United Dolors

MARCO TRAVAGLIO

Ora che, con soli due giorni di ritardo, giornali e tg hanno finalmente scoperto il nome del concessionario delle Autostrade – Benetton ovviamente per difenderlo dalle proditorie calunnie per il ponte autostradale crollato a Genova, e la casata trevigiana s’è prontamente ricordata dopo appena 48 ore di “esprimere profondo cordoglio alle famiglie delle vittime e la propria vicinanza ai feriti nel tragico crollo” senza neppure attendere i funerali, dobbiamo confessare il sentimento di ammirazione mista a invidia che abbiamo sempre nutrito per Luciano, Gilberto & F.lli, noti imprenditori a pelo lungo passati dal tosare le pecore al tosare gli italiani. Dei loro trionfi imprenditoriali, fin da quando trasformavano gli ovini in maglioni, o usavano bimbi bianchi, gialli e neri per ridurre il razzismo e incrementare il fatturato, o si davano alla Formula 1 regalandoci Briatore, capivamo poco. Ciò che ci lasciava senza fiato erano le loro chiome, soggette a un singolare processo di stagionatura e cromatura. Sulle copertine dei rotocalchi per parrucchieri, che li ritraevano in posa in magioni principesche, sempre molto sorridenti, in smoking, le mani sinistre nelle tasche delle giacche, circondati di marmocchi ma soprattutto cani e gatti (anch’essi a pelo lungo), le loro zazzere non incanutivano con l’età, come per noi comuni mortali: passavano direttamente dal castano all’azzurro metallizzato, per un inspiegabile fenomeno di cui, sempreché si tratti davvero di capelli e non di lane, sono noti due soli precedenti: quello dell’Avvocato Agnelli e quello della Fata Turchina di Pinocchio. Due personaggi che presentano ciascuno un punto comune con i nostri fratellini: il primo, l’abilità nell’accumulare miliardi inversamente proporzionale al numero delle ore lavorate; la seconda, una certa indulgenza verso i bugiardi.

Poi c’è l’alone fiabesco condiviso con la Dinasty trevigiana, sempre indicata col plurale all inclusive, “I Benetton”, senza soverchie distinzioni fra questo e quel membro, nella migliore tradizione del capitalismo famigliare (da Gli Agnelli a Gli Angelucci) o delle serie tv americane: I Simpson, I Jefferson, I Flinstones, I Sopranos. A un certo punto – era il 1999, in piena età dell’oro del centrosinistra – scoprimmo che i fratelli turchini s’erano aggiudicati la concessione di Autostrade per l’Italia, che gestisce oltre la metà della rete nazionale. Nessuno spiegò perché mai un bene pubblico, costruito con le tasse dei cittadini, dovesse fruttare miliardi a un privato, né cosa c’entrassero col cemento e l’asfalto quei simpatici tosatori di pecore e fabbricanti di maglioni.

Eppure quella “privatizzazione”, come i lettori del Fatto ben sanno, era piuttosto singolare. Immaginate un contadino che, dopo tanti sacrifici, riesce ad acquistare una cascina, la ristruttura a sue spese e va ad abitarci. Un brutto giorno, si ritrova all’ingresso un bel casello con dentro un Gilberto o un Luciano che sbuca dalla finestrella e lo apostrofa: “Lei dove va?”. “A casa mia, dove vuole che vada? Lei piuttosto chi è?”. “Sono Gilberto (o Luciano, ndr), il nuovo concessionario: da oggi casa sua è mia, se vuole entrare mi deve 15 euro”. “E perché dovrei pagare lei per entrare in casa mia?”. “Perché l’ha deciso il governo, io sono un imprenditore”. “Ah sì, e cos’ha fatto per la mia casa?”. “Beh, incasso il pedaggio e i dividendi in Borsa, le par poco?”. “Quindi, se si rompe qualcosa, ora ci pensa lei?”. “Non esageriamo: dipende dagli azionisti e dal titolo in Borsa”. Il fatto che nel caso Autostrade il contadino fosse lo Stato, cioè milioni e milioni di italiani che per decenni avevano finanziato con le imposte la rete viaria, avrebbe dovuto sollevare qualche obiezione su un’operazione che regalava a un privato una gallina dalle uova d’oro in regime di monopolio e senza rischi d’impresa, mentre privava la collettività di un bene pubblico che non può sottostare alle regole del mercato: perché le autostrade non devono produrre profitti, ma risorse da reinvestire in manutenzione, sicurezza, nuove infrastrutture e, se avanza qualcosa, taglio delle tariffe. Il contrario di quanto accade da 19 anni: sempre meno manutenzione e sicurezza, sempre più utili ai Benetton (nascosti dietro sigle rassicuranti, tipo “Atlantia”, più adatta a un’astronave, o “Sintonia”, che fa pensare a un gruppo rock).

