Schermata 2017-10-11 alle 22.23.31.png

Annunci

Spinoza – No country for old man

Las Vegas, spari sul pubblico di un concerto country. Il country è così: o lo ami o lo odi.

Un pensionato spara dalla finestra e uccide 59 persone. Ne voleva ammazzare solo una ma non si ricordava qual era.

A fare fuoco sulla folla un pensionato di 64 anni. Dunque la Fornero voleva solo proteggerci.

L’autore della strage è un americano bianco. Si capisce dal fatto che ha dovuto ammazzarsi da solo.

La stampa descrive l’omicida come “un pensionato benestante”. Ma non benissimo.

Stephen Paddock possedeva 42 armi da fuoco ma ne aveva portate a Las Vegas solo 23. Quindi si esclude la premeditazione.

Trump: “Paddock era un malato di mente”. Si erano conosciuti a un raduno.

L’Isis rivendica la strage di Las Vegas. Sembra il Pd quando all’estero vince la sinistra.

(Gli altri si sacrificano e l’Isis si prende i meriti. È il modello Marchionne)

Stephen Paddock è il più anziano attentatore nella storia degli Usa. Gli mancavano solo un paio di stragi per la pensione.

L’autore della strage viveva in un complesso residenziale per anziani. Si è radicalizzato sui campi di bocce.

Per Fbi e Cia “non risultano collegamenti con il terrorismo”. O quantomeno stavolta loro non sono coinvolti.

Trovate 23 armi nella stanza d’albergo dell’omicida. 24 se contiamo la Bibbia sul comodino.

(Nei bagagli del killer c’erano numerosi fucili e pistole. Ma gli avevano sequestrato tutte le forbicine)

Aveva acquistato un dispositivo per trasformare i suoi fucili in armi automatiche. La tipica pigrizia dell’americano medio.

Nessuno è entrato nella camera di Paddock per cercare di fermarlo. Aveva messo il cartellino “Non disturbare”.

L’uomo si sarebbe suicidato prima dell’arrivo della polizia. Temeva fossero carabinieri.

A Wall Street volano le azioni dei produttori di armi. Ora tutti vogliono battere il nuovo record.

(Quella di Las Vegas è la peggiore strage da armi da fuoco compiuta in America. Dopo quella fatta con i Winchester)

L’attentatore aveva un brevetto da pilota e possedeva due aerei. Ma ha dovuto fare una scelta.

Lo sceriffo di Las Vegas ha interrogato i responsabili della sicurezza dell’albergo. Dopo averli svegliati con un gavettone.

Paddock era riuscito a introdurre in hotel numerosi fucili automatici. Camuffandoli da prostitute.

La polizia americana: “Non si tratta di un atto di terrorismo”. Sotto le 100 vittime le chiamano “liti tra condomini”.

Il padre del killer era un rapinatore seriale di banche. Consiglio di tenere d’occhio la Boschi.

Donald Trump osserva un minuto di silenzio per i 59 morti di Las Vegas. Quanti ne servono per farlo tacere un giorno intero?

(Una delle vittime aveva combattuto in Afghanistan. Quindi era abituato alle stragi insensate)

Il fratello dell’omicida: “Era una persona normalissima”. Almeno in America.

