Incompatibilità ambientale

Taormina non vuole i trentotto migranti che le assegna il piano di ripartizione studiato dal governo. Trentotto sono pochi, per di più destinati alla periferia, come racconta Felice Cavallaro su Corriere.it. Il sindaco e gli albergatori ci tengono però a precisare che la loro resistenza non è dettata dal razzismo, ma dall’incompatibilità ambientale. Proviamo a tradurre l’ardito neologismo: per non rovinare l’immagine appena rilucidata con i soldi del G7, i profughi brutti, sporchi e potenzialmente cattivi vanno mandati in località più compatibili, cioè meno turistiche. Sarebbe interessante che il sindaco andasse a dirlo di persona ai colleghi di Giarre, Licata e Acireale, ciascuno dei quali giustamente convinto di vivere nel posto più bello del mondo: prendeteveli pure voi i nostri scarti, noi siamo Taormina e ci teniamo la crème. Diventa difficile pretendere dall’Europa quella solidarietà che ci rifiutiamo di applicare tra italiani.

La Taormina ribelle cavalca però lo spirito del tempo. I migranti non li vuole nessuno e chiunque eccepisca si sente dare del buonista che, se proprio ci tiene, può sempre ospitarli a casa sua. Eppure, da donchisciotte del buonsenso, mi ostino a sognare un sindaco che dica: «Li prendo tutti e trentotto, anzi datemene altri due per fare cifra tonda. Ma a una condizione: che anziché lasciarli a ciondolare in una piazza, possa mandarli a pulire spiagge e strade. Così, oltre ai soldi stanziati per il loro mantenimento, si guadagneranno la fiducia del nostro ambiente, che magari comincerebbe a trovarli compatibili».

Berlusconi e la doppia anomalia

MASSIMO GIANNINI

La “confidenza” del boss di Cosa Nostra Giuseppe Graviano, che in carcere rivela a un camorrista “Berlusca mi chiese questa cortesia…”, non è solo una voce lontana che sale dall’Oltretomba della Repubblica per farci risprofondare nell’eterno mistero delle stragi mafiose. E non è neanche la “prova giudiziaria” definitiva che inchioda il Cavaliere alle sue responsabilità penali.

Non basta una chiacchiera, intercettata durante l’ora d’aria, per stabilire una volta per tutte che lui è davvero il mandante occulto della tragica mattanza che insanguinò l’Italia tra il 1992 e il 1993. Ma è senz’altro la “prova politica” di quanto sarebbe stata e sarebbe tuttora innaturale, dissennata e suicida la prospettiva di un “governissimo” tra Renzi e Berlusconi.

iene.jpg

Un irriducibile manipolo di franchi traditori, insieme a un inaffidabile esercito di malpancisti grillini, si è preso la briga di assassinare in Parlamento l’accordo neo-proporzionale “alla tedesca”. È stata una farsa. Ma è stata anche una fortuna. Proviamo a immaginare cosa sarebbe accaduto, se fosse andato in porto lo scellerato “patto extra-costituzionale” nato solo sulla base delle “convenienze” dei leader (secondo la definizione impeccabile di Giorgio Napolitano). Proviamo a immaginare cosa sarebbe accaduto, se il caso Graviano fosse esploso dopo le elezioni anticipate del 24 settembre e dopo l’auspicata nascita della Grosse Koalition de’ noantri tra Pd e Forza Italia. Ci ritroveremmo a fare la manovra economica d’autunno e la riforma del fisco, le misure straordinarie sulla sicurezza e sull’immigrazione, la nuova legge sulla giustizia penale e sul codice antimafia, con un alleato nuovamente sospettato di aver trattato con le cosche quell’attacco al cuore dello Stato che 25 anni fa preparò il terreno alla sua “discesa in campo”. E considerato “un traditore” da un capobastone (in prigione dal ’94 per aver organizzato materialmente gli attentati di Milano Roma e Firenze) perché nonostante i “favori ” ricevuti (cioè le bombe), “lui mi sta facendo morire in galera…”.

Le parole di Graviano andranno attentamente vagliate dai magistrati, e sono state fermamente smentite dagli avvocati. Ma confermano la persistenza di una “anomalia berlusconiana”, che in tutti questi anni nessuna Procura della Repubblica e nessun tribunale della Storia sono mai riusciti a dissolvere. E non sono solo i “soliti sospetti” di collusione con Cosa Nostra, a pesare in questo giudizio. Sono tutti i capitoli che compongono l’infinito e spesso dimenticato “Romanzo del Cavaliere Mascariato”. È la condanna definitiva per frode fiscale su Mediaset, scontata tra i vecchietti di Cesano Boscone. È l’innumerevole filiazione dei processi Ruby, arrivati a quota “quater”, dai quali emerge ogni volta un quadro di misfatti e di ricatti ormai quasi più penoso che criminoso. È quel grumo gigantesco di interessi, privati e pubblici, passati e futuri, che ieri lo ha spinto da premier ” in chief” a varare con impudenza 38 leggi ad personam, e che oggi lo induce da leader “in attesa” a guardare con impazienza alle scelte sulla governance della Rai o sulle norme anti-scalata che dovrebbero difendere il suo impero tv dalle mire di Vivendi. È quella certa idea dello Stato come ” res propria”, più che ” res publica”. Delle istituzioni come strutture serventi, più che “organi di garanzia”. Del principio di legalità come vincolo burocratico, più che valore democratico. Insomma, tutto ciò che abbiamo imparato a conoscere in un Ventennio, che ha costellato la sua avventura politica e che continuerebbe ad accompagnarlo sempre, in qualunque nuova maggioranza bipartisan lo si volesse ingaggiare.