Ma, si sa, alle privatizzazioni non si comanda, e soprattutto non si domanda. Specialmente se i beneficiari elargiscono qualche aiutino per le campagne elettorali dei partiti che, appena vanno a governo, si sdebitano aumentando le tariffe autostradali senza badare troppo a dettagli tipo gl’investimenti previsti dal contratto (peraltro coperto da segreto di Stato). E se, dal tavolo dei loro banchetti, ogni tanto cade qualche boccone dritto in gola ai giornaloni e alle tv sotto forma di pubblicità. Questo forse spiega perché, dopo il crollo epocale di Genova, stampa e tg non riuscivano proprio a ricordare il nome del concessionario che avrebbe dovuto garantire la sicurezza del Ponte Morandi e che, mentre si cercavano cadaveri, feriti e superstiti fra le macerie, favoleggiava di “costanti monitoraggi”. Molto meglio puntare il dito contro il fulmine, la pioggia, il traffico, la fatalità, il governo che è lì da due mesi, i 5Stelle che avevano osato fidarsi dei comunicati di Autostrade sulla granitica resistenza del ponte e opporsi al progetto faraonico della “Gronda” (che costerebbe, se va bene, 5 o 6 miliardi e soprattutto non sostituirebbe il Ponte Morandi, fermo restando che l’alternativa a un ponte pericolante è un ponte solido, non una grande opera inutilmente cara). Ora sono già in lutto alla sola idea che le autostrade dello Stato ritornino allo Stato. Anche perché poi, a Natale, i maglioni tocca comprarli.

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Sotto i ponti

Quando un viadotto autostradale si sbriciola in un secondo seppellendo morti e feriti, tutte le parole sono inutili. Ma quelle di chi incolpa la pioggia, il fulmine, il cedimento strutturale, la tragica fatalità imprevedibile, il destino più cinico e più baro della “costante manutenzione”, sono offensive. Se l’ennesima catastrofe da cemento disarmato si potesse prevedere, lo accerteranno i tecnici e i giudici. Ma che si potesse prevenire già lo sSchermata 2018-08-15 alle 00.22.48.pngappiamo, visto che il ponte Morandi aveva due gemelli italiani, di cui uno già a pezzi e l’altro in manutenzione: per tenere sotto osservazione il terzo non occorreva uno scienziato, bastava il proverbio “non c’è il 2 senza il 3”. Se “il monitoraggio era costante”, allora faceva schifo. Se non c’erano “avvisaglie”, è perché non erano state rilevate. Ora, come dopo ogni terremoto o alluvione di media entità e di enorme tragicità, rieccoci a far la conta dei morti e dei danni, mentre le “autorità” giocano allo scaricabarile. E i palazzinari e i macroeconomisti si fregano le mani per gli affari e gli effetti sul Pil della ricostruzione.

Se il “governo del cambiamento” vuole cambiare qualcosa, deve partire proprio di qui. Cioè da zero. Con scelte di drastica discontinuità col passato: rivedere le concessioni ai privati che lucrano sui continui aumenti delle tariffe in cambio di manutenzioni finte o deficitarie; e annullare le grandi opere inutili, dal Tav Torino-Lione in giù, per dirottare le enormi risorse (anche ridiscutendone la destinazione con l’Ue) su piccole e medie opere di manutenzione, prevenzione e ammodernamento delle infrastrutture esistenti (finora ignorate perché la grandezza dei lavori e delle spese è direttamente proporzionale a quella delle mazzette). Da quando i partiti che hanno sgovernato finora hanno perso le elezioni e il potere, non fanno che esortare i successori a non disperdere il grande patrimonio ereditato. Invece proprio questo un “governo del cambiamento” deve fare: buttare a mare la pseudocultura dello “sviluppo” gigantista e della “crescita” faraonica; e invertire la scala dei valori e delle priorità. Il crollo di ieri ci dice che un ponte pericolante, figlio di un sistema marcio e corrotto, fa più danni di tutti i terroristi islamici, i migranti clandestini, le epidemie di morbillo e le altre “emergenze” farlocche o gonfiate che occupano l’agenda industrial-politico-mediatica. Se vuole cambiare seriamente, il governo si occupi di cose serie con politiche serie. Confindustria, Confcommercio, Confquesta, Confquellaltra e i loro giornaloni si metteranno a strillare? Buon segno: è a furia di dar retta a lorsignori che siamo finiti tutti sotto quel ponte.