Vita morigerata

Il profeta nazionale della trasgressione si mostra stasera ai suoi fedeli circondato da uno sbarramento di divieti più consono al raduno di una chiesa evangelica che a un concerto rock. Le ragioni sono evidenti, ma il contrappasso e il paradosso egualmente fortissimi, per noi che amiamo Vasco senza ormai più neanche chiederci perché. Oggi a Modena sarà proibito fare quasi tutto ciò che di solito è permesso. Avere uno zaino sulle spalle, condurre un animale al guinzaglio, guidare una bicicletta e sguainare una di quelle protesi dell’ego altrimenti note come «prolunghe da selfie». Severamente vietato intrufolarsi in un sacco a pelo, compreso il proprio, e aprire ombrelli in caso di pioggia. Ma si sa come va a finire, con i divieti. Una volta che ci prendono gusto, non si fermano più. Il disco rosso della Legge si estende a molte altre attività, diciamo così ricreative, che solitamente ai concerti di Vasco vengono tollerate. Sarà permesso ubriacarsi solo con l’acqua minerale, purché in bottigliette di plastica senza tappi. E sarà consentito ammalarsi, però vietato curarsi con medicinali senza prescrizione. Le nascite sono vivamente scoraggiate, ma non impedite, a differenza delle sepolture. Chi muore prima del bis di Albachiara lo fa a suo rischio e pericolo. Nessuno potrà sposarsi, nemmeno i preti a una certa età (scusate, questo era Lucio Dalla, vietato anche lui), né sostenere gli esami di maturità. Per fortuna, almeno per ora, al concerto di Vasco sarà consentito ascoltare Vasco. Magari mentre canta «Voglio una vita spericolata» e, guardandosi intorno, gli scappa da ridere.

Incompatibilità ambientale

Taormina non vuole i trentotto migranti che le assegna il piano di ripartizione studiato dal governo. Trentotto sono pochi, per di più destinati alla periferia, come racconta Felice Cavallaro su Corriere.it. Il sindaco e gli albergatori ci tengono però a precisare che la loro resistenza non è dettata dal razzismo, ma dall’incompatibilità ambientale. Proviamo a tradurre l’ardito neologismo: per non rovinare l’immagine appena rilucidata con i soldi del G7, i profughi brutti, sporchi e potenzialmente cattivi vanno mandati in località più compatibili, cioè meno turistiche. Sarebbe interessante che il sindaco andasse a dirlo di persona ai colleghi di Giarre, Licata e Acireale, ciascuno dei quali giustamente convinto di vivere nel posto più bello del mondo: prendeteveli pure voi i nostri scarti, noi siamo Taormina e ci teniamo la crème. Diventa difficile pretendere dall’Europa quella solidarietà che ci rifiutiamo di applicare tra italiani.

La Taormina ribelle cavalca però lo spirito del tempo. I migranti non li vuole nessuno e chiunque eccepisca si sente dare del buonista che, se proprio ci tiene, può sempre ospitarli a casa sua. Eppure, da donchisciotte del buonsenso, mi ostino a sognare un sindaco che dica: «Li prendo tutti e trentotto, anzi datemene altri due per fare cifra tonda. Ma a una condizione: che anziché lasciarli a ciondolare in una piazza, possa mandarli a pulire spiagge e strade. Così, oltre ai soldi stanziati per il loro mantenimento, si guadagneranno la fiducia del nostro ambiente, che magari comincerebbe a trovarli compatibili».

Berlusconi e la doppia anomalia

MASSIMO GIANNINI

La “confidenza” del boss di Cosa Nostra Giuseppe Graviano, che in carcere rivela a un camorrista “Berlusca mi chiese questa cortesia…”, non è solo una voce lontana che sale dall’Oltretomba della Repubblica per farci risprofondare nell’eterno mistero delle stragi mafiose. E non è neanche la “prova giudiziaria” definitiva che inchioda il Cavaliere alle sue responsabilità penali.

Non basta una chiacchiera, intercettata durante l’ora d’aria, per stabilire una volta per tutte che lui è davvero il mandante occulto della tragica mattanza che insanguinò l’Italia tra il 1992 e il 1993. Ma è senz’altro la “prova politica” di quanto sarebbe stata e sarebbe tuttora innaturale, dissennata e suicida la prospettiva di un “governissimo” tra Renzi e Berlusconi.