Per tutti questi motivi è sorprendente che Renzi abbia pensato non solo di scrivere la nuova legge elettorale, ma anche poi di governare insieme al Cavaliere, schierandolo dalla parte sbagliata nel derby “responsabili contro populisti”. È preoccupante che un segretario, privo di questo “mandato straordinario”, si sia illuso di poter traghettare il Pd (giustamente depurato di ogni ideologia, ma colpevolmente svuotato di ogni identità) verso uno sbocco che ne stravolge la natura e il destino. È inquietante che la “talpa cieca” del Nazareno (come l’ha definita Ezio Mauro) abbia pensato non di scavare il suo tunnel a sinistra, ma di scavarsi la fossa con la destra.

Ma in questa vicenda oscura resta da segnalare anche un’altra anomalia. Il problema non è che le scottanti rivelazioni di un “mammasantissima” escano proprio adesso, nei giorni in cui il Palazzo si scontra sul sistema elettorale e si incontra sulle Larghe Intese: il sacro anatema dell’Unto del Signore, “giustizia a orologeria!”, lascia il tempo che trova in un Paese in cui quell’orologio, che incrocia inchieste giudiziarie a raffica e scadenze elettorali a ripetizione, non smette mai di ticchettare. La coincidenza spiacevole è un’altra, e cioè che tra i quattro pm di Palermo che proprio ieri mattina hanno depositato la solita Treccani da 5000 pagine di intercettazioni ci sia anche Nino Di Matteo, toga anti-mafia di primissima linea, che giusto dieci giorni fa al seminario sulla giustizia organizzato dai Cinque Stelle a Montecitorio, rispondendo a chi gli chiedeva se si sentisse pronto a fare il ministro tecnico di un governo pentastellato, aveva risposto testualmente: “L’esperienza di un magistrato può essere utile alla politica”.

La sala grillina lo ha acclamato con una standing ovation. Luigi Di Maio lo ha accolto con un “siamo contenti della sua disponibilità “. Non ci sogneremmo mai di pensare che ci sia un nesso tra questo endorsement e il caso Graviano. Primo, perché Di Matteo è magistrato integerrimo. Secondo, perché la procura palermitana è organo collegiale. Ma in questa Italia, che scivola ormai verso il “teatro dell’assurdo”, almeno chi opera nelle istituzioni ha il dovere di non recitare troppe parti in commedia.

Sturmtruppen

MARCO TRAVAGLIO

Montanelli diceva: “Per quanti sforzi facciamo, non riusciamo mai a pensare abbastanza male dei politici italiani”. Nel senso che questi riescono sempre ad andare oltre le più funeree aspettative. Ma il vecchio Indro non campò abbastanza per vedere all’opera quelli del Pd. L’altro giorno, per dire, si erano messi d’accordo con FI e M5S sul modello tedesco. Si pensava, ingenuamente, che avrebbero preso la legge elettorale della Germania e l’avrebbero copiata paro paro (a parte i pochi correttivi imposti dal fatto che là il numero dei parlamentari può variare, mentre qui è fisso per Costituzione). Invece no: era troppo bello per essere vero. Soprattutto troppo semplice. Noi “lo famo strano”, alla Verdone, sempre. Se uno agisce male è perché pensa male. E infatti qual era il retropensiero del trust di cervelli renziani mentre dicevano “tedesco”? “Italicum”. Sono fatti così: se uno gli domanda dove vanno in vacanza, rispondono “In Sardegna”, e hanno già in tasca il biglietto per le Eolie. O viceversa. Siccome l’Italicum gliel’ha incenerito la Consulta, l’hanno pensata bella: lo tritiamo a spezzatino, lo infiliamo in tocchi qua e là nella nuova legge, la chiamiamo “Germanicum” e magari quelli ci cascano. Ammazza che volpi. La furbata è opera di Emanuele Fiano che, essendo un architetto che s’è sempre occupato di servizi segreti, finanze, trasporti e poste, è il loro massimo esperto in leggi elettorali (del resto, visti i risultati degli esperti alla D’Alimonte, va bene pure un netturbino). Il Fiano Regolatore si mette subito all’opra, compulsando i sacri testi, cioè le annate di Sturmtruppen, e in meno di 24 ore scodella il maxiemendamento che, nelle intenzioni, dovrebbe trasformare il Verdinellum-Rosatellum in qualcosa che somigli vagamente al tedesco. Purtroppo la riuscita è parecchio stentata e lo capiscono anche i bambini scemi che è un intruglio italiota. In compenso in Germania si ride di gusto.

L’unico punto di contatto del modello Pd-Sturmtruppen col sistema tedesco è che metà dei parlamentari saranno eletti con l’uninominale di collegio (un solo nome per partito) e metà col proporzionale su liste bloccate (3 o 4 candidati). Tutto il resto non c’entra una mazza.

La Germania ha una sola Camera elettiva, il Bundestag (mentre il Bundesrat è formato dei delegati dei governi dei Länder), con due schede: in una si barra il candidato uninominale, nell’altra la lista proporzionale. Quindi si può dare voto disgiunto: se ti piace un candidato uninominale, lo voti; ma, se la lista proporzionale del suo partito non ti garba, ne voti un’altra.

giocatori.jpg

Invece il Pd-Sturmtruppen ci dà una sola scheda per ogni Camera, così dobbiamo prendere a scatola chiusa tutto il pacco confezionato dal capopartito: candidato uninominale e listino bloccato. Se uno è buono e l’altro fa schifo, pazienza: prendi 1, paghi 2.

