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Prima gli italiani

MARCO TRAVAGLIO

Siccome Salvini è un tipo fin troppo sveglio, si esclude che non capisca. Perciò l’unica spiegazione è che finga di non capire, sperando che i suoi numerosi elettori e fan non capiscano un fatto molto semplice: la Lega Nord, col suo ex tesoriere Francesco Belsito, il suo ex segretario Umberto Bossi e i suoi tre ex “revisori dei conti” (ahahah), ha rubato 51 milioni di euro al Parlamento, cioè ai cittadini. Ha presentato carte false per farsi rimborsare tutti quei quattrini per spese e investimenti privati e personali (diamanti in Tanzania, lauree taroccate in Albania ecc.) spacciati per esborsi politico-elettorali. La stessa cosa, per importi inferiori, hanFB_IMG_1535374140410.jpg fatto consiglieri regionali e comunali di FI, Pd, Lega &C. con le truffe sui rimborsi dei gruppi consiliari che, dopo le inchieste e le sentenze, han visto gli indagati e i condannati candidati ed eletti in questo Parlamento (il che rende ridicoli i moralismi di Renzi &C. in casa d’altri). Dei 51 milioni rubati dalla Lega, il Tribunale di Genova che ha condannato in primo grado Belsito, Bossi e i tre sedicenti revisori (tutti e cinque per truffa e il primo pure per appropriazione indebita) è riuscito a sequestrarne solo 2: gli altri 49 sono spariti. Che siano stati spesi, come sostiene la Lega, o dirottati su conti segreti, come sospettano i pm, poco importa. Il derubato, cioè il Parlamento, cioè noi, si è costituito parte civile e il Tribunale gli ha riconosciuto il sacrosanto diritto di riavere indietro la refurtiva.

La legge non solo consente, ma impone il sequestro preventivo dei beni equivalenti al bottino sottratto anche prima che la sentenza diventi definitiva: altrimenti il condannato in primo grado che sa di perdere i quattrini dopo il terzo, li fa sparire subito e, quando arriva la Cassazione con la confisca definitiva, la vittima resta con un pugno di mosche. Dunque il Tribunale di Genova dispose il sequestro dei 49 milioni mancanti dopo la prima sentenza (quella d’appello arriverà tra poche settimane). La Lega ricorse al Riesame, che le diede ragione. La Procura impugnò in Cassazione, che a luglio confermò il sequestro. L’altroieri il nuovo Riesame ha recepito il messaggio, ordinando di prelevare da tutte le casse della Lega l’equivalente della somma rubata e sparita. D’ora in poi –salvo nuovi, disperati ricorsi in Cassazione – qualunque somma donata da parlamentari o privati alla Lega, o a società, onlus, fondazioni a essa legate, verrà incamerata dai magistrati fino ad accumulare 49 milioni. Per un partito all’antica come la Lega, con sedi e circoli sul territorio, è una pessima notizia. E cambiare nome servirà a poco.

Salvini ha già levato “Nord” dal logo senza riuscire giuridicamente a distaccarsi dalla pesante eredità del passato. Anche perché la Lega maroniana si costituì parte civile contro Belsito, ma poi Salvini fece marcia indietro e ritirò la richiesta di danni all’ex tesoriere: temeva che sapesse qualcosa di compromettente? O solo di riaprire la piaga della penosa vicenda umana e politica di Bossi, della sua malattia e del suo cerchio magico? Dovrebbe spiegarlo, anziché attaccare i giudici che obbediscono alla legge. Poi dovrebbe cambiare non il nome, ma la forma e la sostanza del partito, trasformandolo in un movimento leggero. Un po’ come i 5Stelle, che nel 2013 restituirono 49 milioni –guardacaso la stessa cifra –di finanziamento pubblico e il 4 marzo sono riusciti a raggiungere il 32,5% con una campagna elettorale costata 800 mila euro (tutte micro-donazioni private). L’alternativa è lanciare una mega-colletta tra militanti e simpatizzanti per raccogliere quei 49 milioni (10 euro a elettore), consegnarli al Tribunale e ripartire da zero.