iene.jpg

Un irriducibile manipolo di franchi traditori, insieme a un inaffidabile esercito di malpancisti grillini, si è preso la briga di assassinare in Parlamento l’accordo neo-proporzionale “alla tedesca”. È stata una farsa. Ma è stata anche una fortuna. Proviamo a immaginare cosa sarebbe accaduto, se fosse andato in porto lo scellerato “patto extra-costituzionale” nato solo sulla base delle “convenienze” dei leader (secondo la definizione impeccabile di Giorgio Napolitano). Proviamo a immaginare cosa sarebbe accaduto, se il caso Graviano fosse esploso dopo le elezioni anticipate del 24 settembre e dopo l’auspicata nascita della Grosse Koalition de’ noantri tra Pd e Forza Italia. Ci ritroveremmo a fare la manovra economica d’autunno e la riforma del fisco, le misure straordinarie sulla sicurezza e sull’immigrazione, la nuova legge sulla giustizia penale e sul codice antimafia, con un alleato nuovamente sospettato di aver trattato con le cosche quell’attacco al cuore dello Stato che 25 anni fa preparò il terreno alla sua “discesa in campo”. E considerato “un traditore” da un capobastone (in prigione dal ’94 per aver organizzato materialmente gli attentati di Milano Roma e Firenze) perché nonostante i “favori ” ricevuti (cioè le bombe), “lui mi sta facendo morire in galera…”.

Le parole di Graviano andranno attentamente vagliate dai magistrati, e sono state fermamente smentite dagli avvocati. Ma confermano la persistenza di una “anomalia berlusconiana”, che in tutti questi anni nessuna Procura della Repubblica e nessun tribunale della Storia sono mai riusciti a dissolvere. E non sono solo i “soliti sospetti” di collusione con Cosa Nostra, a pesare in questo giudizio. Sono tutti i capitoli che compongono l’infinito e spesso dimenticato “Romanzo del Cavaliere Mascariato”. È la condanna definitiva per frode fiscale su Mediaset, scontata tra i vecchietti di Cesano Boscone. È l’innumerevole filiazione dei processi Ruby, arrivati a quota “quater”, dai quali emerge ogni volta un quadro di misfatti e di ricatti ormai quasi più penoso che criminoso. È quel grumo gigantesco di interessi, privati e pubblici, passati e futuri, che ieri lo ha spinto da premier ” in chief” a varare con impudenza 38 leggi ad personam, e che oggi lo induce da leader “in attesa” a guardare con impazienza alle scelte sulla governance della Rai o sulle norme anti-scalata che dovrebbero difendere il suo impero tv dalle mire di Vivendi. È quella certa idea dello Stato come ” res propria”, più che ” res publica”. Delle istituzioni come strutture serventi, più che “organi di garanzia”. Del principio di legalità come vincolo burocratico, più che valore democratico. Insomma, tutto ciò che abbiamo imparato a conoscere in un Ventennio, che ha costellato la sua avventura politica e che continuerebbe ad accompagnarlo sempre, in qualunque nuova maggioranza bipartisan lo si volesse ingaggiare.

Per tutti questi motivi è sorprendente che Renzi abbia pensato non solo di scrivere la nuova legge elettorale, ma anche poi di governare insieme al Cavaliere, schierandolo dalla parte sbagliata nel derby “responsabili contro populisti”. È preoccupante che un segretario, privo di questo “mandato straordinario”, si sia illuso di poter traghettare il Pd (giustamente depurato di ogni ideologia, ma colpevolmente svuotato di ogni identità) verso uno sbocco che ne stravolge la natura e il destino. È inquietante che la “talpa cieca” del Nazareno (come l’ha definita Ezio Mauro) abbia pensato non di scavare il suo tunnel a sinistra, ma di scavarsi la fossa con la destra.