In Germania nessuno può candidarsi in più collegi: basta e avanza un posto nell’uninominale e uno nella lista proporzionale. Già, ma così i raccomandati dai capi rischiano di finire trombati. Ecco dunque il Fiano Regolatore, ripescare le multi-candidature-paracadute. Furbo, lui: ci si può presentare in un collegio uninominale e fare pure il capolista in tre circoscrizioni proporzionali. Così se non si esce qui si rispunta là, o lassù, o laggiù. La casta è blindata. Come nell’Italicum.

In Germania chi arriva primo nel collegio uninominale, cioè prende più voti degli altri candidati, è certamente eletto. Nello Sturmtruppen pidino non è sicuro: calcolati quanti seggi spettano in ciascun collegio a ogni partito che ha superato il 5% (su base nazionale per la Camera e regionale per il Senato), si comincia ad assegnarli a partire dai capilista dei listini bloccati proporzionali. Cioè dai raccomandati dai capi, che non rischiano nulla: prima del voto già sanno che saranno parlamentari, a prescindere dai voti (purché la lista superi il 5%). Se avanzano posti, si prosegue col vincitore del collegio uninominale. Se poi restano poltrone disponibili, se le accaparrano i numeri 2, 3 e 4 della lista proporzionale. E solo quando i listini sono finiti si passa eventualmente al primo dei non eletti nell’uninominale. Un sistema talmente farraginoso che ci vorranno giorni, chiuse le urne, per capire chi entra e chi no alla Camera e al Senato. Cioè: quelli che fino al 4 dicembre volevano “sapere chi governa già la sera delle elezioni” ora non vogliono farci sapere neppure chi è stato eletto. Una cosa però dev’essere certa: chi non viene scelto direttamente dai cittadini (il capolista proporzionale) ha più chances di chi viene votato con la croce sul suo nome (il candidato uninominale). Sulla carta, sono bloccate le liste: nei fatti, sono bloccati i capilista. Esattamente come nell’Italicum.

Ora, se il sistema tedesco ha un difetto, è quello di consegnare metà dei parlamentari alle segreterie dei partiti, che compilano le liste bloccate sul proporzionale per far eleggere chi vogliono loro. Dopo 10 anni di Porcellum, si sperava che fosse modificato proprio qui, abolendo le liste bloccate e dando più potere agli elettori con la doppia scheda (per il voto disgiunto) e la preferenza unica (nella quota proporzionale esce chi prende più voti, non chi è stato piazzato dal capo in cima alla lista). Invece si fa esattamente l’opposto: niente preferenze; trucchetti per riciclare i capilista bloccati e le multicandidature dell’Italicum; e precedenza ai candidati nominati dalla casta su quelli eletti dal popolo. Un bel messaggio per i cittadini che chiedono di incidere di più: rassegnatevi, chi eleggete voi conta molto meno di chi nominiamo noi. Fortuna che non è passata la legittima difesa by night. Sennò, dopo il tramonto, ci sarebbe da divertirsi.

Il detective-rapinatore

MARCO TRAVAGLIO

In uno dei suoi film minori più divertenti, La maledizione dello scorpione di Giada, Woody Allen è l’investigatore C.W. Briggs che, per conto di una compagnia di assicurazione, indaga su certe misteriose rapine: alla fine si scopre che il ladro è lui. La storia ricorda quella del cosiddetto ministro dei Beni culturali Dario Franceschini che due anni fa, in preda a un attacco di esterofilia, ha la bella pensata di prendere dall’estero sette direttori di alcuni tra i più prestigiosi musei italiani, come se in Italia non avessimo gente all’altezza. L’ideona, come tutto ciò che usciva dalla premiata ditta Renzi&C., viene subito spacciata per “grande riforma dei musei” e accolta da cori unanimi di giubilo: una schiera di boccucce a culo di gallina esplodono in standing ovation di stupefatta ammirazione. Nessuno, nell’empito leccatorio, fa caso a un paio di trascurabili dettagli. Primo: la nostra legge, come in tutti gli altri Paesi, prevede che i dirigenti della Pubblica amministrazione dello Stato Italiano (compresi i direttori dei musei), siano cittadini dello Stato Italiano. Strano, vero? Secondo: i concorsi per i direttori italiani e stranieri dei musei hanno bypassato le più elementari regole di trasparenza, cambiate in corso d’opera con colloqui a porte chiuse poco controllabili (addirittura in due casi via Skype, rispettivamente dall’Australia e dagli Usa: sistema che non esclude la presenza di suggeritori non inquadrati accanto all’esaminando) e con punteggi farraginosi e poco verificabili, per far vincere chi doveva vincere.

