Chi paga?

Massimo Gramellini

Giorgia Meloni non fa in tempo a compiacersi sulla sua pagina Facebook per la storia delle gemelline siamesi operate al «Bambino Gesù» che subito, nello spazio riservato ai commenti, scatta il mal di pancia di una parte dei seguaci: «Chi paga?». Voglio escludere che ad angustiarli sia stato il colore delle bambine. Al limite la loro nazionalità, in applicazione del principio sovranista secondo cui, prima di separare i corpi di due creature nate in Centrafrica, bisognerebbe avere esaurito tutti gli arretrati dei pazienti italiani, tonsille e adenoidi comprese. Tranquillizziamoli. Il «Bambino Gesù» è un ospedale vaticano, quindi il grosso del conto lo salderà il Papa. Ma se anche l’intervento fosse stato finanziato per intero dallo Stato italiano, ne sarei felice. Non riesco a immaginare un uso migliore delle mie tasse. In compenso ne conosco di peggiori. Chi paga i burocrati che rallentano qualsiasi pratica per ignavia, avidità o paura? Noi. E chi paga i dipendenti pubblici che durante la pandemia si sono chiusi in casa con più zelo di un congresso di virologi e hanno continuato a prendere lo stipendio senza fare nulla, infischiandosene dei colleghi che nel frattempo si addossavano la loro parte di lavoro? Sempre noi. Eppure, tra chi mena scandalo per l’operazione delle due bambine, sarebbe vano cercarne uno che si indigni per i veri sperperatori del denaro pubblico. Forse perché sono italiani. O forse perché sono gli stessi che poi scrivono: «Chi paga?». E magari neanche pagano.

De Gregori attenda in linea

Francesco De Gregori ha raccontato di avere cercato invano di mettersi in contatto con il presidente del Consiglio (voleva ringraziarlo per una citazione di «Viva l’Italia»). Non capita spesso che un Principe si degni di chiamare un Conte. Invece il centralino di Palazzo Chigi lo ha lasciato in attesa, senza nemmeno passargli la segreteria del premier. L’idea di De Gregori trattato dalla Nuova Casta come uno stonato qualsiasi è suggestiva, ma non basta a spiegare il fenomeno del centralinismo romano, autentico presidio democratico del Paese. Nessuno sottovaluta il contributo dei centralini lombardi, veneti o lucani: chi non si è mai sentito dire «Attenda in linea» da una voce scocciata? E i centralini elettronici, benché asettici, sono altrettanto indisponenti. Però il centralinista romano in carne e ossa, nei rari habitat dove ancora sopravvive, presenta una peculiarità: la sublime indifferenza per lo status dell’interlocutore. Rimane famoso il caso del centralinista di un quotidiano della Capitale a cui le Brigate Rosse osarono telefonare per rivendicare un attentato durante la pausa pranzo. «Un momento, sto a magnà», li rintuzzò l’eroe. «Forse non ha capito, siamo le Br». E lui, serafico: «Ho capito, mica so’ scemo. Mo’ prendo er taccuino, un po’ de pazienza». Quel giorno il terrorismo capì che non avrebbe mai fatto breccia nelle classi popolari. Quanto a De Gregori, la prossima volta che vorrà ringraziare Conte gli suggerisco di mandare un disco autografato a Casalino. (Massimo Gramellini)

Le cronache di Narni

Sottoscrivo idealmente la petizione del Deta (Dipartimento europeo tutela androidi) per intestare una via di Narni a Jeeg Robot. Mi spingerei addirittura oltre, proponendo al Comune umbro di erigergli una statua, ovviamente in acciaio. Ho già controllato: nel corso della sua lunga e onorata attività in difesa del genere umano, Jeeg Robot non ha mai avallato la schiavitù, non ha sposato abissine di dodici anni, né invaso pacifici isolotti centramericani con la presunzione di avere trovato una scorciatoia per le Indie. Non ha partecipato neppure a «Via col Vento». Insomma, è pulito. Lo si può serenamente eternare nel nome di una strada o al centro di una piazza, senza sottoporlo al rischio di retromarce imbarazzate e imbrattamenti multipli nel breve volgere di qualche secolo. A meno che in futuro le macchine prendano il potere. Ipotesi tutt’altro che peregrina e forse già in via di sperimentazione, a giudicare dallo sguardo fisso di alcuni nostri ministri. In questo caso, la sua spiccata propensione per gli esseri umani potrebbe valere a Jeeg Robot l’accusa di collaborazionismo, con tutto quel che segue: processi postumi e vecchie dichiarazioni di Goldrake opportunamente rispolverate al fine di infangarne la memoria. Pensandoci meglio, ritiro la mia adesione a via Jeeg Robot e propongo di intestare una strada di Narni ai difensori della libertà di Hong Kong o almeno al Virologo Ignoto: il primo che riuscirà a parlare di seconda ondata senza farmi venire l’ansia. (Massimo Gramellini)

Nastro Lindo

Marco Travaglio

Per misurare il peso (nullo) delle “nuove prove” che dovrebbero cancellare la condanna di Silvio B. a 4 anni per frode fiscale, basta la credibilità (nulla) delle fonti: il suo impiegato Nicola Porro sulla sua Rete4, il suo Giornale e il Riformista vicediretto dalla sua ex portavoce Debora Bergamini. Ma anche la statura dei politici che le han prese sul serio: FI, Salvini, FdI e l’Innominabile. Tutto in famiglia. Casomai ciò non bastasse, ci sono i fatti: una recente sentenza del Tribunale civile di Milano e l’audio di una conversazione del 2013, poco dopo la condanna irrevocabile, fra il giudice relatore Amedeo Franco e il neocondannato B. davanti a misteriosi testimoni. Ora, anche uno studente al primo giorno di Giurisprudenza sa che: a) una sentenza civile di primo grado non può smentirne una penale di Cassazione e in ogni caso (vedi pag. 8) questa riguarda profili diversi dalla frode fiscale Mediaset; b) i processi si celebrano nelle aule di giustizia, non a casa dell’imputato col registratore più o meno nascosto.

