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Mese: marzo, 2013

Harakiri?

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La parabola di Bersani. Da Palazzo “Pigi” alla missione fallita

ROMA – Si può essere ex di qualcosa che non si è mai stati? Per quanto possa sembrare paradossale, è questa la crudele sorte che il precipitare della situazione politica pare aver riservato a Pierluigi Bersani. Nel giro di meno di un mese il segretario del Pd è passato dallo status di presidente del Consiglio in pectore a quello di “ex premier incaricato”.

Fatta la tara degli insulti di Beppe Grillo, infierire nei confronti di una figura politica alla quale solo una esigua minoranza di incalliti nemici nega quanto meno la patente di persona seria e perbene è quanto mai crudele. Di certo la parabola del 62enne di Bettola, piccolo comune delle colline piacentine, si presta ad essere raccontata con una certa dose di feroce sarcasmo. Tanto più feroce se si riconoscono a Bersani quanto meno le doti di autoironia e sobrietà. Se qualche mese fa negli ambienti del Pd Palazzo Chigi era già stato scherzosamente ribattezzato “Palazzo Pigi”, la colpa non è certo della tracotanza di Pierluigi, ma piuttosto dell’incapacità sua e del suo entourage di saper capire gli umori del Paese. Ma tant’è, il risultato non cambia, e alla fine consegna il leader del Pd (ma fino a quando?) alla galleria dei grandi trombati della storia.

A rileggerle con il senno di poi le sue surreali metafore sono forse la più impietosa delle condanne. Talmente surreali e autocompiaciute che alla fine è persino difficile distinguere tra quelle autentiche e quelle apocrife confezionate da quel genio della satira che è Maurizio Crozza. Siamo mica qui a pettinar le bambole, ad esempio, è farina del sacco di Bersani o del comico genovese? Di certo è di Bersani la battuta più ridicola e tafazziana alla luce del risultato elettorale, quel voler “smacchiare il giaguaro” che a un certo punto della campagna elettorale sembrava essere diventato “il punto unico” di un programma di governo che ha poi cercato in fretta e furia di ampliare fino a otto.

Del resto se da tecnico, alla guida del ministero dello Sviluppo, Bersani aveva riscosso consensi ampi grazie a provvedimenti innovativi e genuinamente popolari come la portabilità dei mutui o l’obbligo per le compagnie di assicurazione di spedire a casa l’attestato di rischio, da leader nazionale il segretario è arrivato alla sfida per Palazzo Chigi con un ricco bagaglio di sconfitte. Negli anni della sua segreteria, iniziata nell’ottobre del 2009 all’indomani della sconfitta di Walter Veltroni alle politiche, le ironie si erano concentrate in particolare su quella specie di “tocco di Mida” alla rovescia di cui sembrava dotato in occasione delle primarie per le amministrative. Da Milano a Palermo, da Genova a Napoli, i candidati per i quali ha fatto endorsement sono risultati inevitabilmente o perdenti (aprendo la strada alla vittoria del centrosinistra) o vincenti, ma destinati a essere sconfitti alle elezioni vere e proprie.

Una qualità non esattamente di buon auspicio in vista della partita più importante per il governo nazionale, ma che il successo delle primarie sembrava aver fatto dimenticare. Il successo nella gara tutta interna al centrosinistra e la sua capacità di riportare un po’ di ordine e di unità in un partito che sino a quel momento aveva conosciuto soprattutto risse, divisioni e litigi aveva illuso molti sulle sue capacità di leadership.

Evidentemente navigare in mare aperto verso orizzonti lontani è diverso dal dover manovrare tra scogli, secche e insidie varie. Ora che i sorrisi e le braccia alzate per la vittoria su Matteo Renzi sembrano un ricordo tanto lontano quanto crudele, il rischio è che il segretario che voleva arrivare a Palazzo Chigi “con il passo lento dell’alpino” debba tornare a Bettola con quello veloce del bersagliere. (di V.G.)