Così una pletora di esclusi senza uno straccio di spiegazione fanno ricorso. A chi? Al Tar del Lazio, il tribunale deputato a verificare la legittimità degli atti della Pubblica amministrazione. Questo li esamina e ne accoglie due, annullando la nomina dell’austriaco Peter Assmann al Palazzo Ducale di Mantova (sia perché non italiano sia perché nominato con procedure non trasparenti) e di quattro italiani (perché nominati con procedure non trasparenti). Anziché chiedere scusa e rifare il concorso secondo le leggi, Franceschini tuona contro il Tar, reo di esporre l’Italia a una “figuraccia mondiale”, peraltro tutta sua. Renzi si duole di non aver riformato i Tar per imporre loro di dare sempre ragione al governo e torto alle leggi. Tutt’intorno un coro di trombe, trombette e tromboni si straccia le vesti contro quei parrucconi dei giudici allergici al cambiamento e pure xenofobi. C’è chi cita l’aumento dei visitatori dei musei diretti da stranieri (com’è noto, i turisti accorrono agli Uffizi e a Brera per ammirare non le opere esposte, ma i direttori forestieri).
E chi sproloquia di libera circolazione della cultura (provate a proporre un italiano a direttore del Louvre, e vedrete cosa vi rispondono a Parigi). Par di vederlo, Franceschini, che si aggira per i corridoi del ministero domandando a destra e a manca chi è quello stronzo che nel 2001 mise nero su bianco nella legge 165 che ai concorsi del Mibact possono concorrere anche cittadini europei ed extracomunitari, ma non per le posizioni dirigenziali apicali come le direzioni dei musei. Domenica il Fatto gli risponde: è stato lui. Forse non si è riconosciuto, perché all’epoca era senza barba, ma il sottosegretario a Palazzo Chigi del governo Amato che a inizio 2001 varò quella legge era proprio Dario Franceschini. Un classico colpo di scena da commedia noir, come quella di Allen. Ma anche da opera buffa (il Ballo in maschera di Verdi) e persino da tragedia greca (l’Edipo Re di Sofocle): l’investigatore che, alla fine, si scopre assassino. Uno normale, al posto di Franceschini, si scaverebbe una buca, ci si infilerebbe dentro, ricoprirebbe con uno strato di terra e sparirebbe dalla circolazione. Lui no. Chiede la sospensiva della sentenza al Consiglio di Stato, che ieri gliela nega. Intanto decide di cambiare la (sua) legge che rende illegali quelle nomine (dunque ha ragione il Tar). Come? Infilando nella manovrina un emendamento “interpretativo” per salvare gli altri 6 direttori stranieri da probabili nuove pronunce del Tar. Ma sbaglia a scriverlo: per avere effetto retroattivo sul concorso incriminato, la norma dovrebbe spiegarne meglio una già esistente, invece questa è una deroga al decreto del 2014 che “riformava” i musei: infatti esclude i direttori museali dalle regole sulle assunzioni nella PA. Nemmeno una parola sulla nazionalità, né tantomeno sulle procedure opache che poi sono il motivo principale della bocciatura del Tar. E comunque si tratta di una norma nuova di zecca, non un’interpretazione di una vecchia: dunque, oltre a contraddirne altre tuttora vigenti, può valere al massimo per i concorsi futuri, non certo sanare ex post quelli passati. Peso el tacòn del buso.

A questo punto persino un superego debordante alzerebbe bandiera bianca e andrebbe a nascondersi in Papuasia (sempreché gli indigeni non avessero nulla in contrario), facendo perdere le proprie tracce in saecula saeculorum, magari dopo averci lasciato una riforma – questa sì benemerita – che consenta di importare dall’estero i ministri. Lui no: immarcescibile e impermeabile non solo alle leggi (le sue), ma anche al ridicolo, si fa intervistare da Repubblica sulla riforma elettorale, senza una sola domanda sulla catastrofe dei musei, ci mancherebbe. Intanto gli esplode in mano la rivolta dei teatri italiani, inferociti per i 4 milioni “fuori busta” all’Eliseo di Roma, ultimo strascico della dissennata distribuzione dei fichi secchi del Fus (il fondo unico dello spettacolo dal vivo, altro fiore all’occhiello del suo ministero). Forse il paragone con l’investigatore-rapinatore di Allen è troppo benevolo: diversamente da C.W. Briggs, che agiva sotto ipnosi, Franceschini pare sia lucido.

Chiamate l’esorcista

MARCO TRAVAGLIO

A parte il cerone, il capino asfaltato, i miliardi, le televisioni, la condanna, le prescrizioni e le olgettine, che comprensibilmente tiene per sé, Silvio Berlusconi può dirsi soddisfatto: tutto il resto della sua eredità è in buone mani, essendosi trasferita come per possessione diabolica dal suo corpo a quello di Matteo Renzi. Dopo l’attacco alla Costituzione, il Ponte sullo Stretto, le leggi pro-evasori e antigiudici, l’occupazione della Rai, il Jobs Act, l’abolizione dell’articolo 18, la compravendita di parlamentari, il ministero ad Alfano e i voti di Verdini, l’assalto alla Procura di Napoli per la giustizia a orologeria e l’accanimento giudiziario, mancava soltanto l’attacco alle sentenze. Ed è puntualmente arrivato l’altroieri, appena un Tribunale – il Tar del Lazio – ha avuto finalmente il coraggio di dare torto a chi ha torto: cioè al cosiddetto ministro dei Beni culturali Dario Franceschini, che per nominare direttori dei musei chi voleva lui ha calpestato almeno due leggi, chiamando il tutto “riforma dei musei”. La questione sottoposta alla giustizia amministrativa da due dei tanti professori esclusi senza una sillaba di spiegazione è molto semplice e non c’entra nulla col valore personale o con i risultati dei cinque direttori stranieri bocciati. Una legge del 2001 stabilisce che i dirigenti dello Stato Italiano di interesse nazionale devono essere cittadini italiani. Così come in Francia francesi, in Germania tedeschi e così via. Il principio è ritenuto bizzarro? Come ha fatto per tante altre leggi, il governo Renzi poteva cambiare anche questa. Invece l’ha lasciata e poi l’ha violata: purtroppo non si può.pensatore.jpg

