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Mese: giugno, 2013

Il padre prostituente

Se tutto va male, a fine luglio la maggioranza indecente che sgoverna l’Italia imporrà a tappe forzate la modifica dei regolamenti parlamentari per aggirare l’articolo 138 della Costituzione e appaltare in esclusiva a un ristretto club di 20 deputati e 20 senatori del Pd, del Pdl e di Scelta civica (nessuno di M5S e Sel, cioè dell’opposizione) la riforma della Costituzione che poi il Parlamento non potrà neppure emendare, ma solo approvare o respingere – dunque approvare – alla svelta, senza neppure rispettare gli intervalli temporali previsti dalla Carta. È un golpe legalizzato che i cittadini potranno respingere solo votando No al referendum confermativo, ma occorrerà una grande mobilitazione perché tutti i partiti faranno campagna per il Sì, a parte Grillo e Vendola. Se Pd, Pdl e Scelta civica, alle elezioni di febbraio, avessero avuto i voti per cambiare la Costituzione, se ne potrebbe anche discutere. Invece nessuno di loro ne parlò, dunque nessun elettore li ha votati per quello. L’unica riforma istituzionale che riempiva le bocche dei leader era quella elettorale. Tutti giuravano “mai più Porcellum” e questa fu anche la prima scusa con cui la Trimurti giustificò l’inciucio del governo Letta: fare in fretta le cose più urgenti, legge elettorale ed economia, e tornare alle urne. Invece, quanto alla prima, siccome B. non la vuole, l’hanno prontamente accantonata. Quanto all’economia, le uniche decisioni assunte dal governo più rissoso e inconcludente della storia, sono i rinvii. Rinviata l’Imu, rinviato l’aumento dell’Iva, rinviati gli F-35. La stampa di regime, impermeabile anche al senso del ridicolo, titola ogni giorno su mirabolanti “accordi” per “rinviare” questo o quello. Ma un accordo per rinviare è un ossimoro: gli accordi si fanno sulle soluzioni dei problemi, non sul loro rinvio a data da destinarsi. I comuni denominatori che tengono insieme la Trimurti sono altri due: la paura di votare e l’allergia per la Costituzione. Che infatti si accingono a cambiare, concentrando tutti i poteri sull’esecutivo e smantellando i controlli del legislativo e del giudiziario. I titoli IV e VI della Costituzione, Magistratura e Corte costituzionale, erano stati esclusi dalla legge istitutiva del comitato dei 40. Ma l’altro giorno, dopo le sentenze della Consulta sul legittimo impedimento e del Tribunale di Milano sul caso Ruby, il Pdl ha tentato di infilarceli con un emendamento. Il Pd è insorto, parlando addirittura di “pirateria”, ma era tutta una finta: è bastato che B. minacciasse di scassare tutto perché ieri Lady Inciucio, al secolo Anna Finocchiaro, cedesse su tutta la linea ammettendo sul Corriere che “il problema del coordinamento tecnico con gli articoli del titolo IV e del titolo VI della Costituzione esiste e va affrontato”. Come? Con un emendamento da “formulare insieme”. Del resto il vero padrone del governo, l’unico che potrebbe farlo cadere dall’oggi al domani (e naturalmente lo tiene in piedi per ricattarlo in vista dell’amnistia) e cioè B., fa sapere che “se c’è un settore che ha assolutamente bisogno di una riforma è quello della giustizia”. È vero che il ministro delle Riforme Quagliariello dice il contrario. Ma, fra il fattorino e il titolare della ditta, tutti sanno chi comanda. Si ripete così pari pari il copione della Bicamerale: nella legge istitutiva presentata nel ’96, il capitolo Magistratura era escluso. Poi B. ordinò di inserirlo, minacciò di scassare tutto e D’Alema si calò prontamente le brache. Tant’è che in Bicamerale si parlò quasi solo di quello. Poi, siccome in due anni di lavori non veniva fuori l’amnistia, nel ’98 B. fece saltare il tavolo. Anche perché allora al Quirinale c’era Oscar Luigi Scalfaro, che si batté come un leone contro gli inciuci anti-toghe. Ora invece c’è Napolitano, che li patrocina da tempo immemorabile. E riceve al Quirinale il fresco condannato a 12 anni per frode fiscale, rivelazione di segreti, concussione e prostituzione minorile: il padre prostituente. (Marco Travaglio)