Ma in questa vicenda oscura resta da segnalare anche un’altra anomalia. Il problema non è che le scottanti rivelazioni di un “mammasantissima” escano proprio adesso, nei giorni in cui il Palazzo si scontra sul sistema elettorale e si incontra sulle Larghe Intese: il sacro anatema dell’Unto del Signore, “giustizia a orologeria!”, lascia il tempo che trova in un Paese in cui quell’orologio, che incrocia inchieste giudiziarie a raffica e scadenze elettorali a ripetizione, non smette mai di ticchettare. La coincidenza spiacevole è un’altra, e cioè che tra i quattro pm di Palermo che proprio ieri mattina hanno depositato la solita Treccani da 5000 pagine di intercettazioni ci sia anche Nino Di Matteo, toga anti-mafia di primissima linea, che giusto dieci giorni fa al seminario sulla giustizia organizzato dai Cinque Stelle a Montecitorio, rispondendo a chi gli chiedeva se si sentisse pronto a fare il ministro tecnico di un governo pentastellato, aveva risposto testualmente: “L’esperienza di un magistrato può essere utile alla politica”.

La sala grillina lo ha acclamato con una standing ovation. Luigi Di Maio lo ha accolto con un “siamo contenti della sua disponibilità “. Non ci sogneremmo mai di pensare che ci sia un nesso tra questo endorsement e il caso Graviano. Primo, perché Di Matteo è magistrato integerrimo. Secondo, perché la procura palermitana è organo collegiale. Ma in questa Italia, che scivola ormai verso il “teatro dell’assurdo”, almeno chi opera nelle istituzioni ha il dovere di non recitare troppe parti in commedia.

Sturmtruppen

MARCO TRAVAGLIO

Montanelli diceva: “Per quanti sforzi facciamo, non riusciamo mai a pensare abbastanza male dei politici italiani”. Nel senso che questi riescono sempre ad andare oltre le più funeree aspettative. Ma il vecchio Indro non campò abbastanza per vedere all’opera quelli del Pd. L’altro giorno, per dire, si erano messi d’accordo con FI e M5S sul modello tedesco. Si pensava, ingenuamente, che avrebbero preso la legge elettorale della Germania e l’avrebbero copiata paro paro (a parte i pochi correttivi imposti dal fatto che là il numero dei parlamentari può variare, mentre qui è fisso per Costituzione). Invece no: era troppo bello per essere vero. Soprattutto troppo semplice. Noi “lo famo strano”, alla Verdone, sempre. Se uno agisce male è perché pensa male. E infatti qual era il retropensiero del trust di cervelli renziani mentre dicevano “tedesco”? “Italicum”. Sono fatti così: se uno gli domanda dove vanno in vacanza, rispondono “In Sardegna”, e hanno già in tasca il biglietto per le Eolie. O viceversa. Siccome l’Italicum gliel’ha incenerito la Consulta, l’hanno pensata bella: lo tritiamo a spezzatino, lo infiliamo in tocchi qua e là nella nuova legge, la chiamiamo “Germanicum” e magari quelli ci cascano. Ammazza che volpi. La furbata è opera di Emanuele Fiano che, essendo un architetto che s’è sempre occupato di servizi segreti, finanze, trasporti e poste, è il loro massimo esperto in leggi elettorali (del resto, visti i risultati degli esperti alla D’Alimonte, va bene pure un netturbino). Il Fiano Regolatore si mette subito all’opra, compulsando i sacri testi, cioè le annate di Sturmtruppen, e in meno di 24 ore scodella il maxiemendamento che, nelle intenzioni, dovrebbe trasformare il Verdinellum-Rosatellum in qualcosa che somigli vagamente al tedesco. Purtroppo la riuscita è parecchio stentata e lo capiscono anche i bambini scemi che è un intruglio italiota. In compenso in Germania si ride di gusto.

L’unico punto di contatto del modello Pd-Sturmtruppen col sistema tedesco è che metà dei parlamentari saranno eletti con l’uninominale di collegio (un solo nome per partito) e metà col proporzionale su liste bloccate (3 o 4 candidati). Tutto il resto non c’entra una mazza.