Un’altra serie di leggi impone, per i concorsi di selezione dei dirigenti statali, una serie di criteri di trasparenza che mettano tutti gli aspiranti in condizione di concorrere e che non parrebbero compatibili con le prove orali a porte chiuse o via Skype dai 5 ai 9 minuti (al massimo) effettuate per i musei in questione. La trasparenza non piace? Basta abolirla e stabilire che fanno tutto Renzi e Franceschini aumma aumma. Invece non l’hanno abolita, anzi ogni due per tre si sciacquano la bocca con l’Anac del Cantone multiuso. L’hanno semplicemente violata. E purtroppo non si può. In un paese serio, chi dà simili prove di cialtroneria e analfabetismo, miste alla consueta arroganza, chiede scusa e si dimette o viene accompagnato alla porta. Qui no. Franceschini tuona contro la “figuraccia mondiale”, espressione perfetta per un’autocritica: invece è un attacco al Tar che fa rispettare le leggi votate dal Parlamento di cui fa parte lui e confermate da due governi di cui fa parte lui.
Renzi, posseduto da B., va anche oltre: “Non abbiamo sbagliato perché abbiamo provato a cambiare i musei: abbiamo sbagliato perché non abbiamo provato a cambiare i Tar”. Non osiamo immaginare come voglia cambiarli: magari obbligandoli a dar sempre ragione al governo, specie quando è suo (poi magari passerà al Consiglio di Stato, dove ha paracadutato contro la legge la vigilessa Antonella Manzione, già capo del suo ufficio legislativo e coautrice di tante leggi scritte coi piedi). B. non avrebbe saputo dire meglio: se il giudice ti dà torto, non hai torto tu, ma il giudice. E bisogna riformare la giustizia per fare in modo che ti dia sempre ragione, a prescindere. Il fatto che il governo Renzi abbia violato la legge è un optional: se la legge dice il contrario di quello che fa Renzi, non è Renzi che è un fuorilegge, è la legge che è fuoriRenzi. Dunque non va nemmeno cambiata: va disapplicata e basta. Ora, per dire, gli studenti bocciati alla maturità potranno applicare il lodo Renzi-B. e chiedere la rimozione degli esaminatori: se ti respingono il ciuccio non sei tu, sono loro. Ora voi direte: questi peracottari verranno messi a posto dai giornalisti e dagl’intellettuali, cioè dagli opinion makerche formano l’opinione pubblica: magari ricordando le altre “riforme” del triennio renziano rase al suolo ora dal popolo (Costituzione Boschi&Verdini), dalla Consulta (Italicum e Madia), dal Consiglio di Stato (banche popolari), dal governo Gentiloni (Buona Scuola e Jobs Act) e dallo stesso Renzi (legittima difesa by night); e notando che sbagliare le leggi e poi incazzarsi con gli altri è roba da Asilo Mariuccia. Invece no. I cani da riporto del potere si sono subito affrettati a dar ragione ai fuorilegge e torto al Tar che rispetta la legge.

Per Francesco Merlo di Repubblica, la sentenza dice che i direttori bocciati “sono bravi e dunque illegali”: dice tutt’altro, ma mica si può scrivere. Per il mondadoriano Gian Arturo Ferrari, sul Corriere, la sentenza è “assurda” e l’osservanza della legge è “sadismo burocratico”. O, per dirla con Luigi La Spina de La Stampa, “dittatura del cavillo”. Sul Messaggero, Oscar Giannino scuote il capo implume e sconsolato: qui non si può neppure più violare la legge in santa pace, e questa è “l’immagine di un Paese irriformabile”, regno dei “privilegi di casta” (i plurititolati professori esclusi senza uno straccio di motivazione sarebbero “casta”). Un grande abbraccio all’insegna delle fake news affratella la stampa di destra, centro e sinistra, in vista del Giornale Unico che fa da scorta al Partito Unico renzusconiano. Naturalmente la regola tipicamente sovietica o nordcoreana secondo cui le sentenze devono sempre dare ragione al governo non vale per tutti: dipende da chi governa. A Capodanno, quando il Tar del Lazio sospese l’ordinanza anti-botti della giunta Raggi – e non per violazioni di legge, ma per difetto di motivazione – nessuno si scagliò contro i giudici, ma tutti menarono la Raggi. Il Pd diede la colpa alla “sindaca incapace” che “non sa nemmeno scrivere un’ordinanza”, “non ne azzecca una” e “se ne deve andare”. Parola di un branco di buoni a nulla capaci di tutto.

Lo Statista di Casoria

MARCO TRAVAGLIO

Ci sono giornate che partono subito bene, soleggiate e radiose, poi però arriva un nuvolone nero a rattristarle. È quel che ci è accaduto ieri, nell’apprendere che l’onorevole sottosegretario Gennaro Migliore da Casoria non verrebbe mai a cena con noi, mentre con Berlusconi perché no. L’ha detto lui a Un giorno da pecora. E quel pensiero funesto (“mai a cena con Gennaro Migliore, che sfiga”), misto a un’inestinguibile invidia per B. (“lui a cena con Gennaro Migliore, che culo”) ci ha rovinato il pomeriggio e la sera. E non solo a noi. Mettiamoci nei panni degli elettori di sinistra che nel 2013 votarono Sel contribuendo all’elezione di Migliore, per poi vederlo traslocare armi e bagagli nel Pd; e anche nei panni degli elettori di centrosinistra che nel 2013 votarono Pd nella rassicurante certezza che non avrebbero contribuito all’elezione di Migliore, salvo ritrovarselo tra i piedi a parlare e a sottosegretarieggiare a nome loro. A questa brava gente va la nostra più sentita solidarietà, ma anche un’esortazione. Non sentitevi in colpa, non siete stati voi a spedire alla Camera e al governo un simile statista, avete un alibi di ferro: essendo entrato a Montecitorio nel 2006 col Porcellum per non uscirne mai più, il nostro eroe non ha mai provato l’ebbrezza di avere degli elettori, per la semplice ragione che non fu mai eletto. Ma sempre nominato, piazzato tre volte in cima alla lista bloccata di Sel e paracadutato alla Camera. Una bella consolazione per gli elettori, ma anche una bella comodità per lui. Così non deve render conto a nessuno di ciò che fa, dice ed, eventualmente, pensa.