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Sforzarsi (vent’anni dopo) Forza alziamoci, il futuro è aperto, entriamoci, e le tue mani unite alle mie, energie per sentirci più grandi – grandi… Forza Italia mia, che siamo in tanti a crederci, nella tua storia un’altra storia c’è, la scriveremo noi con te… E Forza Italia, per essere liberi, e Forza Italia, per fare […]

Io Ruby, tu Idem

La ministra Idem si è dimessa: non sopportava di restare in un governo sostenuto da Berlusconi. A parte gli scherzi, fino a pochi anni fa una doppia mazzata come quella di ieri avrebbe creato sconquassi umorali nel Paese. Il politico italiano più conosciuto nel mondo condannato a sette anni e interdetto dai pubblici uffici per reati odiosissimi.

Una ministra della Repubblica costretta ad andarsene a casa (pardon, in palestra) per avere evaso le imposte sugli immobili. E invece, se si escludono i giornalisti, i politici e le tifoserie strette, l’impressione è che ormai questi eventi scivolino addosso agli italiani senza lasciare altra impronta che un sospiro di fastidio misto ad assuefazione. L’assillo economico ha scompaginato le priorità, persino quelle dell’ira. Chi non dorme la notte per un mutuo da pagare o un figlio da occupare non riesce a eccitarsi per delle partite di giustizia e potere che si dipanano in un altrove da cui non pensa di poter trarre benefici concreti.

Le crisi economiche spolpano la democrazia perché riducono drasticamente l’interesse dei cittadini per la cosa pubblica. Il vero confine, oggi, non è più fra chi sta con i magistrati e chi no, ma fra chi crede ancora nel futuro e chi no. Per rimanere in ambito femminile, Ruby e Idem turbano i sonni degli italiani molto meno di Iva. Esiste solo una donna che potrebbe svegliarci da questo incubo e si chiama Speranza. Ma per ora rimane lì, muta. In attesa che la politica posi i codici dei penalisti e le calcolatrici degli economisti per darle finalmente la parola. (Massimo Gramellini)

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Il mondo si dimenticherà di me, le mie invenzioni non mi sopravvivranno. Così diceva Steve Jobs in un video inedito del 1994 che da ieri ronza su telefonini e computer di mezzo mondo, in buona parte ideati da lui. Jobs aveva dunque torto a sottostimarsi. Ma non sarebbe mai diventato Jobs se non avesse avuto […]