Ma la scena del giudice che firma con gli altri quattro colleghi la condanna di B. e poi corre da lui per dire che non voleva, non era d’accordo, è tutta colpa del presidente e degli altri tre cattivoni la dice lunga sulla sua serietà, correttezza e attendibilità. Tantopiù che nei tre mesi successivi il relatore Franco partecipò alla stesura delle 208 pagine di motivazione, che alla fine – caso raro – tutti e 5 i giudici (lui compreso) firmarono in calce e addirittura siglarono pagina per pagina (207 volte a testa). Il che dimostra che anche lui era d’accordo sulla condanna o, se dissentiva, a non innescare polemiche politiche. Altrimenti avrebbe potuto legittimamente non firmare (di solito le sentenze le firma solo il presidente). E, se davvero fosse stato convinto che si stava consumando “una grave ingiustizia” da “plotone di esecuzione”, con una condanna “a priori” e “guidata dall’alto”, frutto di “pregiudizio” per “colpire gli avversari politici”, una “porcheria” del presidente Antonio Esposito “pressato” per i guai giudiziari del figlio, cioè una serie di reati gravissimi, come poi disse a B. nella conversazione registrata, si sarebbe cautelato con uno strumento previsto dalla legge per i giudici in minoranza nei collegi giudicanti: motivare il suo dissenso in una busta chiusa allegata alla sentenza a futura memoria (come fece il presidente della Corte d’appello di Milano Enrico Tranfa, messo in minoranza dai due giudici a latere nella sentenza che assolse B. su Ruby). Invece Franco non solo non formalizzò alcun dissenso, ma espresse pieno consenso con la sua firma e 207 sigle. Noi ovviamente non sappiamo come si era comportato prima, in camera di consiglio.

Infatti nessuno dovrebbe saperlo, tantomeno l’imputato. Chi viola il segreto della camera di consiglio commette reato e illecito disciplinare. Il che spiega perché B. abbia atteso 7 anni e la morte di Franco nel 2018 per divulgare il nastro: per risparmiargli un processo per rivelazione di segreto d’ufficio e omessa denuncia (il giudice non aveva mai segnalato ai pm i gravissimi reati spiattellati a B.), la cacciata dalla magistratura e una raffica di querele e cause per diffamazione dagli altri quattro colleghi (casomai non bastasse l’indagine per corruzione giudiziaria aperta su di lui nel 2017 per presunti scambi di favori col senatore forzista e re delle cliniche Antonio Angelucci). In ogni caso nulla di ciò che dice Franco può ribaltare la condanna di B. né interessare la Corte di Strasburgo (che, con buona pace del Giornalee di Sansonetti, ha archiviato il caso nel 2018 perché B. ritirò il ricorso in extremis). B. è stato condannato perché ritenuto colpevole, in base a una valanga di prove documentali e testimoniali, di una gigantesca frode fiscale da 368 milioni di dollari sui diritti tv di Mediaset: e non solo da Esposito e i suoi tre colleghi (o quattro, a prender sul serio le firme di Franco), ma anche dagli altri 9 magistrati che si sono occupati del caso: i pm De Pasquale e Robledo; il gup che lo rinviò a giudizio; i tre giudici di Tribunale e i tre di Appello che lo condannarono in primo e secondo grado. Giunto in Cassazione nell’estate 2013, il processo finì alla sezione Feriale (presieduta da Esposito e composta anche da Franco) perché la III sezione che l’aveva in carico scoprì che si sarebbe prescritto per metà il 1° agosto e in base alle sue regole la Corte doveva celebrarlo subito senz’attendere la ripresa ordinaria a settembre (la sentenza arrivò il 31 luglio). E sapete chi presiedeva la III sezione che lo girò alla Feriale come “urgente”? Amedeo Franco. Il quale poi andò a contar balle a B., tipo che “han fatto una porcheria perché che senso ha mandarlo alla sezione feriale?”. Ecco: non era una porcheria, era la regola; e la decisione fu della sua sezione.

Quindi il nastro è il classico due di coppe quando a briscola comanda bastoni. E un clamoroso autogol. Perché dimostra vieppiù il coraggio del presidente Esposito e degli altri tre (o quattro), che condannarono il colpevole B. resistendo a indicibili pressioni politiche (che spingevano per l’assoluzione, al grido di “Salviamo il governo Letta-Napolitano!”). Ricorda ai tanti smemorati chi è davvero B.: un delinquente seriale che i giudici o li paga o li induce a delinquere. E riporta il dibattito sulla riforma della giustizia nei giusti binari: in Italia le uniche carriere da separare sono quelle degli imputati eccellenti da quelle dei giudici collusi.