La Germania ha una sola Camera elettiva, il Bundestag (mentre il Bundesrat è formato dei delegati dei governi dei Länder), con due schede: in una si barra il candidato uninominale, nell’altra la lista proporzionale. Quindi si può dare voto disgiunto: se ti piace un candidato uninominale, lo voti; ma, se la lista proporzionale del suo partito non ti garba, ne voti un’altra.

giocatori.jpg

Invece il Pd-Sturmtruppen ci dà una sola scheda per ogni Camera, così dobbiamo prendere a scatola chiusa tutto il pacco confezionato dal capopartito: candidato uninominale e listino bloccato. Se uno è buono e l’altro fa schifo, pazienza: prendi 1, paghi 2.

In Germania nessuno può candidarsi in più collegi: basta e avanza un posto nell’uninominale e uno nella lista proporzionale. Già, ma così i raccomandati dai capi rischiano di finire trombati. Ecco dunque il Fiano Regolatore, ripescare le multi-candidature-paracadute. Furbo, lui: ci si può presentare in un collegio uninominale e fare pure il capolista in tre circoscrizioni proporzionali. Così se non si esce qui si rispunta là, o lassù, o laggiù. La casta è blindata. Come nell’Italicum.

In Germania chi arriva primo nel collegio uninominale, cioè prende più voti degli altri candidati, è certamente eletto. Nello Sturmtruppen pidino non è sicuro: calcolati quanti seggi spettano in ciascun collegio a ogni partito che ha superato il 5% (su base nazionale per la Camera e regionale per il Senato), si comincia ad assegnarli a partire dai capilista dei listini bloccati proporzionali. Cioè dai raccomandati dai capi, che non rischiano nulla: prima del voto già sanno che saranno parlamentari, a prescindere dai voti (purché la lista superi il 5%). Se avanzano posti, si prosegue col vincitore del collegio uninominale. Se poi restano poltrone disponibili, se le accaparrano i numeri 2, 3 e 4 della lista proporzionale. E solo quando i listini sono finiti si passa eventualmente al primo dei non eletti nell’uninominale. Un sistema talmente farraginoso che ci vorranno giorni, chiuse le urne, per capire chi entra e chi no alla Camera e al Senato. Cioè: quelli che fino al 4 dicembre volevano “sapere chi governa già la sera delle elezioni” ora non vogliono farci sapere neppure chi è stato eletto. Una cosa però dev’essere certa: chi non viene scelto direttamente dai cittadini (il capolista proporzionale) ha più chances di chi viene votato con la croce sul suo nome (il candidato uninominale). Sulla carta, sono bloccate le liste: nei fatti, sono bloccati i capilista. Esattamente come nell’Italicum.

Ora, se il sistema tedesco ha un difetto, è quello di consegnare metà dei parlamentari alle segreterie dei partiti, che compilano le liste bloccate sul proporzionale per far eleggere chi vogliono loro. Dopo 10 anni di Porcellum, si sperava che fosse modificato proprio qui, abolendo le liste bloccate e dando più potere agli elettori con la doppia scheda (per il voto disgiunto) e la preferenza unica (nella quota proporzionale esce chi prende più voti, non chi è stato piazzato dal capo in cima alla lista). Invece si fa esattamente l’opposto: niente preferenze; trucchetti per riciclare i capilista bloccati e le multicandidature dell’Italicum; e precedenza ai candidati nominati dalla casta su quelli eletti dal popolo. Un bel messaggio per i cittadini che chiedono di incidere di più: rassegnatevi, chi eleggete voi conta molto meno di chi nominiamo noi. Fortuna che non è passata la legittima difesa by night. Sennò, dopo il tramonto, ci sarebbe da divertirsi.