Ora, per dire, è impegnatissimo a cancellare le tracce del suo antiberlusconismo, in vista del nuovo patto del Nazareno con B. Un’impresa di pulizie già ardua per quelli del Pd, ma doppiamente improba per gli ex-Sel come lui, passato direttamente da Vendola a Renzi senza passare dal via. Lui, alla radio, pensa di cavarsela così: “B. l’ho combattuto politicamente, ma non personalmente”. Quindi ci andrebbe non solo a cena, ma anche al governo, dove peraltro già convive con Alfano – dopo averlo accusato di “aggredire la magistratura con frasi intimidatorie che non possono non destare inquietudine” (13.5.13) – coi voti di Verdini e altra bella gente. Seguono strali al Fatto che osa ricordare il curriculum giudiziario di B. Un tempo, quando attaccavamo B., s’incazzavano B. & C.. Ora s’incazza Migliore. Lui del resto non l’ha mai attaccato personalmente. Diceva solo che B. “è vittima di utesta.pngna pericolosa sindrome staliniana, quella delle repressioni militari di Budapest e Praga” (22.10.2008).
“O sta davvero male, oppure si prepara ad atti profondamente illiberali. In entrambi i casi, si tratta di un uomo pericoloso” (26.6.09). “Fa persino tenerezza mista a compassione quando, in un impeto di senilità, cerca di trasformare lo squallore della vicenda escort in cui è coinvolto sino al collo in una prova di italico machismo” (10.9.09). “È divorato dall’odio per la democrazia. Odia tutti quelli che non lo riveriscono. Odia la legge uguale per tutti. Odia e minaccia la nostra libertà” (9.6.10). “È un vecchio satiro con gusti necrofili”che “immagina il futuro del Paese a sua immagine: ossia in via di imbalsamazione” (12.9.10). “È il momento di staccargli la spina ed evitare accanimenti terapeutici”(21.1.11). Insomma “è grottesco” (28.3.08) e “disgustoso” (19.2.11). Di qui l’appello a “tutta l’opposizione per costruire un ‘comitato di salute pubblica’ contro le farneticazioni e le pericolose iniziative di B., una mobilitazione permanente per impedire un colpo di mano dell’esecutivo sull’impunità del premier e sull’impianto della Costituzione” (10.12.09).

Tutte critiche politiche, mica personali. Del resto è sulla politica che la coerenza del Migliore emerge in tutta la sua rocciosità. Ora che Renzi lavora alle larghe intese con B., e l’accelerato Casoria-Arcore dietro, sarà un gioco da ragazzi dimostrare che lui l’ha sempre pensata così. “Alle larghe intese possono pensare solo B., Confindustria e tutti quelli che non hanno il polso delle necessità reali del Paese” (27.10.06). “Siamo contrari comunque a qualsiasi forma di governo che contempli nella maggioranza il Pdl e B.” (28.3.13). “Speriamo che non si faccia mai un governo con B.” (4.4.13). Perciò voleva cancellare la Gasparri e l’ex Cirielli, levare le frequenze a Rete4, varare una legge draconiana sul conflitto d’interessi. Faceva scudo col suo corpo alla Costituzione che “non si tocca e la difenderemo con la lotta” (7.10.09) e “mai come in questi tempi sentiamo quanto sia moderna e forte” (25.4.2010). E invocava una legge elettorale “col sistema tedesco” (9.11.07), mentre l’Italicum “è maleodorante” e “l’unico ricordo (spero non indelebile) che ne resterà sarà l’accordo Renzi-B.” (12.3.14).

Poi votò l’Italicum, la controriforma costituzionale e tutte le altre porcate neoberlusconiane del compagno Renzi, di cui diceva: “Casini e Renzi ignorano cosa voglia dire cambiare la politica di cieca austerità che ottusamente difendono” (3.11.12). Ben altri erano i soggetti con cui dialogare contro “il populismo di B.” (25.4.10). Tenetevi forte: “Certamente voglio dialogare con i 5Stelle su un programma credibile che intercetti la domanda di cambiamento” (26.2.13). Oggi invece i populisti da combattere sono i 5Stelle, con l’aiuto del noto europeista moderato B. Verrebbe quasi da domandare a Gennarino: “È forse un caso di doppia personalità?”. Ma anche questa frase è sua: “Da una parte dr. Berlusconi e dall’altra mr. Papi?!” (21.1.11). Forse, oltre a cambiare partito, lo statista di Casoria dovrebbe pure cambiare cognome. Che, fra l’altro, appare francamente eccessivo.

Tutto è perdonato

MARCO TRAVAGLIO

Rinfacciare a Renzi le sue bugie è come accusare Fabri Fibra o J-Ax di fare rap. Ma noi eravamo rimasti ai suoi proclami: “Un condannato, in un Paese civile, va a casa da sé” (30.8.2013), “Una sentenza definitiva dice che è colpevole: in un qualsiasi Paese dove un leader politico viene condannato, la partita è finita. Game over” (11.11.2013), “Mai più inciuci né larghe intese con Berlusconi” (28.10.2013). Ora invece usa la legge elettorale per un Patto del Nazareno-2 che apra la strada a un governo con B. nella prossima legislatura. Tant’è che esclude alleanze solo con M5S e Mdp, e chiama “pregiudicato” Grillo, non B. Eppure B. è pregiudicato per frode fiscale e Grillo per un incidente stradale del 1981 che, politicamente e moralmente, fa una certa differenza. Si dirà: ma Renzi si era già rimangiato tutto nel gennaio 2014, quando siglò il Patto del Nazareno-1. Ma c’è una bella differenza tra allora e oggi. Tre anni fa Renzi s’apprestava ad andare al governo e voleva riformare la legge elettorale Porcellum (appena bocciata dalla Consulta) e la Costituzione. Non avendo i numeri per farlo da solo e volendo coinvolgere le opposizioni, si era rivolto ai 5Stelle, che l’avevano sfanculato. A quel punto aveva coinvolto l’altro terzo del Parlamento: il centrodestra. Operazione legittima, anche se poi produsse i due aborti dell’Italicum (poi cancellato dalla Consulta) e la controriforma costituzionale Boschi (poi rasa al suolo dal popolo italiano).