MARCO TRAVAGLIO

Il derby dei cretini

MARCO TRAVAGLIO

La nostra miserevole politica, ridotta a chiacchiera da bar sport (nella nuova versione 2.0 dei social), si eccita da tre giorni attorno a un miserevole dibattito: chi fa il tiro a segno con le uova su una donna di colore è un razzista o una brava persona? La tesi “brava persona” non la sostiene apertamente nessun politico né commentatore, anche se sulle pareti dei cessi pubblici 2.0 (sempre i social) c’è chi riesce a scrivere questo e altro. La tesi “razzista” la sostengono i politici e i commentatori anti o non governativi, per additare come mandante morale chi il governo, chi Salvini, chi il M5S, chi i brutti tempi che viviamo (signora mia). Invece i leghisti, dal ministro dell’Interno in giù, dichiarano bontà loro – che non stia bene fare il tiro a segno sulle persone, però il razzismo non c’entra mai, anzi non esiste proprio, nemmeno quando si guardano allo specchio, neppure se ogni giorno c’è qualcuno che fa il tiro a segno su chi ha la pelle scura. Poi ci sono gli unici titolati ad accertare cos’è accaduto: i carabinieri e la Procura (il cui capo Armando Spataro non è sospettabile di filosalvinismo o di indifferenza ai reati di stampo xenofobo, avendo appena lanciato un allarme sul tema ed essendosi beccato le rampogne del garrulo vicepremier): al momento spiegano –  l’aggravante del razzismo al reato di lesioni non regge perché la “banda delle uova” che ha aggredito Daisy Osakue aveva già fatto altrettanto con un paio di vecchietti e un gruppo di donne di pelle bianca.

Dunque per ora – aggiungiamo noi – quel che è certo è che si tratti di una gang di monumentali teste di cazzo e di colossali pezzi di merda, che vanno assicurati al più presto alla giustizia, in attesa di conoscere il loro movente (sempreché ne abbiano uno: il movente presuppone un cervello). Gentaglia che non ha certo atteso la nascita del governo giallo-verde (sempreché ne abbia avuto notizia) per colpire: basta scorrere le cronache nere degli anni scorsi per scoprire – si fa per dire – che le spedizioni punitive contro neri e immigrati erano all’ordine del giorno anche quando governavano i sinceri democratici: quelli che fanno nove tweet al giorno contro il razzismo senza se e senza ma, specialmente quando c’è di mezzo una vittima famosa; e poi naturalmente non muovono un dito contro la tratta degli africani, i ghetti alla Rosarno, i campi rom abusivi e lo schiavismo nei campi del Sud e nelle vigne del Nord. Il guaio di questo eterno derby fra opposti cretinismi sull’immigrazione e sulla sicurezza è che “cattivisti” e “buonisti” si elidono in una somma zero che non risolve alcun problema, anzi li complica tutti.

Alle paure irrazionali della gente semplice per chiunque è “diverso”, gli uni rispondono cavalcandole con slogan razzisti e annunci securitari perlopiù irrealizzabili, gli altri esorcizzandole con argomenti numerico-razionali: “i dati smentiscono l’invasione”, “gli sbarchi sono in calo”, “gli stranieri servono alle imprese e alle famiglie”, “i reati di strada sono in costante diminuzione”. Col risultato di far incazzare ancor di più chi vive ogni giorno a contatto col disagio e si sente, oltreché abbandonato, pure sbeffeggiato: perché le statistiche nazionali non corrispondono alla sua esperienza di vita quotidiana.

Ieri, a Tiezzo di Azzano Decimo (Pordenone), un 28enne del Burkina Faso con regolare permesso di soggiorno ha aggredito l’autista di un bus e accoltellato un carabiniere accorso a difenderlo. Poi gli altri militari l’han fermato per lesioni aggravate, violenza e resistenza a pubblico ufficiale. Si è così scoperto che il tizio era già stato arrestato per gli stessi reati un mese fa, il 28 giugno: processato per direttissima, aveva patteggiato 9 mesi di carcere ed era stato subito liberato. Notoriamente, in Italia le pene inferiori ai 4 anni non si scontano in carcere, ma ai domiciliari o ai servizi sociali, e non consentono neppure custodia cautelare.