Buona Pasqua Italia

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Ritrovarsi

Vergogna

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Il casaleggio delle libertà

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Le nuove generazioni sono senza padri, sono figlie di NN, dal latino “Nomen nescio : nome non conosco”. Sulle loro carte di identità, sui loro documenti di lavoro, nei libretti universitari alla voce “figlio di” risulta la sigla NN, figlio di nessuno, figlio della colpa, figlio di padre ignoto, figlio di vecchi puttanieri che si sono giocati ogni possibile lascito testamentario indebitando gli eredi. Non ci sono però responsabili conclamati della miseria, della mancanza di un futuro, di una qualunque prospettiva a cui sono stati condannati questi ragazzi. Nessuno ammette responsabilità di sorta. E’ opera del destino cinico e baro, dello Spirito Santo, della moderna divinità chiamata mercato che si manifesta all’improvviso come un nume iroso che chiede sacrifici umani. Lo sfascio ha origini soprannaturali, non è causa dei dilettanti, cialtroni, delinquenti che hanno smontato con determinazione e scientificità lo Stato italiano negli ultimi vent’anni. Quei padri che rifiutano ogni addebito del disastro nazionale, che percepiscono però vitalizi e doppie pensioni, gente canuta che non ha mai avuto il problema della disoccupazione e del pane quotidiano, è ancora qui, ancora a spiegarci come e perché siano le nuove generazioni, i choosy, i bamboccioni, i veri colpevoli. A raccontarci la favola che affidandosi a loro, alla loro esperienza e capacità e senso dello Stato, si cambierà il Paese. Questo dicono i Padri Puttanieri, quelli che hanno sulle spalle la più grande rapina ai danni delle giovani generazioni. Questi padri che chiagnono e fottono sono i Bersani, i D’Alema, i Berlusconi, i Cicchitto, i Monti che ci prendono allegramente per il culo ogni giorno con i loro appelli quotidiani per la governabilità. Hanno governato a turno per vent’anni, hanno curato i loro interessi, smembrato il tessuto industriale, tagliato lo Stato sociale, distrutto l’innovazione e la ricerca. Pdl e pdmenoelle sono vent’anni che ci prendono per il culo e non hanno ancora il pudore di togliersi in modo spontaneo dai coglioni dopo Penati, Tedesco, Dell’Utri, Cuffaro, Monte Paschi di Siena, dopo il Lodo Alfano, lo Scudo Fiscale e cento leggi abominio. Vent’anni senza riuscire a produrre una legge contro la corruzione e contro il conflitto di interessi, vent’anni per trasformare la legge elettorale in una caricatura anticostituzionale, senza mai trovare il tempo (ah, il tempo…) per cambiarla. I figli di NN vi manderanno a casa, in un modo o nell’altro, il tempo è dalla loro parte. Hanno ricevuto da voi solo promesse e sberleffi, non hanno nulla da perdere, non hanno un lavoro, né una casa, non avranno mai una pensione e non possono neppure immaginare di farsi una famiglia. Vi restituiranno tutto con gli interessi. (Dal blog di Beppe Grillo)

Troie in Parlamento? Ma quando mai….

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La casa di vetro

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Basta con la vecchia politica dei segreti e degli inciuci. Oggi i parlamentari di Grillo diranno vaffa a Bersani in streaming. Una telecamera inquadrerà lo storico evento e chiunque transiti nelle vicinanze di un computer potrà godersi l’incontro fra il presidente incaricato e la delegazione Cinquestelle. Tutto si svolgerà in una casa di vetro. Bersani farà le sue proposte, i parlamentari di Grillo le loro, si converrà che non c’è trippa per giaguari e ci si saluterà cordialmente, dandosi appuntamento alla prossima occasione. Questa è la democrazia che ci piace. O no?

Mio padre fu per tutta la vita amministratore di condominio. Dopo averne moderate più di un migliaio, giunse a teorizzare che la migliore assemblea, quella veramente produttiva di risultati, comporta sempre due tempi. Nel primo i condomini si rinfacciano incomprensioni e malumori, nel secondo gettano ponti e abbozzano compromessi: io cedo sul riscaldamento centralizzato, però tu mi concedi il lavatoio accanto al terrazzo condominiale. Ma, diceva, sarebbe impossibile giungere a questa suprema armonia delle dissonanze se i protagonisti si dovessero occupare delle forme. Se cioè agissero con la consapevolezza di essere visti e giudicati dall’esterno. Sapersi osservati induce a compiere uno sforzo di autocontrollo che sconfina nella finzione. Poiché l’orgoglio ti impone di mostrarti duro e puro agli occhi del mondo, perdi intelligenza, capacità di ascolto, elasticità. Almeno finché la telecamera rimane accesa, come dimostrano i pollai televisivi. Poi per fortuna il collegamento in streaming finisce, la casa di vetro abbassa le persiane e si comincia, orrore, a fare politica. (Massimo Gramellini)

Nightmare

Con un poco di zucchero

Stazione di Brescia, treno fermo da un’ora. L’altoparlante interno irradia scuse per il ritardo «dovuto all’investimento di una persona». Qualche passeggero si scruta le tasche del cuore alla ricerca di scampoli di pietà, ma è interrotto dal prorompere stentoreo di una signora: «Non poteva buttarsi sotto un altro treno?» Lo ripete tre, quattro, cinque volte. Chiudo gli occhi per resistere alla tentazione di buttare di sotto lei e mi appare un’immagine di dieci anni prima, quando durante la discesa nella piramide di Cheope fui colto da un malore.

Mi appoggiai a una parete dell’orrido budello, reprimendo il desiderio di vomitare. Venni scavalcato da una comitiva di tedeschi, che non mi degnò di uno sguardo, e da una di francesi, che mi rivolse smorfie schifate, come se fosse inciampata nei detriti di un debosciato. Poi sentii una voce: «Ehi mister? Mister… ahò!» Alzai gli occhi e nell’oscurità del budello inquadrai la sagoma di un ragazzino con le braccia tatuate e la maglia numero 10 di Totti. Non poteva sapere di che nazionalità fossi: indossavo un capellino da baseball e un giubbotto pieno di scritte in inglese. Ero semplicemente un essere umano. «You are ok?» si informò. Rantolai qualcosa e allora lui cercò la risposta nelle saccocce dei suoi jeans. Estrasse una bustina di zucchero da bar, sudaticcia e spiegazzata, e me la porse.

In qualche modo riemersi alla luce, ma quella bustina giace tuttora in un cassetto della mia scrivania. Ogni volta che penso a quanto siamo diventati cupi e rabbiosi, apro il cassetto e mi dico che ho torto. Che anche sotto l’egoismo amaro dei disperati giace uno strato di zucchero. Basta scavare. (Massimo Gramellini)

Sono questi i migliori che abbiamo?

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