Il detective-rapinatore

MARCO TRAVAGLIO

In uno dei suoi film minori più divertenti, La maledizione dello scorpione di Giada, Woody Allen è l’investigatore C.W. Briggs che, per conto di una compagnia di assicurazione, indaga su certe misteriose rapine: alla fine si scopre che il ladro è lui. La storia ricorda quella del cosiddetto ministro dei Beni culturali Dario Franceschini che due anni fa, in preda a un attacco di esterofilia, ha la bella pensata di prendere dall’estero sette direttori di alcuni tra i più prestigiosi musei italiani, come se in Italia non avessimo gente all’altezza. L’ideona, come tutto ciò che usciva dalla premiata ditta Renzi&C., viene subito spacciata per “grande riforma dei musei” e accolta da cori unanimi di giubilo: una schiera di boccucce a culo di gallina esplodono in standing ovation di stupefatta ammirazione. Nessuno, nell’empito leccatorio, fa caso a un paio di trascurabili dettagli. Primo: la nostra legge, come in tutti gli altri Paesi, prevede che i dirigenti della Pubblica amministrazione dello Stato Italiano (compresi i direttori dei musei), siano cittadini dello Stato Italiano. Strano, vero? Secondo: i concorsi per i direttori italiani e stranieri dei musei hanno bypassato le più elementari regole di trasparenza, cambiate in corso d’opera con colloqui a porte chiuse poco controllabili (addirittura in due casi via Skype, rispettivamente dall’Australia e dagli Usa: sistema che non esclude la presenza di suggeritori non inquadrati accanto all’esaminando) e con punteggi farraginosi e poco verificabili, per far vincere chi doveva vincere.

Così una pletora di esclusi senza uno straccio di spiegazione fanno ricorso. A chi? Al Tar del Lazio, il tribunale deputato a verificare la legittimità degli atti della Pubblica amministrazione. Questo li esamina e ne accoglie due, annullando la nomina dell’austriaco Peter Assmann al Palazzo Ducale di Mantova (sia perché non italiano sia perché nominato con procedure non trasparenti) e di quattro italiani (perché nominati con procedure non trasparenti). Anziché chiedere scusa e rifare il concorso secondo le leggi, Franceschini tuona contro il Tar, reo di esporre l’Italia a una “figuraccia mondiale”, peraltro tutta sua. Renzi si duole di non aver riformato i Tar per imporre loro di dare sempre ragione al governo e torto alle leggi. Tutt’intorno un coro di trombe, trombette e tromboni si straccia le vesti contro quei parrucconi dei giudici allergici al cambiamento e pure xenofobi. C’è chi cita l’aumento dei visitatori dei musei diretti da stranieri (com’è noto, i turisti accorrono agli Uffizi e a Brera per ammirare non le opere esposte, ma i direttori forestieri).
E chi sproloquia di libera circolazione della cultura (provate a proporre un italiano a direttore del Louvre, e vedrete cosa vi rispondono a Parigi). Par di vederlo, Franceschini, che si aggira per i corridoi del ministero domandando a destra e a manca chi è quello stronzo che nel 2001 mise nero su bianco nella legge 165 che ai concorsi del Mibact possono concorrere anche cittadini europei ed extracomunitari, ma non per le posizioni dirigenziali apicali come le direzioni dei musei. Domenica il Fatto gli risponde: è stato lui. Forse non si è riconosciuto, perché all’epoca era senza barba, ma il sottosegretario a Palazzo Chigi del governo Amato che a inizio 2001 varò quella legge era proprio Dario Franceschini. Un classico colpo di scena da commedia noir, come quella di Allen. Ma anche da opera buffa (il Ballo in maschera di Verdi) e persino da tragedia greca (l’Edipo Re di Sofocle): l’investigatore che, alla fine, si scopre assassino. Uno normale, al posto di Franceschini, si scaverebbe una buca, ci si infilerebbe dentro, ricoprirebbe con uno strato di terra e sparirebbe dalla circolazione. Lui no. Chiede la sospensiva della sentenza al Consiglio di Stato, che ieri gliela nega. Intanto decide di cambiare la (sua) legge che rende illegali quelle nomine (dunque ha ragione il Tar). Come? Infilando nella manovrina un emendamento “interpretativo” per salvare gli altri 6 direttori stranieri da probabili nuove pronunce del Tar. Ma sbaglia a scriverlo: per avere effetto retroattivo sul concorso incriminato, la norma dovrebbe spiegarne meglio una già esistente, invece questa è una deroga al decreto del 2014 che “riformava” i musei: infatti esclude i direttori museali dalle regole sulle assunzioni nella PA. Nemmeno una parola sulla nazionalità, né tantomeno sulle procedure opache che poi sono il motivo principale della bocciatura del Tar. E comunque si tratta di una norma nuova di zecca, non un’interpretazione di una vecchia: dunque, oltre a contraddirne altre tuttora vigenti, può valere al massimo per i concorsi futuri, non certo sanare ex post quelli passati. Peso el tacòn del buso.