Ora, mettiamoci nei panni dei due italiani aggrediti: se le pene scritte nelle sentenze fossero una cosa seria, cioè se “9 mesi di reclusione” (fra l’altro patteggiati dallo stesso imputato) significassero davvero “9 mesi di reclusione” e non l’immediata liberazione, il tizio sarebbe in galera per la prima aggressione e non avrebbe potuto perpetrare la seconda, così i due si sarebbero risparmiati l’uno le botte e l’altro le coltellate. Mettiamoci ora nei panni dell’immigrato: immaginiamo la faccia che ha fatto quando il gup, dopo averlo condannato, gli ha comunicato che era libero di tornare a casa e, volendo, di ricominciare (cosa che puntualmente ha fatto). Avrà sgranato gli occhi. Avrà chiesto conferma all’avvocato d’ufficio (“Sì, caro, in Italia si usa così: prima ti condannano e poi ti mettono fuori. È la legge e vale per tutti”). Si sarà fatto l’idea che questo sia il paradiso dei delinquenti. Avrà capito che qui, a infrangere la legge, non si rischia un bel nulla. Si sarà sentito incoraggiato a rifarlo. E magari avrà avvertito qualche “collega” del suo paese di precipitarsi in Italia, il paese del mondo più generoso con i criminali e più feroce con le vittime. Mettiamoci infine nei panni di chi legge queste cronache: persone che magari vivono in quartieri periferici, ad alto tasso di povertà, disoccupazione, immigrazione, criminalità (italiana e straniera) e ogni tanto trovano il coraggio di denunciare spacciatori o violenti, per poi ritrovarseli – casomai arrivino le condanne – a spasso in un paio di giorni, dediti alle consuete attività. Sentono Salvini invocare più armi per tutti e applaudono. Poi ascoltano il solito trombone di sinistra snocciolare statistiche sul calo dei reati, spiegare che la giustizia fai-da-te è una brutta cosa, dare del razzista e del fascista a chi chiede pene più certe. E quel formicolio che già sentivano alle mani non se ne andrà mai più.

Alta Voracità

MARCO TRAVAGLIO

L’aspetto più comico dell’opposizione politico-affaristico-mediatica al governo è che gli rimprovera contemporaneamente di non cambiare nulla e di cambiare troppo. E, delle due critiche, almeno la seconda fa ridere perché gli elettori di 5Stelle e Lega proprio questo chiedono: di cambiare. Sennò avrebbero rivotato Pd e FI. Ora, per esempio, i giornaloni scrivono che il Nord sarebbe in “rivolta”, sull’orlo della guerra civile, per la pretesa del M5S di fare ciò che ha promesso agl’italiani fin da quand’è nato: sbaraccare il Tav Torino-Lione, la più inutile e dannosa e costosa fra le grandi opere progettate negli anni 80 del secolo scorso e rimasta allo stato larvale dopo 1,6 miliardi di sprechi e 17 anni di studi e carotaggi. Siccome per completarla servirebbero sulla carta un’altra quindicina di miliardi, che poi nella realtà salirebbero a 20-25 (le grandi opere in Italia lievitano in media del 45%), il minimo di un “governo del cambiamento” è riunire i protagonisti quelli ancora in vita – e annullare un’impresa nata già morta quando fu pensata, figurarsi oggi dopo trent’anni e passa. Ma il fatto che si osi discutere il dogma della Santissima Alta Velocità semina il panico fra i prenditori e scatena le fake news dei loro giornaloni. La propaganda terroristica del partito-ammucchiata Calce& Martello, che affratella la “sinistra” di scuola Marchionne (il Pd dei Chiamparini), FI, Lega, triade sindacale, Confindustria, coop bianco-rosse e mafie varie, minaccia “penali” da pagare e “miliardi” (2, anzi 3) da “restituire” non si sa bene a chi, nonché “referendum”da bandire contro l’“isolamento del Nord-Ovest”, il “rischio Brexit per l’talia” e altre cazzate.

Il contratto. Nel contratto M5S-Lega, sul Tav Torino-Lione, si legge: “Ci impegniamo a ridiscutere integralmente il progetto nell’applicazione dell’accordo tra Italia e Francia”. Quindi, quando Salvini dice che “il Tav si farà e basta”, viola gli accordi da lui stesso firmati. E quando il suo sottosegretario alle Infrastrutture Armando Siri (grosso esperto del ramo: 18 mesi patteggiati per bancarotta fraudolenta) spiega che “i costi di uno stop sarebbero superiori ai benefici”, dovrebbe spiegare perché ignora i veri costi dell’opera e perché è entrato in un governo con un programma opposto al suo.

Merci e passeggeri. Quando partì l’idea della Torino-Lione, si pensava a un supertreno per passeggeri sullo snodo italo-francese del Corridoio 5, da Lisbona a Kiev. Di quel progetto, mai realizzato (il primo paese a sfilarsi fu nel 2012 quello di partenza: il Portogallo), restano due reperti archeologici.

