e a batterlo non è stata la magistratura e tantomeno quei molluschi litigiosi del vecchio Pd, ma il fallimento delle sue promesse di panna montata: l’incapacità di fare riforme liberali, di ridurre le tasse, di tagliare la spesa, di snellire la giustizia contro cui si è limitato a inveire per tornaconto personale. In vent’anni l’uomo del popolo ha dimezzato i consensi elettorali. Ecco un’ottima ragione, in un partito normale, per indurlo a uscire di scena, salvando il centrodestra, il governo e anche l’Italia, che non ne può più.

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Stupiti & Stupidi

A leggere la stampa e a sentire i tg, si direbbe che il sentimento dominante di gran parte dei politici e giornalisti sia lo stupore. Nessuno s’aspettava che B., un uomo che vive nell’illegalità fin dalla più tenera età, fosse condannato. Eppure, senza le sue leggi vergogna, lo sarebbe stato già diversi anni fa, quando fra l’altro aveva l’età per finire in galera. Il più stupito per la condanna di B. è B.: dopo sette prescrizioni, due reati amnistiati, tre delitti cancellati dalla sua depenalizzazione del falso in bilancio, due insufficienze di prove, 40 leggi ad (suam) personam e un indulto, senza contare i processi che non subì prima di entrare in politica perché corrompeva i giudici e la Guardia di finanza affinché chiudessero gli occhi sui suoi crimini, non riesce proprio a capacitarsi che i giudici siano riusciti a condannarlo una volta: infatti se ne sta asserragliato nella villa di Arcore, senza parole e senz’altre vie d’uscita che gli appelli a chi l’ha sempre salvato (Napolitano e il Pd). I dirigenti del Pdl che, conoscendolo da almeno vent’anni, sanno benissimo chi è, sono altrettanto stupiti che un delinquente del genere sia stato condannato: non se l’aspettavano, tant’è che otto mesi fa votarono e usarono in campagna elettorale la legge Severino che dichiara decaduti e ineleggibili i condannati, e fino a un mese fa ripetevano che la sentenza Mediaset non avrebbe avuto ripercussioni sul governo: la condanna di un colpevole non l’avevano proprio messa in conto. Anche Napolitano è stupito: tant’è che solo quattro mesi fa legò indissolubilmente la sua rielezione alla nascita di un governo di larghe intese fondato sull’alleanza fra il Pd e il partito di un signore già condannato a 4 anni in appello e in attesa della Cassazione di lì a pochi mesi.

Ed è stupito pure il Pd: infatti ad aprile fulminò Prodi e scartò Rodotà, cioè gli unici presidenti che avrebbero agevolato un governo coi 5 Stelle e non con B.; poi riconfermò Napolitano, cioè il candidato di B. al quale fece pure scegliere il premier del governissimo, il nipote di Gianni Letta: insomma si consegnò spensieratamente mani e piedi a un tipo condannato in appello per frode fiscale e in primo grado per la telefonata di Fassino, imputato in primo grado per il caso Ruby e indagato a Napoli per aver comprato senatori per rovesciare il governo Prodi. E ora si meraviglia non solo perché uno dei suoi processi è finito in condanna. Ma anche e soprattutto perché B. pretende il salvacondotto come premio di fedeltà al governo. Ma davvero Napolitano e il Pd pensavano che B. sostenesse il governo Letta per senso delle istituzioni, per spirito di sacrificio, per risolvere i problemi del Paese, per garantire agli italiani un futuro migliore e non per farsi, come sempre, i cazzi suoi? Siccome non c’è limite allo stupore, nel Pd è tutto un pigolare inviti ed esortazioni al Pdl perché si trasformi da partito padronale in forza democratica, abbandoni il capo al suo destino e lo rimpiazzi non si sa bene con chi. Naturalmente molti di questi stupori sono finti. B. & C. sapevano benissimo che uno dei processi poteva finire male per lui. Infatti sono entrati al governo per ricattarlo in cambio dell’impunità al capo. Anche Napolitano, che è tutto fuorché fesso, era ben conscio che poteva finire così: ma ha accettato cinicamente la situazione per restare sul Colle, magari nella segreta speranza che i giudici si lasciassero intimidire dai suoi moniti e salvassero un’altra volta il puzzone (il presidente Esposito e gli altri giudici che hanno optato per la condanna hanno avuto un coraggio da leoni, infatti ne stanno pagando il fio). Il solo stupore che potrebbe essere tragicamente autentico è quello di certi dirigenti del Pd (esclusi i ricattati e i comprati): a furia di leggere sul Corriere e sugli altri house organ dell’inciucio che B. non è poi così brutto come lo si dipinge, che i suoi processi sono frutto non dei suoi reati ma della guerra civile, che bisogna pacificarsi con lui e altre menate da magliari, hanno finito col crederci. Più che stupiti, sono stupidi. (Marco Travaglio)