Al momento, comprensibilmente sotto choc, Salvini e i suoi preferiscono prendersela con chi non ha colpe: i pm e i giudici che non hanno “attaccato la Costituzione”, ma – repetita iuvant – obbedito a un obbligo. E l’hanno scritto nella sentenza: “Esiste una precisa disposizione di legge che impone la confisca addirittura come obbligatoria nel caso in esame, senza quindi consentire al giudice alcuno spazio di disapplicazione della norma stessa per i dirigenti pro tempore di un partito politico che commettano reati rispetto alle posizioni di qualunque altro imputato”, anche perché “non esiste alcuna norma che stabilisca ipotesi di immunità per i reati commessi dai dirigenti dei partiti politici”. Salvini paragona la sentenza di Genova a quella di un giudice turco che mise fuorilegge un partito di opposizione a Erdogan tagliandogli i viveri. Ma quel partito non aveva dirigenti condannati per truffa: quella sì fu una “sentenza politica”, emessa in un regime antidemocratico; questa è la sentenza di uno Stato democratico su reati comuni commessi da politici. Se avesse voluto dimostrarsi estraneo a quei reati comuni, Salvini –che pure era un dirigente e un parlamentare anche della Lega Nord bossiana – avrebbe dovuto almeno confermare la costituzione di parte civile. E forse non gli sarebbe bastato perché, come notano i giudici del Riesame, “la Lega Nord ha direttamente percepito le somme qualificate in sentenza come profitto del reato in quanto oggettivamente confluite nei conti correnti”: dunque “non può ora invocarsi l’estraneità del soggetto politico rispetto alla percezione delle somme confluite sui suoi conti e dalle quali ha direttamente tratto un concreto e consistente vantaggio patrimoniale”. E anche politico-elettorale: senza il bottino di Belsito &C., la Lega bossiana, maroniana e salviniana avrebbe avuto 51 milioni in meno per le campagne elettorali successive alla grande rapina. Che l’ha avvantaggiata per anni, fino al 4 marzo: ora i voti ottenuti anche grazie a quei soldi se li può tenere, ma il bottino deve restituirlo. Prima gli italiani. O no?

United Dolors

MARCO TRAVAGLIO

Ora che, con soli due giorni di ritardo, giornali e tg hanno finalmente scoperto il nome del concessionario delle Autostrade – Benetton ovviamente per difenderlo dalle proditorie calunnie per il ponte autostradale crollato a Genova, e la casata trevigiana s’è prontamente ricordata dopo appena 48 ore di “esprimere profondo cordoglio alle famiglie delle vittime e la propria vicinanza ai feriti nel tragico crollo” senza neppure attendere i funerali, dobbiamo confessare il sentimento di ammirazione mista a invidia che abbiamo sempre nutrito per Luciano, Gilberto & F.lli, noti imprenditori a pelo lungo passati dal tosare le pecore al tosare gli italiani. Dei loro trionfi imprenditoriali, fin da quando trasformavano gli ovini in maglioni, o usavano bimbi bianchi, gialli e neri per ridurre il razzismo e incrementare il fatturato, o si davano alla Formula 1 regalandoci Briatore, capivamo poco. Ciò che ci lasciava senza fiato erano le loro chiome, soggette a un singolare processo di stagionatura e cromatura. Sulle copertine dei rotocalchi per parrucchieri, che li ritraevano in posa in magioni principesche, sempre molto sorridenti, in smoking, le mani sinistre nelle tasche delle giacche, circondati di marmocchi ma soprattutto cani e gatti (anch’essi a pelo lungo), le loro zazzere non incanutivano con l’età, come per noi comuni mortali: passavano direttamente dal castano all’azzurro metallizzato, per un inspiegabile fenomeno di cui, sempreché si tratti davvero di capelli e non di lane, sono noti due soli precedenti: quello dell’Avvocato Agnelli e quello della Fata Turchina di Pinocchio. Due personaggi che presentano ciascuno un punto comune con i nostri fratellini: il primo, l’abilità nell’accumulare miliardi inversamente proporzionale al numero delle ore lavorate; la seconda, una certa indulgenza verso i bugiardi.