E cioè: un tratto di pennarello su un dossier nel cassetto; e un solo cantiere aperto, il Torino-Lione. Infatti, pur di non ridiscutere il dogma, anni fa si virò disinvoltamente dall’“alta velocità” (persone) all’“alta capacità” (merci). Chi, come La Stampa o l’ineffabile Siri, favoleggia di “treno per persone e merci” non sa che dice: il Torino-Lione riguarda solo le merci, mentre le persone viaggiano serene da decenni sul Tgv o su comodi aerei. Il Tav sarebbe una seconda linea ferroviaria da affiancare a quella storica (la Torino-Modane, inutilizzata all’80-90 %), scavando 57 km di tunnel dentro montagne piene di amianto e materiali radioattivi e devastando l’intera Valsusa. Il tutto per soddisfare un fabbisogno che non esiste: il previsto boom del traffico merci su quella direttrice si è rivelato una bufala colossale.

Merci fantasma. L’ha riconosciuto a fine 2017 persino l’Osservatorio della Presidenza del Consiglio: “Molte previsioni fatte 10 anni fa, anche appoggiandosi a previsioni ufficiali dell’Ue sono state smentite dai fatti”. Sulla Torino-Modane i treni merci viaggiano carichi di container perlopiù vuoti. La linea è utilizzata per un quinto delle potenzialità: che senso ha affiancargliene una nuova? Anche l’aumento dei Tir nel traforo del Fréjus è una panzana: nel 2017 l’hanno attraversato 740 mila mezzi pesanti, stessa cifra di vent’anni fa. Come ha scritto sul Fatto il prof. Francesco Ramella, “l’attuale capacità disponibile è sovrabbondante e sarà ulteriormente incrementata a breve con l’apertura al traffico della seconda canna del traforo stradale del Fréjus. Anche qualora l’attuale ripresa dovesse proseguire, non si verificherebbero criticità per almeno mezzo secolo. Ogni giorno percorrono l’autostrada tra Torino e il confine francese poco più di 11.000 veicoli contro i 33.000 della Torino-Piacenza: si tratta dunque di una infrastruttura poco utilizzata”.

Ce lo chiede l’Europa. Secondo Aldo Grasso, ottimo critico televisivo del Corriere di cui si ignoravano (e si continuano a ignorare) le competenze in materia di Tav, questa “è una delle opere più importanti che l’Europa aspetta da anni”. Nell’ambito di una non meglio precisata “piattaforma logistica del Nord Ovest”. Ma –come spiega non il movimento No Tav, ma il sito lavoce.info, molto apprezzato quando c’è da difendere il fondatore Tito Boeri – “la Commissione Ue non ha mai chiesto che l’attraversamento delle Alpi avvenga su una linea ad alta velocità: sia a Est sia a Ovest le merci possono tranquillamente continuare a viaggiare su reti ordinarie, come da Lione a Parigi”.

L’occupazione. Alta velocità, bassissima occupazione: le previsioni più rosee indicano 4 mila nuovi occupati. Visto quanto ci costerebbero pro capite (in soldi e in danni ambientali stimati dall’Agenzia nazionale per l’ambiente francese e dai migliori atenei italiani), è molto più conveniente mandarli a spaccare pietre e poi a reincollarle.

I costi. La delibera 67/2017 del Cipe (governo Gentiloni) stima il costo complessivo del solo tunnel di base in 9,6 miliardi. Di questi, il 57,9% lo paga l’Italia e solo il 42,1 la Francia (disparità incredibile, tantopiù che il tunnel insiste per l’80% in territorio francese e solo per il 20 in territorio italiano, e spiegabile solo con l’ansia di convincere Parigi, da sempre renitente all’impresa). Non solo: la delibera Cipe autorizza la spesa dei 5,5 miliardi per 5 “lotti costruttivi non funzionali” del tunnel di base che, presi singolarmente, sono inutilizzabili se non a opera ultimata. Lavori inutili in caso di revisione o annullamento dell’opera. Infatti il Cipe avrebbe potuto finanziarli solo se anche la Francia avesse stanziato la sua quota: cosa che Parigi non fa, né si sa se e quando la farà. Dunque la delibera è in forte odore di illegittimità.