rosatellum-1Ora i 5Stelle sono finalmente scesi dalla loro torre d’avorio e hanno offerto a Renzi i loro voti per una legge elettorale condivisa, partendo dalla legge ritagliata dalla Corte sulle spoglie dell’Italicum, ma disposti a modificarla. E rappresentano tanti elettori quanti il Pd. Dunque Renzi non ha alcun motivo di tagliarli fuori, mentre ne avrebbe parecchi per escludere FI, anche se tutti – non solo lui – fingono di dimenticarli. Domenica i maggiori quotidiani italiani, Corriere e Repubblica, si sono schierati in stereofonia per un bel governo Renzi-B. che salvi l’Italia da “populisti”,“sovranisti”, “antieuropeisti” in due editoriali che, se non fossero tragici, sarebbero comici. Sul Corriere, il politologo Michele Salvati, ex deputato dell’Ulivo, tra gl’inventori di quel capolavoro che è il Pd, ci spiega che Renzi e B. devono unire i loro “opposti moderatismi” per il nostro bene contro i 5Stelle incapaci e nemici della democrazia, e in nome dell’“Europa”. I due gli “sembrano affidabili, da soli o in collaborazione fra loro, come leader di un’Italia che partecipa a pieno titolo al processo di riforma dell’Ue”. Perbacco, roba forte.
Entrambi – ci illumina Salvati – “sembrano convinti che la prossima debba essere una legislatura costituente” per “riprendere i processi di riforma elettorale e costituzionale” in vista di una “democrazia governante”, come se non fossero già stati bocciati dalla Consulta e dagli elettori. Purtroppo – si incupisce Salvati – il noto “moderato” B. ha un handicap. Non, per carità, il fatto che sia un delinquente seriale condannato per frode fiscale e pluriprescritto per altri gravissimi delitti, e che il suo partito sia pieno di criminali, dall’ideatore Marcello Dell’Utri (in galera per mafia) in giù: queste sono quisquilie. Ma il fatto che B. voglia allearsi con i “sovranisti di Lega e Fratelli d’Italia”. Ecco, il problema non è lui, ma le cattive compagnie: frequenta incensurati. La stessa tesi, su Repubblica , sostiene Scalfari, che da mesi implora Renzi di allearsi con “il centro-destra moderato (sic, ndr) di Alfano e Berlusconi”. Il Caimano sarebbe proprio perfetto, se si scrollasse di dosso Salvini che – horribile dictu – è “a ridosso di Putin”. Invece B. e Putin non si conoscono proprio.

Tale è il terrore delle élite italiote di perdere le greppie di riferimento e di non riuscire a controllare un governo dopo 60 anni, che dimenticano, rimuovono e condonano tutto. Anche la storia dell’ultimo quarto di secolo: le sentenze definitive, le leggi ad personam e ad aziendas, i conflitti d’interessi, le devastazioni della Costituzione e della Giustizia, le tangenti, i fiumi di fondi neri, i rapporti con le mafie, i giudici comprati, i vilipendi ai magistrati, l’illegalità legalizzata e rivendicata, le epurazioni in Rai e nei giornali, le compravendite di parlamentari per tenere in piedi i suoi governi minoritari e rovesciare quello maggioritario di Prodi, le complicità con le guerre criminali in Afghanistan e Iraq che hanno poi creato l’Isis, le menzogne elevate a sistema, le corna e le figuracce in giro per il mondo, i sabotaggi di ogni vagito di politica comune europea, i baciamano a Gheddafi, le riverenze ai peggiori tiranni, i bagordi nelle dacie di Putin. Tutto perdonato, tutto prescritto: anche le parole di fuoco che per 20-30 anni Salvati e soprattutto Scalfari hanno scritto contro la più grave minaccia che si sia mai abbattuta nell’ultimo mezzo secolo sulla democrazia italiana.

Ora, che Renzi abbia cambiato idea su B., ci può anche stare: è un ometto senza memoria né scrupoli né pudore perché non ha un passato né un’idea né un’etica e, pur di tornare al potere, è disposto a tutto. Ma se due intellettuali del calibro di Scalfari e Salvati compiono un’inversione a U, anzi a B., così repentina, trasformando un ex pericolo pubblico in un europeista moderato, uno straccio di spiegazione sarebbe auspicabile. B. ha molti difetti, ma non quello di nascondersi o camuffarsi: è sempre lo stesso e si è sempre saputo chi è. Sono Scalfari e Salvati che sono cambiati. E ora dovrebbero precisare se sbagliavano o mentivano ieri, oppure sbagliano o mentono oggi. Non a noi apòti, che non ce la siamo mai bevuta. Ma ai loro affezionati lettori, che potrebbero sentirsi presi lievemente per il culo.

Saldi di fine stagione

MARCO TRAVAGLIO

Il nuovo idolo assoluto è Simona Vicari, senatrice ex schifaniana e ora alfaniana, ovviamente indagata per corruzione, che s’è dimessa da sottosegretario alle Infrastrutture e Trasporti. La Procura di Palermo la accusa di aver infilato un emendamento nella legge di Stabilità che dimezzava l’Iva (dal 10 al 5%) sui trasporti marittimi urbani in cambio di un Rolex da 5.800 euro, omaggio tangentizio dell’armatore Ettore Morace che, già che c’era, le aveva pure assunto il fratello Manfredi (incaricato della consegna dell’orologio alla sorella). “Sei stato davvero un tesoro”, lo ringraziò lei al telefono. Poche ore dopo le dimissioni, ha rilasciato una strepitosa intervista al Corriere: un monumento alla nuova politica 2017, da delibare parola per parola.