Poi c’è l’alone fiabesco condiviso con la Dinasty trevigiana, sempre indicata col plurale all inclusive, “I Benetton”, senza soverchie distinzioni fra questo e quel membro, nella migliore tradizione del capitalismo famigliare (da Gli Agnelli a Gli Angelucci) o delle serie tv americane: I Simpson, I Jefferson, I Flinstones, I Sopranos. A un certo punto – era il 1999, in piena età dell’oro del centrosinistra – scoprimmo che i fratelli turchini s’erano aggiudicati la concessione di Autostrade per l’Italia, che gestisce oltre la metà della rete nazionale. Nessuno spiegò perché mai un bene pubblico, costruito con le tasse dei cittadini, dovesse fruttare miliardi a un privato, né cosa c’entrassero col cemento e l’asfalto quei simpatici tosatori di pecore e fabbricanti di maglioni.

Eppure quella “privatizzazione”, come i lettori del Fatto ben sanno, era piuttosto singolare. Immaginate un contadino che, dopo tanti sacrifici, riesce ad acquistare una cascina, la ristruttura a sue spese e va ad abitarci. Un brutto giorno, si ritrova all’ingresso un bel casello con dentro un Gilberto o un Luciano che sbuca dalla finestrella e lo apostrofa: “Lei dove va?”. “A casa mia, dove vuole che vada? Lei piuttosto chi è?”. “Sono Gilberto (o Luciano, ndr), il nuovo concessionario: da oggi casa sua è mia, se vuole entrare mi deve 15 euro”. “E perché dovrei pagare lei per entrare in casa mia?”. “Perché l’ha deciso il governo, io sono un imprenditore”. “Ah sì, e cos’ha fatto per la mia casa?”. “Beh, incasso il pedaggio e i dividendi in Borsa, le par poco?”. “Quindi, se si rompe qualcosa, ora ci pensa lei?”. “Non esageriamo: dipende dagli azionisti e dal titolo in Borsa”. Il fatto che nel caso Autostrade il contadino fosse lo Stato, cioè milioni e milioni di italiani che per decenni avevano finanziato con le imposte la rete viaria, avrebbe dovuto sollevare qualche obiezione su un’operazione che regalava a un privato una gallina dalle uova d’oro in regime di monopolio e senza rischi d’impresa, mentre privava la collettività di un bene pubblico che non può sottostare alle regole del mercato: perché le autostrade non devono produrre profitti, ma risorse da reinvestire in manutenzione, sicurezza, nuove infrastrutture e, se avanza qualcosa, taglio delle tariffe. Il contrario di quanto accade da 19 anni: sempre meno manutenzione e sicurezza, sempre più utili ai Benetton (nascosti dietro sigle rassicuranti, tipo “Atlantia”, più adatta a un’astronave, o “Sintonia”, che fa pensare a un gruppo rock).