Penali e restituzioni. Stampa, Repubblica, Corriere e Grasso vaneggiano poi di “penali”, “multe” e “restituzioni”miliardarie. Anche se avessero ragione, varrebbe comunque la pena sborsare 2 miliardi per risparmiarne 10 o 20. Ed è curioso che tutti s’interroghino quanto costerebbe non fare il Tav, e mai su quanto costerebbe farlo (l’operazione al completo, per i docenti Andrea Debernardi e Marco Ponti, produrrebbe una perdita economica di 7 miliardi, che salirebbe a 10 con le lievitazioni all’italiana). In ogni caso, non è vero niente. Non c’è un solo contratto o accordo col governo francese, con l’Ue o con ditte appaltatrici (per il tunnel di base non è stata bandita alcuna gara) che parli di penali. L’Italia, nel tracciato italiano, può fare ciò che vuole. La legge 191/2009, art. 2, comma 232 lettera c prevede che “il contraente o l’affidatario dei lavori deve assumere l’impegno di rinunciare a qualunque pretesa risarcitoria eventualmente sorta in relazione alle opere individuate… nonché ad alcuna pretesa, anche futura, connessa al mancato o ritardato finanziamento dell’intera opera o di lotti successivi”. Quanto alla Ue, finanzia solo lavori ultimati: dunque, se il Tav non si fa più, l’Italia non deve restituire un euro, al massimo non incassa fondi per un’opera annullata. Quando il Portogallo si sfilò, non sborsò un cent alla Spagna né all’Ue. Idem la Francia: si finge interessata al Tav, ma ha sospeso i cantieri sulla tratta nazionale (anche per i fulmini della Corte dei Conti) e per quella internazionale –il tunnel di base – non ha mai erogato i finanziamenti (come l’Ue ). Senza l’ombra di una penale. I fessi che prendono sul serio la patacca stanno tutti Italia (“prima gli italiani”, direbbe Salvini). Se avessero intascato tangenti e temessero di doverle restituire, almeno li potremmo capire. Ci facciano sapere.

Il bonus Renzusconi

MARCO TRAVAGLIO

Il Corriere lancia un giusto allarme sulla mancanza di opposizione a un governo che, dopo due mesi, gode ancora di un consenso spropositato (due italiani su tre). Spropositato rispetto non tanto alla somma dei due partiti che lo sostengono, quanto agli esecutivi precedenti e soprattutto alle cose realmente fatte finora (pochine e non tutte esenti da critiche, anzi). È vero che, a un governo che rappresenti la maggioranza degli italiani, non eravamo più abituati: l’ultimo che esprimeva la volontà della maggior parte del popolo fu il terzo di B. (almeno all’inizio). Poi seguirono vari inciuci creati in laboratorio da B.&Pd, con la collaborazione di Napolitano fino al 2015, all’insaputa degli elettori, ma formalmente legittimi in virtù del premio costituzionalmente illegittimo del Porcellum, che trasformava le minoranze in maggioranze come la fata Smemorina tramutava le zucche in carrozze. Senza quell’obbrobrio di legge elettorale, sommato ai voltagabbana alfaniani e verdiniani, né Renzi né Gentiloni avrebbero avuto i numeri per governare. Ora la maggioranza di Conte corrisponde a quella dei votanti del 4 marzo. Anzi, stando ai sondaggi che danno la Lega a un passo dai 5Stelle sopra il 30%, la supera abbondantemente. Eppure c’è anche un terzo di italiani che non apprezza o detesta il governo Conte ed è rappresentato dal Pd e FI, con rispettivi satelliti. Cioè non è rappresentato.

Infatti l’opposizione, non esistendo il vuoto in politica, se la fanno spesso le due forze di maggioranza, in casa. Si dirà: quando governava B., il centrosinistra fingeva di opporsi, e lo stesso accadeva a parti invertite. Verissimo, tant’è che i “girotondi” nacquero non tanto per le vergogne di B., quanto per il consociativismo del centrosinistra. Ma almeno, nella Seconda Repubblica, era chiaro che se cadeva B., dall’altra parte c’era una coalizione (Ulivo, poi Unione, poi Pd&C.) pronta a prendere il suo posto. E viceversa. Stavolta no. Se un domani cascasse Conte, che accadrebbe? Il Pd naviga poco sopra il 15%, parla lingue sconosciute come gli indemoniati e si riunisce nelle librerie di Tor Bella Monaca nell’indifferenza generale. FI è un cadavere ambulante, irrimediabilmente avvitato alla salma politica del suo leader buonanima. Se si mettessero insieme, perderebbero altri voti. Se provassero ad allearsi gli uni col M5S e gli altri con la Lega, li infetterebbero. Per questo il governo Conte, con una maggioranza contraddittoria ai limiti dell’innaturale, potrebbe avere una lunga luna di miele e una lunga vita: per l’assoluta mancanza di alternative. Sì, l’incidente di percorso è sempre possibile.