Chiagne e fotte

I giornali, come già i tg e i talk show, stanno rapidamente rimpiazzando gli ansiolitici (con quel che costano in tempi di crisi). Da quando c’è il governo Letta (subentrato al governo Monti che notoriamente salvò l’Italia dal governo Berlusconi, peraltro apprezzatissimo perché ristoranti e aerei erano pieni e i bordelli addirittura in overbooking), tutto va bene. Viviamo nel migliore dei mondi possibili col migliore dei governi possibili. Lo certificano all’unisono i giornali di destra, centro e sinistra con titoli rassicuranti che, opportunamente anticipati nelle rassegne stampa serali, danno la buonanotte agl’italiani come le fiabe per bambini. C’è, è vero, qualche incidente di percorso, tipo una ministra che pare abbia evaso le tasse, ma naturalmente a sua insaputa. Son cose che capitano nelle migliori palestre, infatti il Premier Nipote si fida della parola di Josefa Idem, che a sua volta s’è fidata della parola del commercialista, che a sua volta era magari un po’ distratto. Ma non vorremo mica farla dimettere per così poco: e quando ci ricapita una canoista alle Pari opportunità? Sopravvivono anche alcuni disturbatori della quiete pubblica, tipo i grillini, che si permettono financo di fare opposizione, come se non fosse abbastanza chiaro che il Parlamento è stato abolito con Regio Decreto Luogotenenziale. A sistemarli provvede l’Unità, con titoli come “Grillo contro i terremotati. L’ostruzionismo alla Camera mette a rischio il decreto. Governo costretto alla mozione di fiducia”. Bei tempi quando B. governava a colpi di decreti e fiducie, e il Pd e l’Unità insorgevano contro la destraccia che strozzava il dibattito parlamentare e silenziava l’opposizione. Ora se, puta caso, i 5Stelle chiedono di dare più soldi ai terremotati levandoli al Tav, al Terzo Valico e agli F-35, dopo aver devoluto ai terremotati 350 mila euro di donazioni elettorali avanzate, il titolo è “Grillo contro i terremotati”. Dovere di cronaca. Per il resto, l’ordine regna a Roma. Nessun sommovimento neppure dalle sentenze su B.
E la libera stampa festeggia. Restano da sincronizzare alcuni titolisti, tipo quelli de La Stampa: pag. 1 “Letta: il governo non rischia”, pag. 2 “Letta ottimista: ‘Il governo durerà’”, pag. 3 “Berlusconi pronto a far saltare le larghe intese”, “La strategia della calma voluta da Napolitano”. Non è meravigliosa la strategia della calma? Lo Statista di Milanello si limita a dire che i pm “vogliono eliminarmi” e Napolitano è il solito ”comunista che viola i patti”, senza mandargli subito uno stalliere. Dunque per Massimo Franco, editorialista emolliente del Corriere, è una “reazione apprezzabile: se non altro perché, pur ripetendo le accuse alla magistratura di volerlo eliminare dalla vita politica, garantisce che non verrà meno il sostegno al governo Letta… Un gesto di responsabilità”. Purtroppo la Consulta perpetua il “conflitto tra i giudici e l’ex premier” (ecco: evadere ed essere beccati configura un conflitto fra l’evasore e il fisco). Ma il No a B. smentisce “l’equivoco di una maggioranza fondata anche sulla pax giudiziaria”. È commovente la creduloneria dei pompieri, che in vent’anni non hanno capito nulla del modus operandi del Cainano: il chiagni e fotti. O, se l’han capito, lo mascherano bene. B. che tiene in piedi il governo non smentisce, ma anzi conferma che gli hanno garantito l’impunità. Sapeva benissimo che la Corte non poteva dichiarare legittimo un impedimento illegittimo. Ma ha drammatizzato una sentenza scontata per poter incassare, dopo, gli elogi per la sua condotta di statista. E per acquisire altri crediti da incassare nella vera partita: in Cassazione. Il presidente, vecchio amico di Previti, potrebbe affidare il processo Mediaset alle sezioni unite, con tempi più lunghi (e la prescrizione scade l’estate prossima). A meno che, complice qualche spontanea rivolta nelle carceri, non arrivi una bella amnistia. Estesa, ça va sans dire, ai reati fiscali e alle pene accessorie. Scommettiamo? (Marco Travaglio)

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L’Uomo Albero

Alle sei della sera il coreografo e ballerino Erdem Gunduz è arrivato in piazza Taksim a Istanbul, si è fermato davanti al ritratto del padre della Turchia laica Atatürk ed è rimasto lì. Immobile e muto come un albero. La sua scelta silenziosa ha fatto un rumore pazzesco. Prima di mezzanotte intorno all’Uomo Albero era cresciuta una foresta. Giovani, adulti, vecchi, bambini: tutti immobili e muti, le braccia rilasciate lungo i fianchi ma lo sguardo alto, persino fiero, a testimoniare una resistenza che rifuggiva la violenza, anche quella verbale.

I poliziotti del governo sembravano spiazzati. Li avevano addestrati a combattere proteste fatte di urla e di pietre. Si ritrovavano in mezzo a una foresta di corpi silenziosi. Ma come si disperde una foresta, se non dandole fuoco? Quale reato commette chi si blocca in mezzo a una piazza, davanti a un ritratto, e rimane lì, immobile e muto come un albero? Qualche albero è stato preso e portato via con l’accusa di intralcio del traffico e adunata sediziosa. Ma altri ne spuntavano da ogni angolo, rispondendo al richiamo dell’emulazione che attraversava la città. Arrivavano in piazza di corsa e lì sì bloccavano. Immobili e muti. Quel silenzio diceva cose molto più grandi di quante ne possa contenere qualsiasi parola. E rendeva improvvisamente vecchio il rito stanco e sterile degli slogan ritmati, dell’indignazione a comando, della rabbia che attira solo altra rabbia. Finché, intorno a mezzanotte, a Erdem Gunduz è scappata la pipì. La natura vince sempre. La prossima notte tornerà in piazza, con Erdem e i suoi amici, immobili e muti: un ottimo modo, forse l’unico, per andare lontano e farsi sentire. (Massimo Gramellini)

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