Ma, si sa, alle privatizzazioni non si comanda, e soprattutto non si domanda. Specialmente se i beneficiari elargiscono qualche aiutino per le campagne elettorali dei partiti che, appena vanno a governo, si sdebitano aumentando le tariffe autostradali senza badare troppo a dettagli tipo gl’investimenti previsti dal contratto (peraltro coperto da segreto di Stato). E se, dal tavolo dei loro banchetti, ogni tanto cade qualche boccone dritto in gola ai giornaloni e alle tv sotto forma di pubblicità. Questo forse spiega perché, dopo il crollo epocale di Genova, stampa e tg non riuscivano proprio a ricordare il nome del concessionario che avrebbe dovuto garantire la sicurezza del Ponte Morandi e che, mentre si cercavano cadaveri, feriti e superstiti fra le macerie, favoleggiava di “costanti monitoraggi”. Molto meglio puntare il dito contro il fulmine, la pioggia, il traffico, la fatalità, il governo che è lì da due mesi, i 5Stelle che avevano osato fidarsi dei comunicati di Autostrade sulla granitica resistenza del ponte e opporsi al progetto faraonico della “Gronda” (che costerebbe, se va bene, 5 o 6 miliardi e soprattutto non sostituirebbe il Ponte Morandi, fermo restando che l’alternativa a un ponte pericolante è un ponte solido, non una grande opera inutilmente cara). Ora sono già in lutto alla sola idea che le autostrade dello Stato ritornino allo Stato. Anche perché poi, a Natale, i maglioni tocca comprarli.

Sotto i ponti

Quando un viadotto autostradale si sbriciola in un secondo seppellendo morti e feriti, tutte le parole sono inutili. Ma quelle di chi incolpa la pioggia, il fulmine, il cedimento strutturale, la tragica fatalità imprevedibile, il destino più cinico e più baro della “costante manutenzione”, sono offensive. Se l’ennesima catastrofe da cemento disarmato si potesse prevedere, lo accerteranno i tecnici e i giudici. Ma che si potesse prevenire già lo sSchermata 2018-08-15 alle 00.22.48.pngappiamo, visto che il ponte Morandi aveva due gemelli italiani, di cui uno già a pezzi e l’altro in manutenzione: per tenere sotto osservazione il terzo non occorreva uno scienziato, bastava il proverbio “non c’è il 2 senza il 3”. Se “il monitoraggio era costante”, allora faceva schifo. Se non c’erano “avvisaglie”, è perché non erano state rilevate. Ora, come dopo ogni terremoto o alluvione di media entità e di enorme tragicità, rieccoci a far la conta dei morti e dei danni, mentre le “autorità” giocano allo scaricabarile. E i palazzinari e i macroeconomisti si fregano le mani per gli affari e gli effetti sul Pil della ricostruzione.

Se il “governo del cambiamento” vuole cambiare qualcosa, deve partire proprio di qui. Cioè da zero. Con scelte di drastica discontinuità col passato: rivedere le concessioni ai privati che lucrano sui continui aumenti delle tariffe in cambio di manutenzioni finte o deficitarie; e annullare le grandi opere inutili, dal Tav Torino-Lione in giù, per dirottare le enormi risorse (anche ridiscutendone la destinazione con l’Ue) su piccole e medie opere di manutenzione, prevenzione e ammodernamento delle infrastrutture esistenti (finora ignorate perché la grandezza dei lavori e delle spese è direttamente proporzionale a quella delle mazzette). Da quando i partiti che hanno sgovernato finora hanno perso le elezioni e il potere, non fanno che esortare i successori a non disperdere il grande patrimonio ereditato. Invece proprio questo un “governo del cambiamento” deve fare: buttare a mare la pseudocultura dello “sviluppo” gigantista e della “crescita” faraonica; e invertire la scala dei valori e delle priorità. Il crollo di ieri ci dice che un ponte pericolante, figlio di un sistema marcio e corrotto, fa più danni di tutti i terroristi islamici, i migranti clandestini, le epidemie di morbillo e le altre “emergenze” farlocche o gonfiate che occupano l’agenda industrial-politico-mediatica. Se vuole cambiare seriamente, il governo si occupi di cose serie con politiche serie. Confindustria, Confcommercio, Confquesta, Confquellaltra e i loro giornaloni si metteranno a strillare? Buon segno: è a furia di dar retta a lorsignori che siamo finiti tutti sotto quel ponte.

MARCO TRAVAGLIO