A questo punto persino un superego debordante alzerebbe bandiera bianca e andrebbe a nascondersi in Papuasia (sempreché gli indigeni non avessero nulla in contrario), facendo perdere le proprie tracce in saecula saeculorum, magari dopo averci lasciato una riforma – questa sì benemerita – che consenta di importare dall’estero i ministri. Lui no: immarcescibile e impermeabile non solo alle leggi (le sue), ma anche al ridicolo, si fa intervistare da Repubblica sulla riforma elettorale, senza una sola domanda sulla catastrofe dei musei, ci mancherebbe. Intanto gli esplode in mano la rivolta dei teatri italiani, inferociti per i 4 milioni “fuori busta” all’Eliseo di Roma, ultimo strascico della dissennata distribuzione dei fichi secchi del Fus (il fondo unico dello spettacolo dal vivo, altro fiore all’occhiello del suo ministero). Forse il paragone con l’investigatore-rapinatore di Allen è troppo benevolo: diversamente da C.W. Briggs, che agiva sotto ipnosi, Franceschini pare sia lucido.

Chiamate l’esorcista

MARCO TRAVAGLIO

A parte il cerone, il capino asfaltato, i miliardi, le televisioni, la condanna, le prescrizioni e le olgettine, che comprensibilmente tiene per sé, Silvio Berlusconi può dirsi soddisfatto: tutto il resto della sua eredità è in buone mani, essendosi trasferita come per possessione diabolica dal suo corpo a quello di Matteo Renzi. Dopo l’attacco alla Costituzione, il Ponte sullo Stretto, le leggi pro-evasori e antigiudici, l’occupazione della Rai, il Jobs Act, l’abolizione dell’articolo 18, la compravendita di parlamentari, il ministero ad Alfano e i voti di Verdini, l’assalto alla Procura di Napoli per la giustizia a orologeria e l’accanimento giudiziario, mancava soltanto l’attacco alle sentenze. Ed è puntualmente arrivato l’altroieri, appena un Tribunale – il Tar del Lazio – ha avuto finalmente il coraggio di dare torto a chi ha torto: cioè al cosiddetto ministro dei Beni culturali Dario Franceschini, che per nominare direttori dei musei chi voleva lui ha calpestato almeno due leggi, chiamando il tutto “riforma dei musei”. La questione sottoposta alla giustizia amministrativa da due dei tanti professori esclusi senza una sillaba di spiegazione è molto semplice e non c’entra nulla col valore personale o con i risultati dei cinque direttori stranieri bocciati. Una legge del 2001 stabilisce che i dirigenti dello Stato Italiano di interesse nazionale devono essere cittadini italiani. Così come in Francia francesi, in Germania tedeschi e così via. Il principio è ritenuto bizzarro? Come ha fatto per tante altre leggi, il governo Renzi poteva cambiare anche questa. Invece l’ha lasciata e poi l’ha violata: purtroppo non si può.pensatore.jpg