1. “Sono assolutamente serena”. È uSchermata 2017-05-23 alle 08.40.14.pngna premessa fissa, la clausola di stile di ogni inquisito che si rispetti. Dire “sono assolutamente innocente” non si usa più da un pezzo: troppo compromettente. Meglio “sereno”, più flessibile e aperto a ogni esito processuale. E poi mettiamoci nei suoi panni: una che stava con Schifani e ora sta con Alfano con l’aggettivo “innocente” rischia sempre di offendere qualcuno. E prima o poi potrebbero chiedergliene conto: come sarebbe a dire “innocente”? Vuoi sottintendere che noi non lo siamo? Del resto, se una è innocente, non si vede perché si iscriva a FI, poi a Ncd, poi ad Api: che sia un’infiltrata? Si fa presto ad attirare le peggiori maldicenze, tipo il sospetto di concorso esterno in onestà. Lo dice pure Cetto La Qualunque al figlio: “Non mettere il casco in moto, sennò ti prendono per ricchione”.

2. “Io non ho agito nell’interesse di una persona, ma di un’intera categoria”. Già. Peccato che poi un armatore le abbia fatto il regalino e gli altri no. E le leggi andrebbero approvate gratis: altrimenti è corruzione. Almeno per il Codice penale. Invece il Parlamento suole coprire con l’immunità i politici che si vendono le leggi, in nome dell’insindacabilità per i “voti espressi”. Anche quando sono a pagamento. Quindi ci sono buone speranze che il Senato neghi ai pm l’autorizzazione a usare le intercettazioni della Vicari che ringrazia Morace per il gentile pensiero. Tipico caso di giustizia a orologeria, marca Rolex.

3.“Ho letto che sarei accusata di corruzione. Ma di che  parliamo? Quell’orologio riguarda rapporti con le persone che uno ha a prescindere. Dalle intercettazioni si capisce benissimo si tratta di un regalo di Natale”. In effetti chi di noi non ha un armatore che, a ogni Natale, gli regala un Rolex a prescindere? Chi è senza Rolex di Morace scagli la prima pietra.

4.“Poi sì, io l’ho chiamato per ringraziare. Ma se lo avessi fatto per corruzione, secondo lei avrei ringraziato?”. Ecco, noi dobbiamo confessare una certa ignoranza sul galateo della corruzione: pensavamo che, alla consegna della mazzetta o del Rolex, fosse buon uso o buona educazione ringraziare. Invece la Vicari, che deve avere una certa esperienza in materia, ci spiega che in caso di corruzione è severamente sconsigliato ringraziare. A costo di passare per maleducati, si incassa in silenzio. I tangentisti alle prime armi prendano buona nota: mai dire grazie, altrimenti è corruzione. È un modo per sfoltire il sovraccarico di procure e tribunali: se il corrotto non ringrazia il corruttore, è inutile aprire un’inchiesta, perché quella non si chiama corruzione, ma regalo di Natale. Anche fuori stagione.

5. “Morace ha risparmiato 7 milioni di tasse… Ecco, non le pare che rispetto a questo il valore del Rolex fosse un po’ sproporzionato? Un po’ poco, intendo”. In effetti ultimamente i corruttori hanno il braccino un po’ corto (e figurarsi l’umiliazione della Vicari nell’apprendere che, per il suo Rolex, Morace aveva chiesto “un modello economico” e “col massimo sconto”). Anche perché ormai i politici sono in saldo: vengono via per un tozzo di pane. Di questo passo, si rischia di turbare il mercato e di rovinare migliaia di corrotti. Se uno, in cambio di 7 milioni di sgravi fiscali, si contenta di
5.800 euro (meno dell’1 per mille), è un attimo che la categoria dei tangentari scende sotto la soglia minima di sussistenza. Altro che orologini: un emendamento fiscale vale almeno una barca. Urge riallineare le tariffe dei politici agli standard minimi della libera concorrenza.

6.“Ci sono ministri che hanno preso non uno, ma tre Rolex e sono ancora in carica”. E questo è molto brutto, una vera ingiustizia: loro ministri con tre Rolex, lei non più sottosegretaria con uno solo. Bisogna rimediare subito: o se ne fa mandare altri due e rientra nel governo; o ci dice chi sono gli altri con tre e il partito di Alfano presenta una mozione di sfiducia individuale.

7. “Io che chiedo a Morace di assumere mio fratello? Ma quando mai? Mio fratello si è laureato in Giurisprudenza un anno, un anno e mezzo fa e alla Liberty Lines sta facendo uno stage a tempo determinato. Morace cercava qualcuno…”. In Sicilia, com’è noto, c’è la piena occupazione. E di neolaureati senza lavoro ce n’era uno solo. Appena Morace s’è messo a cercare uno stagista, non poteva che imbattersi nel fratello della sottosegretaria. Ora, sistemato lui, per gli stage vanno a prendersi direttamente i profughi sui barconi.

8. “Il mio rapporto con Morace non nasce da questo episodio, in Sicilia ci conosciamo tutti”. Ma sì, in fondo la Sicilia è un paesone di 5 milioni di abitanti appena, tutti conoscono tutti. Il che spiega, per esempio, come mai è così difficile darsi alla latitanza. A proposito: la Vicari conosce mica un certo Matteo Messina Denaro? Lo cercano, o almeno così dicono, da 24 anni. Visto che lei conosce tutti, gli farebbe un fischio per dirgli di farsi vivo?