E il prossimo redde rationem fra annunci e realtà (la manovra finanziaria di fine anno) lo rende persino probabile. Ma, se uno dei dioscuri rompe l’alleanza, poi con chi va? È una situazione inedita e pericolosa per la democrazia, che si regge su due gambe e non può camminare su una. Come dice Bersani, che meno conta e più diventa lucido, la strategia di chi spera nello schianto del governo per ritrovare gli elettori perduti è votata al fallimento: tale è il discredito di chi c’era prima che solo un azzeramento totale del passato e delle sue facce, nel Pd, nella sinistra e in FI, potrebbe invertire la rotta. Chi accusa i fan del governo di ripetere a ogni errore o scandalo giallo-verde “e allora il Pd?” o “e allora B.?” non si accorge che quelle domande sono nella testa della gente. E le può cancellare solo una generazione di leader che nulla abbiano a che fare con quel passato e possano rispondere: “Io non c’ero, ripartiamo da zero”. Anche gli aspiranti “nuovi”, tipo il borioso Calenda, sono già consumati: se Di Maio –il famigerato “ex bibitaro dello stadio San Paolo”, come lo deridevano i sinceri democratici dalle loro terrazze – riuscirà a spuntare un solo esubero in meno e un po’ di ambiente in più all’Ilva, il sor Carletto dovrà ritirarsi in buon ordine.

Il miglior pregio di Gastone Conte e degli altri fortunelli del suo governo è, in attesa che combinino qualcosa di importante, di non essere chi c’era prima. Anche se litigano, sbagliano, si ricredono, delirano, hanno in mano un gigantesco bonus “Renzusconi” da spendere pIMG_8036er vivere di rendita altri mesi, forse anni. Se poi riusciranno pure a bloccare o anche solo a smussare alcune porcate fatte dai predecessori, che poi sarebbe il minimo sindacale, qualcuno griderà al miracolo: i vitalizi, la marchetta Mittal-Ilva, il Tav Torino-Lione, la fusione Fs-Anas, il bavaglio sulle intercettazioni, l’ultima legge svuotacarceri, su su fino alla mangiatoia Rai, alla legge Fornero e agli accordi di Dublino sui migranti. Tutta robaccia che nessuno rimpiangerà. Ieri, per dire, i ministri Trenta, Toninelli e Di Maio hanno stracciato il contratto che Alitalia fu costretta a firmare tre anni fa con Etihad per il leasing dell’aereo di Stato più costoso del mondo dopo l’Air Force One: l’Air Force Renzi, monumento allo spreco e al superego del rottamatore rottamato, 150 milioni (penali escluse) per una carcassa mai alzatasi in volo, se non – udite udite –per aviotrasportare Ivan Scalfarotto in missione a Cuba per conto di Matteo. Il quale ha risposto con un tweet che dice tutto dell’inevitabile nullità dell’opposizione: “Quando tornano su bufale come ‘l’aereo di Renzi’ significa che sono disperati: quell’aereo non era per me, ma per le missioni internazionali delle imprese (sic, ndr). Io non ci ho mai messo piede”. Così, se qualcuno ancora dubitava del l’inutilità dell’Air Force Renzi, ne ha avuto conferma dal non-utilizzatore finale. Che ci ha fatto spendere un capitale per un aereo mai usato. Un genio. Finché a contrastare il governo ci sarà gente così, Conte&C. – lo diciamo con sgomento – potranno permettersi di tutto: anche, volendo, rapinare le banche.

Memento Noisette

Forse non sarà lui il “nuovo” presidente della Rai. Forse la Lega s’è resa conto dello sputtanamento di una scelta così ridicola. Ma già il fatto che il nome di Fabrizio Del Noce abbia potuto affacciarsi nelle cronache giornalistiche come la cosa più normale di questo mondo, senza un moto generale di sdegno, la dice lunga sul livello raggiunto dai vizi italici della smemoratezza e dell’assuefazione al peggio. Tant’è che ieri, da Lisbona dove vive per ragioni fiscali, lui dichiarava alle agenzie, riuscendo a restare serio: “Oggettivamente, credo che se andassero a riguardare tutti i curricula, sarebbe difficile trovare qualcuno con un’esperienza in Rai paragonabile alla mia”. E, in un certo senso, è vero. Dopo una decorosa carriera di inviato speciale del Tg1, anche in zone di guerra, Del Noce inizia a rovinarsi la reputazione nel 1994, quando diventa deputato di Forza Italia, il che già non è male per un giornalista. Dopodiché, mentre B. si mette in tasca per la prima volta la Rai, aggiungendola alla sua collezione di tv, l’astuto Fabrizio confida a Minzolini, allora cronista-segugio de La Stampa (prima di seguire le sue orme): “Se le faccio vedere il bigliettino che qualche giorno fa ho scritto per il Big Boss, scoprirà che quattro nomi su cinque siamo riusciti a portarli: Rossella, Mimun, Angelini e Vigorelli”. Nel ’96 si ricandida, ma viene trombato, allora torna in Rai per condurre Linea verde: le famose braccia rubate all’agricoltura.