Un’altra serie di leggi impone, per i concorsi di selezione dei dirigenti statali, una serie di criteri di trasparenza che mettano tutti gli aspiranti in condizione di concorrere e che non parrebbero compatibili con le prove orali a porte chiuse o via Skype dai 5 ai 9 minuti (al massimo) effettuate per i musei in questione. La trasparenza non piace? Basta abolirla e stabilire che fanno tutto Renzi e Franceschini aumma aumma. Invece non l’hanno abolita, anzi ogni due per tre si sciacquano la bocca con l’Anac del Cantone multiuso. L’hanno semplicemente violata. E purtroppo non si può. In un paese serio, chi dà simili prove di cialtroneria e analfabetismo, miste alla consueta arroganza, chiede scusa e si dimette o viene accompagnato alla porta. Qui no. Franceschini tuona contro la “figuraccia mondiale”, espressione perfetta per un’autocritica: invece è un attacco al Tar che fa rispettare le leggi votate dal Parlamento di cui fa parte lui e confermate da due governi di cui fa parte lui.
Renzi, posseduto da B., va anche oltre: “Non abbiamo sbagliato perché abbiamo provato a cambiare i musei: abbiamo sbagliato perché non abbiamo provato a cambiare i Tar”. Non osiamo immaginare come voglia cambiarli: magari obbligandoli a dar sempre ragione al governo, specie quando è suo (poi magari passerà al Consiglio di Stato, dove ha paracadutato contro la legge la vigilessa Antonella Manzione, già capo del suo ufficio legislativo e coautrice di tante leggi scritte coi piedi). B. non avrebbe saputo dire meglio: se il giudice ti dà torto, non hai torto tu, ma il giudice. E bisogna riformare la giustizia per fare in modo che ti dia sempre ragione, a prescindere. Il fatto che il governo Renzi abbia violato la legge è un optional: se la legge dice il contrario di quello che fa Renzi, non è Renzi che è un fuorilegge, è la legge che è fuoriRenzi. Dunque non va nemmeno cambiata: va disapplicata e basta. Ora, per dire, gli studenti bocciati alla maturità potranno applicare il lodo Renzi-B. e chiedere la rimozione degli esaminatori: se ti respingono il ciuccio non sei tu, sono loro. Ora voi direte: questi peracottari verranno messi a posto dai giornalisti e dagl’intellettuali, cioè dagli opinion makerche formano l’opinione pubblica: magari ricordando le altre “riforme” del triennio renziano rase al suolo ora dal popolo (Costituzione Boschi&Verdini), dalla Consulta (Italicum e Madia), dal Consiglio di Stato (banche popolari), dal governo Gentiloni (Buona Scuola e Jobs Act) e dallo stesso Renzi (legittima difesa by night); e notando che sbagliare le leggi e poi incazzarsi con gli altri è roba da Asilo Mariuccia. Invece no. I cani da riporto del potere si sono subito affrettati a dar ragione ai fuorilegge e torto al Tar che rispetta la legge.

Per Francesco Merlo di Repubblica, la sentenza dice che i direttori bocciati “sono bravi e dunque illegali”: dice tutt’altro, ma mica si può scrivere. Per il mondadoriano Gian Arturo Ferrari, sul Corriere, la sentenza è “assurda” e l’osservanza della legge è “sadismo burocratico”. O, per dirla con Luigi La Spina de La Stampa, “dittatura del cavillo”. Sul Messaggero, Oscar Giannino scuote il capo implume e sconsolato: qui non si può neppure più violare la legge in santa pace, e questa è “l’immagine di un Paese irriformabile”, regno dei “privilegi di casta” (i plurititolati professori esclusi senza uno straccio di motivazione sarebbero “casta”). Un grande abbraccio all’insegna delle fake news affratella la stampa di destra, centro e sinistra, in vista del Giornale Unico che fa da scorta al Partito Unico renzusconiano. Naturalmente la regola tipicamente sovietica o nordcoreana secondo cui le sentenze devono sempre dare ragione al governo non vale per tutti: dipende da chi governa. A Capodanno, quando il Tar del Lazio sospese l’ordinanza anti-botti della giunta Raggi – e non per violazioni di legge, ma per difetto di motivazione – nessuno si scagliò contro i giudici, ma tutti menarono la Raggi. Il Pd diede la colpa alla “sindaca incapace” che “non sa nemmeno scrivere un’ordinanza”, “non ne azzecca una” e “se ne deve andare”. Parola di un branco di buoni a nulla capaci di tutto.