Nel 2001 B. torna al governo e si riprende Viale Mazzini: Saccà dg, Del Noce direttore di Rai1 (dove resterà per 8 anni, prima di approdare a Raifiction) e così via. Poi, il 18 aprile 2002, il Caimano impartisce da Sofia le nuove disposizioni per il suo privatissimo “servizio pubblico”: via Enzo Biagi, Michele Santoro e Daniele Luttazzi, che hanno osato criticarlo nell’ultima campagna elettorale. È l’editto bulgaro, che trova subito un nugolo di servi obbedienti pronti a eseguirlo. A Del Noce tocca l’onore di cacciare Biagi, il volto più noto della Rai dopo 41 anni di onorato servizio, nonché il protagonista del programma di maggior successo e prestigio della rete ammiraglia e per 111 sere addirittura il più visto dell’intera Rai (Il Fatto, 6 milioni di spettatori, share medio del 21,8%, subito dopo il Tg1). Ma non ha neppure il coraggio di dirglielo. Fa il finto tonto e il pesce in barile. Prepara i nuovi palinsesti senza fargli una telefonata e, a chi gli chiede di Biagi e del Fatto, risponde con involontario umorismo: “Sto studiando”. Poi fa trapelare che forse Il Fatto sarà spostato di orario, come se l’approfondimento dell’attualità potesse essere scisso dal tg.

Stufo di aspettare, Biagi sbotta sarcastico: “Che bellezza essere ‘studiato’ da uno che si occupava di agricoltura, sia pure a sfondo culturale, visto che trovava il modo di presentare fra i pascoli il libro del suo amico Vespa”. Intanto i mazzieri berlusconiani manganellano ogni giorno il vecchio Enzo. Gasparri lo paragona al confetto Falqui, un purgante. Ferrara lo chiama “trombone ipocrita e arrogante”, “nostro sacro degli affari suoi”. Alla fine Del Noce chiude Il Fatto e lo rimpiazza con Max&Tux, un varietà comico con Lopez e Solenghi. Un flop clamoroso di ascolti, per la gioia di Mediaset, che con Striscia la notizia maramaldeggerà in quella fascia oraria. Ma per Del Noce è tutta colpa del sabotaggio dei telespettatori comunisti: “Max e Tux sono vittime della solidarietà a Biagi, che ha provocato un accanimento senza precedenti contro il nuovo programma”. Testuale. A Biagi propone 20 seconde serate e 5 prime serate “speciali” di venerdì, purché non si occupi di attualità politica e non faccia ombra a Vespa, padrone assoluto dei primi quattro giorni della settimana. Ma poi pure quel contratto si arena e non parte mai. Si fa avanti Antonio Di Bella, direttore di Rai3, per rifare Il Fatto dopo il Tg3, ma Saccà dice che mancano i soldi. Biagi offre di lavorare gratis, ma Saccà gli fa recapitare una raccomandata con ricevuta di ritorno che disdetta il contratto che lo lega da anni alla Rai, seguita a ruota da una beffarda bozza del famoso contratto firmato da Del Noce.

Umiliato, offeso e preso in giro, il grande giornalista rimanda indietro il tutto e si rivolge a un avvocato per portare la Rai in tribunale. Poi, visti i tempi medi della giustizia e la sua età (82 anni), accetta una transazione per farla finita con Viale Mazzini. Del Noce, nel 2006, dirà che l’editto bulgaro e la cacciata di Biagi furono una “coincidenza”. Lui intanto, soprannominato Noisette per le nuance “tramonto sul Bosforo” della sua chioma ben pittata, ma anche della sua carnagione impomatata in tinta, ha trovato il modo di spaccare il setto nasale con un microfono a Sergio Staffelli di Striscia. E poi a scontrarsi con quasi tutti i big della Rai, come se per il talento avesse contratto una speciale allergia: da Baudo (che lo definisce “un uomo piccolo che ha bisogno di litigare per arrampicarsi”) ad Arbore, da Frizzi alla Venier, dalla Cuccarini a Celentano. Nel 2005, il grande Adriano parte col suo Rockpolitik, cui il dg Flavio Cattaneo gli ha garantito per contratto “totale autonomia editoriale” su argomenti e ospiti, infatti l’artista ha invitato Biagi, Santoro, Luttazzi, Grillo e altri epurati per ribaltare l’editto bulgaro. Ma Noisette annuncia dolente: “Mi autosospenderò dai miei poteri e doveri editoriali per quello che riguarda questa trasmissione”: cioè non sarà direttore di Rai1 per la sola durata della puntata. Alla fine partecipa solo Santoro e il programma sfiora il 50% di share, record per Rai1. Ma Del Noce ha tenuto a precisare che, con l’unico trionfo della sua rete in 8 anni di direzione, non c’entra nulla. In compenso, ha scoperto Elisa Isoardi. E – per dirla con Peppino De Filippo ho detto tutto.

 MARCO TRAVAGLIO